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sabato 29 gennaio 2005

La mano di fatima

Amuleti e talismani nella tradizione islamica
di Sherif El Sebaie

Il talismano e l’amuleto rispondono, ciascuno a suo modo, a determinate funzioni. Il primo, che ha la forma di un astuccio, deriva la capacità di difesa dal suo contenuto: foglietti coperti di iscrizioni ma anche feticci o sostanze fabbricate artigianalmente e dotate di virtù segrete. Quanto al valore magico dell’amuleto, esso sta nella sua stessa forma e nei simboli e segni di cui è decorato: non serve dunque come involucro per un oggetto magico, ma è magico in sé e vi compare sempre una zona caratterizzata da disegni e fregi in base ai quali si definisce. La decorazione si può trovare anche sul talismano, che però a volte è ridotto a semplice involucro, senza decorazioni o segni che ne indichino la funzione dal momento che il potere appartiene a ciò che sta all’interno. A talismani ed amuleti è attribuito un potere magico, occulto, che si mescola con le virtù sacre e religiose di cui pure sono carichi, da qui la mescolanza di simboli e di credenze a cui rimandano. I musulmani, come i fedeli di altre religioni d’altronde, erano e sono molto portati a questo genere di pratiche, tanto che talismani ed amuleti si portano come un ornamento, appesi al collo o alla cintura. Possono essere messi anche al collo dei bambini dopo lo svezzamento per proteggerli dalle malattie o sui loro cappellini da preghiera; Un tempo se ne addobbavano addirittura gli animali per paura delle epidemie. Un passo dei Viaggi di Ibn Battutah, un avventuriero maghrebino del XIV secolo, dimostra l’importanza di tale costume. Evocando con nostalgia il paese natale egli scrive : “È il paese dove mi hanno messo al collo gli amuleti; è la prima contrada la cui polvere ha toccato la mia pelle”.

Il primo pendente apotropaico della tradizione islamica, molto comune, è l’amuleto a forma di libro, “Kitab”, o rilegatura del Corano. La forma quadrata riproduce il volume del libro sacro e il frontone decorato lo scrigno prezioso che lo contiene, mentre i vari motivi si riferiscono alla pratica del culto islamico: citazioni grafiche che esprimono la sottomissione a Dio, il riconoscimento della sua autorità e la protezione che deriva da tale atteggiamento; archi a ferro di cavallo che evocano l’architettura della moschea. Una simile trasposizione simbolica non appartiene solo alla tradizione musulmana. Infatti, già i Bizantini si adornavano di ciondoli che rappresentavano un evangeliario secondo uno schema analogo, con disegni di arcate simbolo della “Casa di Dio”, la Chiesa. Il secondo pendente, anch’esso molto comune, è la rappresentazione della mano aperta, in arabo detta “Khamsah”, che indica il numero “cinque” legato al numero delle dita. Non è di origine islamica ma è entrata a far parte del repertorio musulmano. La sua storia risale all’antichità: in alcune tombe dell’Età del Ferro furono ritrovati scheletri seppelliti assieme a piccole mani di metallo. Romani, Israeliti e Fenici la riproducevano sui monumenti. La mano in effetti è ritenuta uno degli strumenti più perfetti e preziosi dati da Dio all’Umanità. La vita stessa scaturisce dalla mano che crea e pianta.

Il gesto universale e spirituale della preghiera, della benedizione, dell’implorazione che il disegno della mano esprime fisicamente, ne spiega il riferimento alla religiosità in generale, senza distinzioni confessionali. Ma l’antica mano è stata adottata più facilmente dalla fede islamica perché la sua concezione numerica obbedisce all’origine dei cinque principi fondamentali del culto musulmano: l’assoluta sottomissione a Dio e al suo Profeta attraverso la testimonianza di fede, la preghiera, il digiuno, l’elemosina e il pellegrinaggio alla città santa della Mecca. Il fedele musulmano, inoltre, prega cinque volte al giorno con le mani alzate in un gesto che potrebbe essere interpretato come un atto di difesa contro il maligno. Le cinque dita simboleggerebbero inoltre le cinque persone più sante dell’Islam: Muhammad (Maometto), Alì, Hassan, Hussein e Fatima. Non a caso la stessa mano viene chiamata, stando alla celebre espressione popolare, “la mano di Fatima”. I popolo islamici confidavano e confidano tuttora in essa e nelle sue capacità curative e la rappresentano ovunque - persino sulle porte - per tenere lontano il male e il dolore. La mano, segno di potere e al tempo stesso di difesa, scongiura e allontana anche il malocchio (ecco perché al suo centro compare spesso una rappresentazione dell’occhio umano, di colore blu – quello del cielo e quindi della residenza divina – in modo tale da confondere gli spiriti maligni), donde l’espressione popolare araba “khamsa fi ‘aynik”: cinque (dita) nel tuo occhio (malavagio)”.

(Il testo sopra riportato è stato pubblicato sul retro di una scheda distribuita in occasione dell'inaugurazione della mostra "Islam e Cristianesimo Ortodosso", curata dal sottoscritto)