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giovedì 30 giugno 2005

L'Egitto copto e l'Islam

Il nome “Egitto”, oggi abitualmente usato nelle lingue occidentali (ma non dagli egiziani), fu usato dai greci e dai romani. Il termine è l’adattamento greco di un antico termine egizio e la seconda sillaba deriva probabilmente dalla stessa radice dell’aggettivo “copto”. In arabo Egitto si dice Misr, nome diffuso dai conquistatori arabi (e utilizzato ancora oggi) e legato ai nomi semitici che nella Bibbia e in altri testi antichi erano utilizzati per indicare quello che noi chiamiamo Egitto.

Nei primi secoli dell’era cristiana, i geroglifici furono sostituiti con il copto, l’ultima forma dell’antica lingua egiziana trascritta in un alfabeto adattato dal greco con l’aggiunta di alcune lettere addizionali derivate dal demotico. Le prime attestazioni della scrittura copta iniziano ad apparire col II secolo a.C. mentre la sua piena affermazione può essere fatta risalire al I secolo d.C. Con la conversione al Cristianesimo, il copto divenne la lingua nazionale di cultura dell’Egitto cristiano e tale restò sia durante il periodo romano sia, in seguito, con i bizantini. Dopo la conquista araba, la successiva islamizzazione e arabizzazione dell’Egitto, anche gli egiziani che continuavano a professare il Cristianesimo adottarono la lingua araba. Oggi, i cristiani d’Egitto (circa 10 milioni di persone) sono ancora chiamati copti, ma la lingua copta sopravvive solo all’interno della liturgia della chiesa copta.

I testi copti mostrano una buona disposizione verso i primi governatori musulmani e in specie nei riguardi di 'Amr, il comandante che guidò la campagna araba di conquista del paese, insistendo sull'aiuto volontario datogli da parte dei funzionari imperiali cristiani fedeli al monofisismo. E così dobbiamo a uno di quei responsabili bizantini, Sanutios (Sanut) il resoconto ad 'Amr del triste destino subito dal patriarca Beniamino, «esule per paura dei Romani»; il governatore 'Amr, evidentemente ignaro del posto esatto dove si nasconde il patriarca, invia una missiva a tutte le province egiziane promettendo «tutela, garanzia e pace di Dio per il luogo dove è rifugiato Beniamino, il patriarca dei cristiani copti». Di conseguenza Beniamino ritorna e l'emiro, dopo averlo accolto con grande solennità e deferenza, gli chiede di «riprendere il governo di tutte le sue chiese e del suo popolo e di amministrare i loro affari », anzi sollecita persino le sue preghiere affinché possa andare verso ovest e prendere possesso della Pentapoli. Il patriarca esaudisce il suo desiderio, ma, oltre alle preghiere, proferisce «un'omelia che suscita l'ammirazione di 'Amr e di tutti gli astanti». E ben di più fece Beniamino: il testo aggiunge infatti che egli rivelò ad 'Amr certi segreti che lo rassicurarono maggiormente circa il suo progetto di marcia verso ovest e sul modo più facile per realizzare tale impresa, a cui, d'altronde, partecipò anche il copto Sanut.

La collaborazione dei copti persistette a lungo dopo la fase della conquista. All'inizio del secolo VIII, il governatore 'Abd Al-'Aziz, fratello di 'Abd Al-Malik, gradito anche agli Armeni, è ritenuto dai testi copti un uomo giusto, tanto che i cristiani gli riconoscono un certo diritto di vigilanza sugli affari interni della propria Chiesa. E in effetti egli dirime con scrupolo le numerose controversie tra candidati al patriarcato, dando prova di una reale amicizia verso i cristiani. Quando il patriarca Isacco è contestato da un certo Giorgio, assistiamo a un vero e proprio “giudizio di Salomone”: 'Abd Al-'Aziz convoca pubblicamente i due contendenti e, tra le grida degli astanti, prima ostili poi entusiaste, allontana Giorgio, che si era presentato vestito con gli abiti sacerdotali, per confermare Isacco «che indossava l'umile tonaca da monaco». Da quel momento sembra accordata ogni libertà al capo della Chiesa copta, il quale può convocare un concilio ad Alessandria, «ciò che non erano riusciti a fare gli arcivescovi suoi predecessori, per colpa dei nemici della nostra fede (i romani, ndr)». (Si tratta in effetti di testi cristiani, ndr)

Leggiamo ancora che i due personaggi «si sedevano insieme e avevano incontri poiché il re vedeva il gran numero di guarigioni operate dal patriarca. Accadde una volta che mentre il nostro padre recitava la sinassi si trovò a passare il re seguito da una gran folla, egli si avvicinò alla porta della chiesa e guardò dentro. Vide allora l'arcivescovo davanti all'altare, circondato dal fuoco ... Il re fece chiamare l'arcivescovo e quando costui arrivò lo interrogò dicendo: "Quando eri vicino all'altare, con chi parlavi in quel momento?" Il santo arcivescovo gli rispose con queste parole: "Parlavo con il mio Dio" ... Allora il re, colmo di stupore, così si espresse: "La vostra fede è grande, oh cristiani..." Da quel giorno Beniamino fu un profeta agli occhi del re che lo chiamava a ogni istante col nome di patriarca e lo portava con sé ovunque andasse». Il testo (cristiano, ndr) conclude poi affermando che «il re edificò chiese e monasteri di monaci intorno alla sua città poiché egli amava i Cristiani».

(Brano tratto dal saggio di Alain Ducellier, Cristiani d'Oriente e Islam nel Medioevo, Ed. Einaudi)