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domenica 20 luglio 2014

Gaza e l'Egitto. Perchè urge abbattere Hamas.

Ogni volta che Gaza finisce sotto le bombe, è abitudine del sottoscritto scrivere qualcosa di ragionevole che però spesso e volentieri viene percepito come "abominevole" dalla galassia islamista italiana, trafficante di religione e di causa palestinese per antonomasia e dalla Gauche sardine che difende gli "interessi" di Gaza stando a qualche chilometro di distanza di sicurezza per non beccarsi i missili di Israele e per non rischiare di finire sgozzati dai Salafiti che considerano quelli di Hamas dei ramolliti.  

Ogni volta che Israele attacca, infatti, gli islamisti si fanno pubblicità sparandole sempre più grosse con frasi tipo "L'Olocausto ve lo siete meritati" (rivolgendosi alle comunità ebraiche), e commenti gaudenti per l'attacco alle sinagoghe in Europa che prontamente finiscono sulle prime pagine dei quotidiani. E il guaio è che molti pensano che questo sia coraggio e onestà intellettuale, mentre il sottoscritto invece sarebbe un rabbioso aspirante clone di Magdi Allam.E invece no: quella degli islamisti e degli indignati a comando sul loro libro paga è solo imbecillità politica che aiuta chi desidera farlo a stigmatizzare i musulmani in generale e ad affossare la causa che loro stessi dicono di difendere.

Questa quindi non è certo né la prima né l'ultima volta in cui scriverò che finché i palestinesi non si sbarazzeranno di Hamas, cosi come gli egiziani si sono liberati della casa madre dei Fratelli musulmani, i palestinesi non otterranno mai nulla di significativo. E che l'Egitto fa benissimo non solo a distruggere i tunnel che approvvigionano la mafia che ha preso possesso della Striscia, ma farebbe anche meglio a disinteressarsi totalmente dei negoziati in corso finché Hamas è al potere.

Fermo restando che la reazione di Israele è, come d'abitudine, sproporzionata, la colpa di tutto quello che sta succedendo a Gaza di chi è? Non è di chi ha rapito e ammazzato tre adolescenti e di Hamas che invece di condannare l'operazione di una scheggia impazzita (cosi dicono) l'ha praticamente fatta propria? Non è di chi spara petardi (chiamarli razzi è troppo) contro Israele, sapendo benissimo quale sarà la reazione? Gli islamisti sono riusciti a conseguire l'impensabile: il supporto degli egiziani, e persino di altri arabi, all'esercito israeliano e alla sua operazione. E invece di riflettere su cosa hanno combinato per riuscire ad alienarsi il supporto decennale dell'opinione pubblica araba alla causa palestinese, hanno pure la faccia tosta di lamentarsi e di distribuire accuse di tradimento a destra e a manca. 

Ho appena finito di leggere su Aljazeera l'ennesimo stucchevole articolo che magnifica la "resistenza" di Hamas e infanga la memoria del presidente egiziano Sadat, definendo la sua visita in Israele per gli accordi di pace "scandalosa". Almeno Sadat ha riportato il Sinai all'Egitto e decenni di stabilità in cui il paese si è concentrato sui propri problemi, mentre Hamas è capace solo di far piovere le bombe di Israele sui palestinesi, tuttora senza stato e sotto embargo. Anche Arafat aveva chiamato Sadat traditore per aver firmato gli accordi di pace con Israele. Poi decenni dopo capì che solo la strada del negoziato politico avrebbe portato qualche beneficio ai palestinesi. Oggi Hamas rifiuta l'offerta di tregua mediata dall'Egitto, sogna di "rimpatriare" gli israeliani in Occidente e i suoi padrini dei Fratelli musulmani definiscono il presidente egiziano El-Sisi un traditore, ma prima o poi anche loro arriveranno alla stessa conclusione.

I criminali di Hamas rifiutano la tregua perché non vogliono dare al presidente egiziano El-Sisi un riconoscimento internazionale. Eppure i contenuti della tregua non differiscono da quella mediata dal presidente islamista deposto Morsi. Hamas preferisce far intervenire paesi lontani mille miglia da Gaza,  è disposta a sacrificare i rapporti con i due paesi con cui Gaza condivide i confini e da cui dipende la vita nella striscia e, en passant, la vita di centinaia se non di migliaia di civili pur di non abbassarsi a legittimare un presidente - scelto dagli egiziani - che ha messo all'angolo i Fratelli musulmani.  O forse sarebbe meglio dire in cambio dei petrodollari e della vita a sette stelle che i suoi capi conducono "in esilio" e persino nella stessa striscia, mentre i palestinesi vivono sotto le bombe.


mercoledì 18 giugno 2014

L'Egitto passa, i cani abbaiono.


Ieri l'Unione Africana ha deciso all'unanimità di sbloccare l'adesione dell'Egitto all'organizzazione. Si tratta di un evento importante, poiché la sospensione era stata decisa all'indomani della deposizione del presidente islamista Morsi (la linea dell'Unione è quella di sospendere qualsiasi Stato membro che attua un "incostituzionale" cambio di governo). Con il ritorno dell'Egitto in seno all'organizzazione, e l'invito rivolto al neo Presidente El-Sisi per partecipare al prossimo vertice straordinario, l'Africa ha preso atto della nuova realtà egiziana e del risultato delle nuove elezioni, relegando Morsi e i suoi Fratelli nel dimenticatoio della Storia.

Prima o poi seguirà anche l'Occidente, la cui linea sembra essere finora quella del tentennamento, condito da sconsigli di viaggi turistici e blocchi di fornitura delle armi. Alla cerimonia di insediamento di El-Sisi (che ha finalmente riportato un po' di dignità ad un protocollo bistrattato dai buzzurri islamisti che hanno governato l'Egitto per un anno) c'erano infatti - fra gli altri - il Re della Giordania, l'Emiro Del Kuwait, il Re del Bahrein, il Principe ereditario dell'Arabia Saudita. I paesi occidentali si sono invece limitati a inviare i loro ambasciatori. Ambigui, come sempre: privi del coraggio di riconoscere il nuovo governo e allo stesso tempo privi del coraggio di non riconoscerlo. La loro giusta ricompensa sarebbe di espellere verso l'Europa e gli USA tutti i predicatori estremisti che loro vorrebbero far rilasciare in Egitto.

E' infatti indubbio che dall'otto giugno scorso, data di insediamento di El-Sisi, l'Egitto ha imboccato un nuovo corso, che prevede una lotta senza quartiere a coloro che usano la religione per fini politici.  I predicatori non autorizzati vengono destituiti e solo il personale del ministero degli Affari Religiosi o gli esperti di Islam che si sono formati presso Al-Azhar, la massima istituzione religiosa del mondo sunnita, potranno guidare la preghiera o insegnare religione. La predica del venerdi è decisa a livello centrale, con l'intento di riportare i contenuti pronunciati dai pulpiti sui binari della tolleranza e della convivenza religiosa, invece di essere assordati un giorno si e l'altro pure dalle grida degli invasati che insultano i cristiani dai microfoni dei minareti in pieno giorno e a tre passi dai commissariati di polizia.

Sono cose che dovrebbero far gioire qualunque persona di buon senso. Eppure esiste ancora oggi in Egitto una piccola minoranza elitaria che non ha imparato la lezione. Intellettuali e giovani attivisti - spalleggiati da sessantottini occidentali che giocano a fare le rivoluzioni coi culi degli altri (salvo cantare le lodi del dittatore di turno non appena si recano per lavoro o per vacanza in qualche altra parte del mondo) - che credono che l'Egitto non si trovi in un' area instabile geopoliticamente, afflitta dai problemi della povertà, dell'analfabetismo e dell'estremismo religioso. Costoro credono che gli islamisti dovrebbero essere rilasciati, i loro canali tv riaperti e magari pure correre alle elezioni. Si vede che El-Sisi avrebbe dovuto aspettare fin quando questi prodi alfieri della libertà non fossero stati i primi a pendere dalle forche che gli islamisti stavano già preparando per loro.

Sono tornati in scena alcuni pseudo esperti che denunciano la "restaurazione". Probabilmente sperano che i lettori abbiano dimenticato come questi "profondi conoscitori della realtà mediorientale" non abbiano azzeccato neanche una - dicasi una - previsione su ciò che sarebbe accaduto in Medio Oriente con la cosiddetta "Primavera araba", mentre qui si annunciava già la guerra civile in Libia, Siria, e Iraq. Eppure questi provocatori continuano a giocare - non si capisce se per ingenuità ideologica o perché generosamente sponsorizzati - in un contesto altamente infiammabile. Davvero vogliamo che il paese più importante del Medio Oriente diventi una copia dei paesi circostanti, in preda al caos, solo perché qualcuno continua a voler credere di un essere un novello Che Guevara? 

Mi rendo conto che le mie posizioni non sono proprio politically correct. So di certo che gli islamisti italiani, tanto bravi ad applaudire quando su questo blog si difendeva il diritto alla libertà di culto e alla costruzione delle moschee (che erroneamente scambiavano per sostegno alla loro ideologia politica), ora mi considerano un "bugiardo" e un "infame". Staranno pensando che voglia seguire le orme di Allam, in cerca di chissà quale attenzione. Ma vi pare sensato che decida di fare il novello Allam proprio ora che l'originale è stato trombato - con mia somma soddisfazione - alle Europee, invece di attivarsi all'epoca in cui chi si schierava con il suo "Islam moderato" otteneva poltrone nelle istituzioni?

In ogni caso, questa forma mentis che vede dietro ogni parola proferita, dietro ogni azione intarpresa, qualche piccolo tornaconto personale non mi meraviglia: l'Islam italiano non è altro che lo specchio dell'Italia stessa: la stessa meschineria, lo stesso clientelismo, lo stesso nepotismo. E non dico altro. Illudersi che possa essere diverso è, appunto, una pia illusione. Ma, in barba a costoro e ai loro sodali, l'Egitto riprenderà il posto che gli spetta e qui si continuerà a scrivere ciò che altri non hanno il coraggio di scrivere. A chi non piace, basta cambiare sito. Un proverbio arabo recita: "I cani abbaiano, la carovana passa". Per cui, attenzione, qui passa la carovana.

mercoledì 26 marzo 2014

Egitto (1) / Fratellanza (- 529)

Appena un mese fa ho scritto che "Il blog è in pausa. Una pausa che potrebbe essere più o meno lunga, non saprei dirlo con precisione. A volte infatti le circostanze sono tali da costringermi ad un lungo commento". Oggi è una di quelle volte in cui sono costretto a sospendere la pausa per meglio articolare un pensiero. (Ricordo comunque che potete trovarmi sul profilo Facebook del blog, "Sherif's salamelik", dove non manco di commentare, con post brevi, le notizie di attualità sia italiana che egiziana, ndr).

Mi riferisco alla maxi-condanna capitale per 529 aderenti alla Fratellanza musulmana che ha fatto strepitare d'indignazione attivisti, organizzazioni umanitarie tipo Amnesy International (No, Amnesy non è un errore di battitura), governi occidentali e chi più ne ha più ne metta. Ebbene: innanzitutto è prematuro stracciarsi le vesti, visto che la condanna verrà certamente ribaltata in appello, non ratificata dalle autorità religiose o commutata dal presidente in carica. Nessun egiziano si aspetta veramente che 529 islamisti vengano davvero impiccati all'ingrosso dopo un processo durato due giorni. La sentenza è un messaggio e un segnale agli islamisti. Ed è - vi piaccia o meno - esattamente il segnale che ci voleva in Egitto, in questo momento storico. 

Come egiziano e come osservatore, la condanna non mi ha affatto sorpreso. Anzi, era da tempo che l'opinione pubblica egiziana se la augurava, una sentenza simile, anche alla luce dei massacri perpetrati dagli islamisti all'indomani della deposizione del loro presidente (questo video, benché raccappricciante, dà una vaga idea di come hanno sgozzato e linciato i poliziotti di diversi commissariati mentre la foto che accompagna questo articolo raffigura i "manifestanti pacifici" della Fratellanza al sit-in dei pro-Morsi disperso dall'esercito). E infatti lo avevo preannunciato, come al solito in mezzo agli insulti e alle accuse di reazionarismo (salvo poi scoprire, come da tradizione, che avevo perfettamente analizzato e previsto il corso degli eventi) in questo post, intitolato non a caso "E' l'ora del Terrore": 

"Immagino ora vogliate sapere come andra' a finire in Egitto. E allora se non avete il cuore tenero, ve lo dico. Premetto che la soluzione che qui di seguito verra' illustrata non e' quella che mi piace o quella che suggerisco, ma che e' quella che verra' molto probabilmente adottata in base ai dati e ai segnali che percepisco. Ed e' anche quella che ha storicamente funzionato con la fratellanza egiziana. Stiamo parlando della cura Nasser".

E di purga Nasser si parla, infatti. Un attentato fallito contro la sua persona nell'ottobre del 1954 gli offrì l'occasione - come ricorda Sergio Romano in un suo ottimo editoriale - per decapitare, letteralmente, la Fratellanza. I suoi leader e i suoi militanti vennero incarcerati, torturati, impiccati: una purga che durò ininterrottamente sino alla morte del rais nel 1970. L'errore storico, se proprio la volete sapere tutta, è stato che i suoi successori - Sadat e Mubarak - invece di proseguire fino in fondo con l'opera del predecessore, fecero marcia indietro. E, spesso e volentieri, sono venuti a patto con la Fratellanza nell'illusione che si sarebbero moderati e avrebbero giocato secondo le regole millenarie dell'Egitto. Come ricorda Romano, "Mubarak, in particolare, permise che avessero una limitata presenza in Parlamento", salvo rendersi conto dell'errore quando ormai era troppo tardi.

Gli effetti di questa "moderazione" li abbiamo visti nel loro anno di governo: con i terroristi rilasciati dalle prigioni a suon di grazia presidenziale, legittimati con comparsate Tv e inviti di presenziare alla stessa parata in cui hanno assassinato Sadat, e addirittura con nomine a governatori delle stesse città turistiche in cui hanno massacrato decine di turisti occidentali negli anni 90. L'errore, quindi, non è stato dichiarare la confraternita un movimento terroristico adesso, visto che sono sempre stati dei radicali del tipo "vott' 'a petrella e nasconn' 'a manella!", ma nell'essersi astenuti dal farlo negli ultimi quarant'anni, dando loro quasi mezzo secolo di tempo per rafforzarsi. 

Farag Foda, intellettuale anti-Fratellanza della prima ora, e per questo assassinato dai Jihadisti alleati dei Fratelli (il suo assassino, mai pentito e addirittura orgoglioso del suo atto, era stato scarcerato da Morsi), aveva spiegato molto bene i benefici della purga nasseriana quando raccontò di un tizio barbuto e con la tipica tunica degli islamisti interrogato ai tempi di Mubarak su cosa avrebbe fatto se fosse tornato Nasser: "Mi raderei immediatamente la barba e mi rimetterei in giacca e cravatta". Ripeto quanto ho scritto in un precedente post: "E' il Medio oriente, signori, e in Medio Oriente il terrorismo islamista si argina solo con una violenza superiore a quella praticata dagli islamisti stessi: cosi ha fatto Nasser negli anni sessanta, Assad padre negli anni settanta, Mubarak negli anni novanta. E dove questo non è stato fatto, sappiamo come è finita"

giovedì 27 febbraio 2014

Il blog è in pausa ma...

Ve ne sarete già accorti ovviamente, ma come già accennato in questo post, il blog è in pausa. Una pausa che potrebbe essere più o meno lunga, non saprei dirlo con precisione. A volte infatti le circostanze sono tali da costringermi ad un lungo commento (come nel caso del primo attentato terroristico al Cairo), molto spesso invece no. Gran parte di quello che avevo da dire l'ho detto per anni, e non mi va di essere monotono.

Questo però non significa che io sia scomparso totalmente dalla rete. Mi potete trovare sul profilo facebook del blog, "Sherif's salamelik", dove non manco di commentare le notizie di attualità sia italiana che egiziana. Commenti brevi e veloci, segnalazione di link, feedback immediato dei lettori e - ovviamente - possibilità di selezionare attentamente il pubblico sulla base non solo di ciò che viene scritto sulla pagina ma anche sulla base di ciò che ogni lettore pubblica sulla propria bacheca. Quindi chiedete pure l'amicizia, ma non vi assicuro che vi sarà data. In ogni caso, si può seguire il profilo anche senza chiedere l'amicizia :)

E se no a che serve, questo gigantesco apparato di auto-schedatura di massa? A organizzare rivoluzioni di successo come quella egiziana? :)