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martedì 12 luglio 2005

11 luglio: l'Occidente restò a guardare


Srebrenica è una cittadina della Bosnia orientale ai confini con la Serbia. Nel 1992 contava, coi sobborghi, quasi 40.000 abitanti, il 75% dei quali musulmani. Nel 1993 fu dichiarata "zona protetta" dalle Nazioni Unite che lì dislocarono un contingente di caschi blu olandesi. L'11 luglio del 1995, la cittadina fu "liberata" dalle truppe serbo-bosniache senza nessuna opposizione dei caschi blu che dovevano proteggere la popolazione. Nei giorni successivi si perpetrò il più imponente massacro avvenuto in Europa dalla II Guerra Mondiale. Tutti i maschi, dai 12 anni in su, più alcune centinaia di donne e bambini, furono trucidati o morirono nel tentativo di scappare dall'area assediata. Tra 8.000 e 10.000 morti, queste sono le cifre attorno alle quali si aggirano le stime della Croce Rossa Internazionale, delle commissioni varie e delle associazioni dei parenti. Non meno di 7800 comunque, se si prende per buona la cifra fornita da una commissione serbo-bosniaca. Sinora sono state aperte 40 fossi comuni, altre 30 sono state individuate. Il tribunale penale internazionale (quello boicottato dagli Stati Uniti, per intenderci) ha confermato in modo definitivo che quello di Srebrenica è stato un «genocidio». Ieri, dieci anni dopo l'episodio che ha fissato per l'eternità l'orrore e la viltà dell'Occidente, i parenti hanno pianto la perdita dei loro cari. Il funerale celebrato solo ieri, a dieci anni dai massacri, è tornato per ricordare all'Europa e all' Occidente l'11 luglio musulmano, quando inermi civili assistettero impotenti al massacro dei loro parenti: più di 8 mila musulmani, sterminati e nascosti in qualche modo nelle fosse comuni. Ieri, a Srebrenica, nella giornata che dovrebbe ricordare a molti che non tutti i musulmani sono persecutori ma che gran parte dei perseguitati - in Occidente - sono proprio i musulmani (nella speranza che le comunità immigrate nei vari paesi europei non facciano la stessa fine), si sono riuniti in migliaia per commemorare le vittime delle milizie serbo-bosniache guidate dal generale Mladic. Alla cerimonia erano presenti, oltre ai delegati di una cinquantina di Paesi, il responsabile della politica estera e di difesa dell’Unione Europea, Javier Solana, che ha dichiarato in un comunicato che «le vittime avevano posto la loro fiducia nella protezione internazionale, e noi non siamo stati all’altezza: si è trattato di un fallimento vergognoso, collettivo e colossale». Sulla stessa linea Holbrooke, che ha parlaro di «un fallimento della Nato e del contingente di pace dell’Onu, una tragedia che non avremmo mai dovuto permettere potesse accadere». Anche il ministro degli Esteri della Gran Bretagna, Jack Straw, presidente di turno dell’Unione Europea «è una vergogna per la comunità internazionale che un tale diabolico crimine si sia svolto sotto i nostri occhi e che non si sia riusciti a fare abbastanza per impedirlo». Il ministro britannico ha definito inoltre «scandaloso» il fatto che a dieci anni dal massacro i responsabili, Radovan Karadzic e Ratko Mladic, che furono rispettivamente la guida politica e militare dei serbi di Bosnia, siano ancora latitanti, grazie all'appoggio di cui godono tuttora in Serbia. Straw ha anche trasmesso un messaggio del premier britannico Tony Blair: «Non dimenticheremo mai la vostra sofferenza terribile, vi esprimiamo la nostra solidarietà nello stesso modo in cui voi avete espresso la vostra per gli attentati di giovedì a Londra». Ma per capire gli attentati a Londra, bisogna - appunto -non dimenticare mai le 8.000 e passa vittime di Srebrenica che morivano mentre l'Occidente, semplicemente, guardava impassibile.