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mercoledì 14 luglio 2004

Il treno della vergogna

Una riflessione sulle responsabilità e sui meccanismi della propaganda giornalistica nel caso ideato dalla  mitomane francese di nome Marie Léonie L. (23 anni). La donna aveva denunciato di essere stata  insultata, derubata, spogliata e fisicamente aggredita da un gruppo di giovani immigrati marocchini; notizia che ha fatto il giro del mondo, prima che si scoprisse che il tutto non era altro che un’ignobile montatura.

Il caso giornalistico che ha monopolizzato l’opinione pubblica europea per qualche giorno, poi rivelatosi una miserabile - ma non per questo meno pericolosa – montatura, opera di una mitomane francese di nome Marie Léonie L. (23 anni), merita davvero una riflessione. La donna in questione ha denunciato di essere stata insultata, pestata e derubata da un gruppo di giovani immigrati marocchini che le avrebbero anche tagliato i capelli, strappato i vestiti per tracciare sul suo ventre tre svastiche con un pennarello - al grido di "sei ebrea" - prima di fuggire, travolgendo nella corsa la carrozzina con il bambino su un treno della metropolitana francese. Questa riflessione potrebbe dare una risposta al quesito che il moderatore Jehangir Sarosh poneva aprendo i lavori del convegno internazionale su "Media e verità", organizzato a Roma dalla sezione europea di Religioni per la pace: "Esistono i nemici o ce li creiamo noi?".

Dietro alla fertile immaginazione della mitomane ventitreenne, già conosciuta dalle forze dell’ordine per aver compiuto in passato almeno una mezza dozzina di denunce di aggressione rimaste senza esito, e smentita - sin dal primo istante - da madre, parenti ed amici, smentite confermate d’altronde dall’assenza di immagini sospette nelle registrazioni delle telecamere, dalla mancanza di testimoni a favore se non di quello che ha affermato di aver visto la "vittima" salire molte fermate prima con i vestiti già strappati, per arrivare in ultima battuta alla squallida confessione della "vittima" stessa, si cela in effetti un grosso problema.

Quello della propaganda vergognosa e martellante a danno delle comunità musulmane e degli immigrati arabi residenti in Europa. Quella propaganda che abbonda di titoli forti, linguaggi coloriti, infetta di tutti i termini che possono creare ansia, disagio e allarme nel lettore,  impachettata e commercializzata da importanti case editrici anche in versione libro dalla copertina lucida e dal titolo dorato. Perché quella propaganda ha - senza ombra di dubbio - ispirato la mitomane nella progettazione, fin nei minimi dettagli, di un caso giornalistico da prima pagina, perfettamente aderente al periodo buio che stiamo vivendo.

Chi conosce i meccanismi della propaganda sa che la prima tappa è quella di indurre nel pubblico l’autocommiserazione, facendo appello ai maltrattamenti e alle ingiustizie subite (argomento che funziona sempre benissimo con chiunque); ed è proprio quello che è successo con questo caso: una ragazza-madre, un bimbo di tredici mesi in carrozzina, i passeggeri indifferenti che non sarebbero intervenuti mentre la "vittima" veniva insultata, derubata, spogliata e fisicamente aggredita da un gruppo di giovani immigrati. E, ciliegina sulla torta, la carrozzina che viene rovesciata alla fine lasciando la "vittima" in uno stato di "trauma psicologico".

La seconda tappa, dopo aver così indotto una "giusta indignazione", consiste nell’ individuare un nemico esterno responsabile di tali ingiustizie; e non è affare da poco, poiché qui è in ballo la delicata questione dell’ individuazione di un nemico metafisico che il cosiddetto "mondo libero", nella fattispecie la sua espressione politica, orfana degli spauracchi rappresentati dai totalitarismi, deve pur darsi per poter perseverare nella convinzione di avere la coscienza a posto. Quel nemico se lo sono subito trovati, i mercenari della carta stampata, molto tempo prima che la mitomane se ne appropriasse: arabi e musulmani, specie quelli residenti in Occidente, meglio se qualificati come giovani (cosi si ha la certezza che i geni "islamici" resistono ai cambi generazionali anche all’estero), prepotenti (in gruppo, cosi viene naturale asserire che - se non sono codardi - almeno agiscono secondo la logica primordiale del branco), armati (preferibilmente di coltelli, pare che siano di moda adesso), maschilisti (secondo la logica per cui un musulmano è certamente in grado di prendersela con una giovane madre) integralisti ed antisemiti (ma di queste due accuse ormai si può tacciare chiunque, basta che sia musulmano e che non condivida la politica di Sharon). La miscela ideale per far sentire il cittadino occidentale medio assediato da orde di fanatici taglia- gole.

Da queste due tappe alla terza il passo è breve: suscitare l’odio contro il nemico. Ma di questo, più che i giornali, si occupano i partiti politici che pur di acchiappare qualche voto tappezzano la città di manifesti con scritte eloquenti tipo "No Islam", chiedendo che la società "si risvegli" e "reagisca" (non si è capito in quale senso esattamente). Dopo l’odio, viene evocato il sentimento dell’onnipotenza e della possibilità di portare vendetta, perché l’odio esorcizza la paura. E di questo, per ora, si occupa l’amministrazione americana, con risultati - in termini di lotta al terrorismo - a dir poco discutibili. Ci sono dunque delle fasi nella propaganda che vanno dalla depressione alla paranoia, e poi alla megalomania. E come ben si sa, un pò di paranoia è sempre funzionale a qualunque situazione di guerra. Ed è proprio un clima di guerra quello che, volenti o nolenti, viviamo al giorno d’oggi. Almeno di guerra psicologica.

Dopo l’11 settembre, i media hanno ripetuto fino alla nausea che "Da oggi il mondo non è più lo stesso". Sicuramente quello dei musulmani, specie quelli residenti in Occidente, non lo è più. I primi a non sentirsi sicuri in questo pianeta erano e sono tuttora proprio loro. E descrivere il loro stato d’animo ogni volta che un giornalista se ne esce con il pezzo forte sul pericolo degli "integralisti" che si annidano nel cuore della madrepatria, è un’impresa abbastanza ardua. E questo, forse, i lettori occidentali non lo sanno. Perché a seguire i media occidentali sembra che i musulmani non abbiano paura. Non possono avere paura. E come potrebbero averne se proprio alle loro spalle figurano gli sgozzatori senza pietà e gli sceicchi della guerra santa?

Del clima di paura in cui vivono i musulmani a partire dall’11 settembre, del loro timore di finire ingiustamente al centro di una montatura come quella sopra descritta, capri espiatori per una pubblica opinione che chiede la testa del primo immigrato che capita, della loro paura di essere fisicamente o verbalmente aggrediti e magari anche uccisi per strada da qualche esaltato o folla di esaltati o di essere più semplicemente discriminati e impediti nella ricerca di un’occupazione o di una degna sistemazione che non sia quella di un garage fatiscente, del loro disagio nel vedersi quotidianamente costretti a difendersi, a scacciare e negare pregiudizi e luoghi comuni... di tutto questo nessuno parla. Ma che i musulmani siano animati dagli stessi sentimenti umani del resto della popolazione mondiale è dimostrato dal fatto che c’è chi, spinto dalla propria paura, ha deciso di tornare in patria prima di diventare vittima di questo squallido clima di propaganda, come gli studenti di origine araba che si sono autoesiliati interrompendo gli studi nelle università americane dopo l’11 settembre (accontentando così la Fallaci, che si è augurata il divieto agli studenti arabi di proseguire gli studi nelle università occidentali). C’è chi si è limitato a togliere la targhetta del citofono per paura di essere "individuato" dal primo esaltato di passaggio, ma questo di sicuro non lo fa sentire più tranquillo.

Ci mancavano solo i mitomani, ora, per creare un clima di allarmismo e di accresciuto odio nei confronti dei musulmani residenti in Europa. Come se non bastassero -  a questo scopo -  le schiere di pseudo-scrittrici e pseudo-esperti (ultimamente perfino Monica Bellucci si è messa a spiegare l’Islam sulle pagine di Vanity Fair) che, giorno dopo giorno, sprecano inchiostro e carta  per inventarsi casi e dettagli che si rivelano - tutti  e puntualmente - falsi, e sulla cui coscienza ricadrà un giorno il sangue del musulmano di turno che potrebbe benissimo essere linciato da una folla di esaltati istigati dalle loro menzogne. "Mi chiedo in che società viviamo, a quale livello di barbarie siamo arrivati", si era chiesto Patric Gaubert, segretario della Lega per i diritti dell’uomo in Francia, in una prima reazione dopo la diffusione della notizia dell’ "aggressione". Domanda che i musulmani residenti in Europa si stanno ponendo da un bel pò di tempo e che finora è rimasta senza risposta.