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sabato 27 novembre 2004

Integrazione televisiva

di Massimo Gramellini
La Stampa, 26/11/2004

Era un telegiornale dell'ora di pranzo e fra gli abitanti di Salò che venivano intervistati sul terremoto è comparsa una ragazza maghrebina. In un italiano reso concitato dalle circostanze, ma tecnicamente superiore a quello di molti ospiti di Biscardi, la giovane donna ha raccontato le solite cose che si dicono in questi casi: lo spavento, la fuga per le scale, la notte all'aperto, il timore di rientrare a casa. Poi il montaggio ha «staccato» dal suo volto per posarsi su quello di un signore dall'accento bresciano.

Sul momento sembrava non fosse successo niente. Soltanto in seguito mi è venuto in mente che era una delle prime volte, forse la prima, in cui un immigrato africano non veniva interpellato da un servizio importante del tg per parlare della sua condizione di immigrato, del velo islamico o di Bin Laden, ma per testimoniare un fatto della vita che lo aveva coinvolto come residente, al pari di un qualsiasi italiano. La vera sorpresa positiva, in fondo, era che sulle prime non me ne fossi neppure accorto. Come se intervistare una maghrebina sul terremoto, ma anche solo il traffico o la spesa, rappresentasse una pratica scontata.

L'integrazione è un lavoro duro che richiederà generazioni e non si liquida certo con un siparietto televisivo. Però le buone notizie latitano e quando ci sono sembrano sempre così retoriche e poco interessanti. Questa notizia era piccola ma indubbiamente buona e può darsi che qualche lettore, dopo averla depurata di ogni retorica, riesca a trovarla persino interessante.