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sabato 30 aprile 2005

Integrati. Purché silenziosi.

Leggo spesso sui quotidiani, e sento ancora più spesso parlare in Tv, di "esempi di integrazione". Mi riferisco in particolare a due comunità, quella del Punjab e quella cinese, spesso e volentieri portate ad esempio di comunità immigrate integrate in Italia. L'altro giorno leggevo una rivista, con l'ennesimo articolo sugli immigrati del Punjab "perfettamente integrati in Italia". Sono articoli che non lo dicono ma che, implicitamente, vogliono far apparire queste comunità in contrapposizione a quelle musulmane, ree di suscitare troppi dibattiti (perfetto stile Lega insomma, per cui si dovrebbero avvantaggiare, nell'immigrazione, altre nazionalità e confessioni) e un titolo ha attirato la mia intenzione: "Silenziosi ma integrati".

Il punto è che non si può essere integrati rimanendo silenziosi, altrimenti si rischia di scambiare un atteggiamento arrendevole e sottomesso, ovviamente dettato dalla necessità, per integrazione. "Integrazione" significa sentirsi parte integrante, appunto, del tessuto della società e quindi, più che "integrazione" si dovrebbe parlare di "interazione". E l'interazione si fa scambiandosi opinioni, lanciando proposte, sfidando il sistema nei suoi punti deboli, spronandolo a cambiare, a stare al passo con i tempi, insomma...a migliorare. L'interazione non è un processo calmo, bensì un processo movimentato. E tanto meno silenzioso....Ma lo è proprio perché è un processo vitale e vitalizzante. Non mancano di certo quelli che intendono l'interazione come occasione per alzare la voce o fare richieste assurde o controproducenti, spesso in chiave pubblicitaria personale (e gli esempi da Adel Smith in poi non mancano), ma questo non significa che si debba ridurre il processo di integrazione degli immigrati ad una semplice "constatazione di debolezza" da parte loro, con conseguente silenzio e neutralità.

Io tutta questa integrazione da parte della comunità del Punjab, per esempio, non la vedo. Si, certo, hanno accettato a fare un lavoro che nessun italiano vuol più fare e cioè mungere le vacche e preparare il parmigiano. Ma fare i mungitori di vacche stagionali in cambio della possibilità di conservare propri usi e costumi in una specie di limbo isolato dal resto del contesto non mi sembra un gran risultato di integrazione. Certo, hanno sostituito il turbante con un foulard e magari portano dei pugnali più piccoli (lo impone la religione Sikh ad ogni uomo adulto), e continuano a professare il loro culto in un grande locale trasformato in tempio dato in concessione dal comune ma interamente finanziato dalla comunità stessa. Ma non si sente la loro voce, non c'è un centro culturale che promuovi mostre ed eventi, non lanciano proposte, non si vede un loro rappresentante in Tv fare richieste, non "pretendono" un diritto di voto. So che a qualcuno questo magari fa anche piacere, che se ne stiano "zitti zitti buoni buoni" e senza "rompere le scatole più di tanto" ma io vedo l'altra faccia della medaglia, e cioè a me sembra che a queste comunità, in realtà, non gliene freghi nulla di tutto il resto, a patto che continuino ad avere alcune, effimere, concessioni.

Il processo di "integrazione", di cui si ciancia tanto sui media, non è questo. E' un processo che deve portare ad un mutuo arricchimento, ad una dinamicizzazione della società. E' un continuo tira-molla, con lanci e rilanci, con sfide, successi e fallimenti. Il fatto che Porta a Porta ci proponga Adel Smith come esempio di musulmano che ha una proposta da fare per poi parlare del crocefissino dell'aula scolastica (e ultimamente durante una conferenza io ed altri ascoltatori abbiamo avuto l'opportunità di sentire il retroscena di quell'invito, con la redazione di Porta a porta che volutamente ignora le opinioni che indicano in Smith un personaggio rappresentativo solo di sè stesso e per ben due volte), o che un giornale tiri su un caso su una proposta di scuola per soli musulmani, non significa che non ci siano immigrati con proposte valide e sensate da fare per una maggiore interazione tra immigrati e residenti.

Significa solo che finora viene privilegiata la scelta dell' "Integrati si... ma se e solo se...silenziosi" e se una comunità accenna a voler dare un'impronta diversa al dialogo, si vanifica il suo operato, con i soldi dei contribuenti, con un fenomeno da baraccone sbattuto in prima serata o sulla prima pagina di un quotidiano. Tutto qua.