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lunedì 18 luglio 2005

Fallaci, il Dio Buono e il Dio Infanticida


Ovviamente ce l’aspettavamo, l’articolo della Fallaci sugli attentati di Londra. Era impossibile infatti che ci risparmiasse l’ennesima filippica editoriale di stampo razzista e xenofobo. Sollecitata dal Corriere, ormai specializzato in questo tipo di attività editoriale, ha pubblicato il solito lungo articolo che ripropone gli stessi concetti che va ripetendo - come afferma lei stessa - da quattro anni a questa parte, ovvero “Guerra-all'Occidente, Culto-della-Morte, Suicidio-dell'Europa, Sveglia-Italia-Sveglia”. Ovviamente, il tutto è condito della negazione dell’esistenza di un Islam moderato descritto come “frode” e con la denigrazione di milioni di musulmani colpevoli di professare un credo “barbaro”. Questa volta la Fallaci si spinge perfino oltre e bolla l’Ebraismo e l’Islamismo come religioni infanticide, paragonando il Dio “barbaro” e “sanguinario” di musulmani ed ebrei dove “il buon Abramo che per ubbidire a Dio stava per sgozzare il suo bambino come un agnello” al “Dio padre, il Dio buono, il Dio affettuoso che predica l'amore e il perdono” del Cristianesimo. Eppure, proprio in nome di quel Dio Buono gli ebrei vennero dati alle fiamme assieme alla loro sinagoga e i cristiani ortodossi e i musulmani passati a fil di spada durante le Crociate. Proprio in nome di quel Dio Buono è stata giustificata la schiavitù e l’eliminazione di intere popolazioni aborigene. Proprio in nome di quel Dio Buono vengono freddati i medici abortisti davanti alle loro cliniche in Usa. Proprio in nome di quel Dio Buono i bambini armati dell’Uganda uccidono e sventrano per costruire uno stato retto dai dieci comandamenti. Proprio in nome di quel Dio Buono, e con i rosari appesi ai cannoni, vengono assediate e rase al suolo città come Falluja.

La Fallaci si compiace dell’aggettivo “islamico” che viene affibbiato quotidianamente alla parola terrorismo (chissà perché, ai tempi dell’IRA, non si parlava di terrorismo “cattolico”), liquida frettolosamente le condanne indignate dei musulmani “Ora anche i collaborazionisti e gli imam esprimono le loro ipocrite condanne, le loro mendaci esecrazioni, la loro falsa solidarietà coi parenti delle vittime”, e torna alla carica sbandierando il pericolo del nemico “in casa”, individuabile – secondo lei – in ogni musulmano residente in Occidente, “il nemico trattato da amico”, che accusa di essere – in grande maggioranza - collaboratore e fiancheggiatore dei terroristi, quando dice “il nemico non è affatto un'esigua minoranza. E ce l'abbiamo in casa” e quando parla della presenza – all’interno delle città occidentali - di “una città straniera che parla la propria lingua e osserva i propri costumi, una città musulmana dove i terroristi circolano indisturbati e indisturbati organizzano la nostra morte”. Si rallegra degli arresti, delle perquisizioni e delle espulsioni che finora – per fortuna – non hanno portato a nulla di concreto. Accusa quindi di “connivenza” i magistrati onesti che vogliono anteporre la legalità alla carriera personale, nonché chi crede nella società multietnica e nel pluriculturalismo. E, come se non bastasse la “plebaglia” (termine con cui la Fallaci indica il folto gruppo di affiatati lettori e ammiratori), l’anziana scrittrice ora si compiace degli editorialisti e perfino di alcuni esponenti politici, che stanno riprendendo i suoi “concetti” e il suo “lessico” nelle loro esternazioni pubbliche: “Sì, è vero: sui giornali che nel migliore dei casi mi opponevano farisaicamente la congiura del silenzio ora appaiono titoli composti coi miei concetti e le mie parole.[…] Sì, è vero: sia pur senza ammettere che non avevo torto l'ex segretario della Quercia ora concede interviste nelle quali dichiara che questi-terroristi-vogliono-distruggere-i-nostri-valori, che questo-stragismo-è-di-tipo-fascista-ed-esprime-odio-per-la-nostra-civiltà”. Forse è proprio questo l’aspetto più preoccupante nell’intera faccenda: il razzismo che diventa linguaggio comune, che trova sostenitori perfino fra chi dovrebbe combatterlo. Così come è preoccupante che venga descritto come semplicemente “vivace” uno come l’Eurodeputato Borghezio condannato (anche se ha beneficiato della condizionale) per aver appiccato il fuoco ad un dormitorio di immigrati e multato per aver violentemente picchiato un bambino marocchino: la violenza becera indicata come via per sfogare la propria rabbia.

Nonostante tutto ciò, nonostante la diffusione del razzismo mascherato da libera opinione, e la legittimazione della violenza, la Fallaci non è soddisfatta: giudica l’operato insufficiente, addirittura inutile. Tutto continua come prima, secondo lei. Si indigna infatti per la vignetta del Times, “quella dove accanto a un kamikaze con la bomba si vede un generale anglo-americano con un'identica bomba. Identica nella forma e nella misura. Sulla bomba, la scritta: «Killer indiscriminato e diretto ai centri urbani». Sulla vignetta, il titolo: «Spot the difference, cerca la differenza»”. Se la prende con la giornalista del Guardian, che attribuiva la colpa a Bush e rivolgendosi a lei strilla “Giovanotta, l'11 settembre la guerra in Iraq non c'era. L'11 settembre la guerra ce l'hanno dichiarata loro. Se n'è dimenticata?”. Evidentemente la giovanotta, invece, era meglio informata: l’11 settembre del 2001 arriva dopo dieci anni di embargo all’Iraq che hanno mietuto milioni di vittime per mancanza di medicinali e di beni di prima necessità. E non sto parlando di quelli rubati da Saddam, il Didattore foraggiato dagli Usa che non solo non è stato spodestato dall’embargo ma che si è pure arricchito – e, assieme lui, tanti altri responsabili e politici occidentali rimasti tuttora impuniti – sulla pelle dei civili iracheni, sto parlando dei beni espressamente indicati come “pericolosi” (antibiotici, pezzi di ricambio per apparecchiature ospedaliere, perfino vasi da notte, matite e libri di testo scolastici) nelle liste approvate e applicate da chi ha deciso e portato avanti, sfruttando il nome dell’Onu, quella colossale frode-genocidio. L’11 settembre arriva dopo quasi sessant’anni di completa indifferenza circa il problema israeliano-palestinese, un problema che viene presentato dal regista israeliano Giuliano Mer - intervistato alla trasmissione televisiva Report del 10 settembre 2004 - quando ha descritto i ragazzi del campo profughi di Jenin che si facevano esplodere contro i caterpillar che abbattevano le case: “Dei 23 kamikaze che si sono fatti esplodere a Jenin io ne conoscevo 6: nessuno era religioso, nessuno cercava vergini nel cielo, ciò che li spinge è che preferiscono morire piuttosto che vivere come morti”. Uno scenario più o meno comune a tutti i teatri di guerra comparsi negli ultimi anni in Medio Oriente, grazie all’insensata politica di Bush che sta influenzando negativamente l’economia dell’intera zona favorendo ancora di più il terrorismo, al posto di sconfiggerlo.

La strategia militare però, come è normale che sia, è accompagnata da una propaganda martellante commissionata da quelle lobby che hanno tutto l’interesse nel distogliere i propri popoli dai problemi della vita quotidiana, e che non vedono l’ora di giustificare la propria linea politica, anche se fallimentare, visto che è essenzialmente tesa ad arricchire alcune multinazionali di cui sono i principali azionisti. La scomoda verità che queste lobby, la Fallaci, e assieme a loro le versioni minori che imperversano ogni giorno sui quotidiani nazionali, vogliono nascondere al grande pubblico è che non esiste un terrorismo che nasce dal nulla. E quindi non esiste neanche un terrorismo che nasce da un odio “insensato” nei confronti dell’Occidente, della sua civiltà e dei suoi valori. Per dirla brevemente, non esiste un terrorismo aggressivo fine a sé stesso, perché il terrorismo altro non è che un metodo che parte da una determinata realtà sociale per conseguire un risultato politico. La verità è che terroristi non attaccano perché "invidiosi delle Torri gemelle" o "delle metropolitane occidentali": basta un giro nelle metropoli arabe per sincerarsene. Non gliene frega nulla di come sono vestite le occidentali e di cosa propongono le Tv locali alle due di notte. E non attaccano perché vogliono “distruggere, conquistare o islamizzare” l’Occidente, anche se la loro “pomposa” retorica lo lascerebbe intendere ai profani. Il terrorismo di Alqaeda non è affatto un terrorismo religioso, anche se di religione si ammanta: è un terrorismo politico, con metodologie e finalità strettamente geostrategiche ed economiche. Alqaeda non uccide gli inglesi, gli spagnoli o gli americani in quanto "cristiani", anche se ciancia retoricamente di "infedeli" (L'ambasciatore egiziano sgozzato, con moglie e figlia velate, è stato definito infatti anche lui ambasciatore "degli infedeli"), ma perché secondo la perversa logica qaedista, sono cittadini che hanno deciso con il loro libero voto di appoggiare governi che hanno portato avanti e mantenuto politiche ritenute ingiuste non solo da quei esaltati che - in modi barbari e tutt'altro che condivisibili - si sono auto-assunti il compito di "difendere" e di "vendicare" le loro comunità, ma anche gran parte dell'opinione pubblica mediorientale, cristiani arabi inclusi. I terroristi puntano a rovesciare i governi mediorientali sostenuti dall’Occidente, specie nei paesi resi instabili - e quindi sostanzialmente resi “appetibili” ed “accessibili”- dagli interventi militari occidentali, come in Iraq, o a ripristinare i governi fondamentalisti che prima esistevano, come in Afghanistan. E finché non avranno raggiunto quel obiettivo, gli attacchi continueranno perché funzionali alla loro immagine di “eroi vendicatori” di fronte alle masse arabe, continuamente tartassate da fotogrammi di vittime di bombe americane o di torture perpetrate dai soldati occidentali. Il terrorismo islamico si rifà banalmente alle stesse strategie e metodologie applicate da tutti i movimenti terroristici con rivendicazioni politiche, pur conservando la retorica religiosa funzionale a giustificare – sempre secondo il punto di vista estremista - certe azioni davanti alle popolazioni mediorientali che sono, essenzialmente, popolazioni molto credenti e sensibili al richiamo della religione. Ma queste popolazioni sono anche spinte da gravi situazioni di disagio, politiche ed economiche, che perdurano da lungo tempo sia in Medio Oriente che in Europa, dove l’integrazione delle comunità musulmane è – a differenza degli Stati Uniti – sostanzialmente fallita, e di certo non per colpa dell’Islam o dei musulmani, ma per colpa dei governi europei che hanno ghettizzato le comunità musulmane, inducendo alcuni suoi membri a seguire i fondamentalisti accolti invece a braccia aperte, nonostante le condanne e le inutili richieste di estradizione avanzate dai loro paesi di origine. Fondamentalisti che sono stati coccolati e vezzeggiati non, come vogliono farci credere, in nome della democrazia e della libertà di opinione, ma per esercitare ulteriori pressioni sul mondo arabo, già stritolato dalle minacce militari occidentali, dagli embarghi, dai conflitti sociali fra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri, dall’ aumento demografico, dalla disoccupazione e dall’analfabetismo.

E così, nei garage, nei cortili e negli appartamenti privati trasformati in moschee (perché la Fallaci e consimili si oppongono – stupidamente – alla costruzione di edifici dove sia possibile osservare, alla luce del sole, ciò che vi succede all’interno) e, laddove esistono, nelle moschee trasformate in centrali di reclutamento, questi fondamentalisti sono andati a reclutare giovani disagiati, diseredati, rifiutati. Perché sono davvero tali: quelli di Londra sono nati e cresciuti in quartieri poveri, almeno uno di loro è stato arrestato più volte per furto nei negozi. Reid, quello che aveva il passaporto britannico (madre inglese e padre giamaicano, signora Fallaci, non arabo ! (La Fallaci infatti scrive: “Un nemico che in Inghilterra s'imbottisce le scarpe di esplosivo onde far saltare in aria il jumbo del volo Parigi-Miami. (Parlo, s'intende, dell'arabo con la cittadinanza inglese che per puro miracolo beccarono sulla American Airlines)") era uno che non aveva mai visto il padre, continuamente in galera, spesso rifiutato dai suoi compagni di scuola per via delle origini e che è finito egli stesso in uno dei peggiori riformatori dell’Europa Occidentale. La situazione di disagio delle comunità musulmane europee è anche dimostrata dalle statistiche: in generale, i musulmani che vivono in Europa (di cui gli arabi sono una quota notevole) sono più poveri, meno istruiti, e in peggiori condizioni di salute del resto della popolazione. In Olanda, il tasso di disoccupazione tra i marocchini è del 22 per cento, circa quattro volte più alto di quello del resto del Paese. In Inghilterra la popolazione musulmana ha il tasso di disoccupazione più alto di tutti gli altri gruppi religiosi. E se questo succede, non è di certo colpa dei musulmani o dell’Islam. Perché negli Stati Uniti invece, i dati del Census Bureau affermano che mentre il 24 per cento degli americani si laurea, tra gli arabi americani i laureati sono il 41 per cento. Il reddito medio di una famiglia araba residente negli Stati Uniti è di 52.300 dollari ( il 4,6 per cento in più delle altre famiglie americane) e più della metà degli arabi americani possiedono la casa. Il 42 per cento dei cittadini americani di origine araba sono dirigenti o professionisti, mentre nel resto della popolazione americana solo il 34 per cento. La scomoda verità quindi è che i giovani kamikaze inglesi, francesi, hanno attaccato perché non esiste, in Europa, una strategia di risposta efficiente - sul piano sociale, culturale ed economico - al fenomeno del fondamentalismo islamico da affiancare, nel peggiore dei casi, all’opzione militare che sembra essere quella più gettonata da alcuni governi europei in questi anni.

Gli attentati di Londra hanno dimostrato non tanto il fallimento della società multietnica quanto quello delle strategie adottate dai paesi ospitanti per fronteggiare l’estremismo omicida. Hanno dimostrato che anche in Europa intere classi sociali, di immigrati che avrebbero dovuto risollevare e vitalizzare le società ospitanti, esistono realtà paragonabili a quelle dei paesi del terzo mondo, nella totale indifferenza di chi spreca i soldi pubblici finanziando spettacoli inutili e giornali xenofobi. Inutile chiedere continuamente ai musulmani residenti in Occidente di condannare, perfino prima di aprire bocca e proferire parola su qualsiasi argomento, salvo mettere in dubbio, successivamente, la loro buona fede: le loro condanne sono scontate, al pari di quelle espresse da un qualsiasi altro cittadino occidentale, o di quelle espresse da un qualsiasi essere umano degno di tal nome. Il fatto che tre-quattro-dieci-cento, fossero anche centomila o cento milioni di terroristi, abbiano scelto la violenza armata per far valere le proprie ragioni politiche, non deve indurci a bollare come terroristi il resto del miliardo e passa di persone, “colpevoli” di professare - o non professare - lo stesso credo di chi ha scelto di farsi esplodere per “riscattare” nell’Aldilà una misera e tormentata vita terrena, resa ancora più misera e tormentata dalle guerre “liberatrici”, dalle bombe “umanitarie” e dalle campagne di odio giornalistiche. E proprio per questo è inutile zittire ed accusare istericamente di “apologia al terrorismo” o di “connivenza con il nemico” chi invece vuole semplicemente andare al di là della condanna per analizzare le motivazioni e gli obiettivi di chi ha scelto di uccidersi uccidendo: tali considerazioni potrebbero rivelarsi vitali per sconfiggere, definitivamente, il terrorismo. La risposta al terrorismo non è continuare la propria vita come se nulla fosse, come ci chiedono i media, perché le nostre vite non potranno mai ritornare come prima: oggi tutti hanno un po’ paura e la vita non sarà più la stessa, specie per chi ha perso un familiare o un caro amico negli attentati che hanno insanguinato senza sosta questo pianeta martoriato in questi ultimi anni. La risposta al terrorismo non è cantare incessantemente “Vinceremo!”, in una battaglia di cui l’esito è tutt’altro che conosciuto e che rischia invece di degenerare, scatenando guerre mondiali e guerre civili. La risposta al terrorismo sta nel portare avanti la propria vita riflettendo nel contempo sul perché di tali tragedie e arrivando, immancabilmente, alla conclusione che la risposta al terrorismo non può che essere una maggiore integrazione, più rispetto verso tutti, e – soprattutto - meno generalizzazioni. Non dobbiamo cadere nel tranello teso dalla Fallaci e dai suoi simili, dalle lobby che vogliono farci credere che nel mondo esistono solo quelli che sono “con noi” e quelli che sono “contro di noi”: il mondo è uno solo, ed è di tutti. Adoperiamoci quindi, tutti assieme, a sconfiggere ogni tipo di terrorismo, incluso quello letterario, che vuole trascinarci in un circolo di violenza dove pochi – protetti dalle loro auto blindate e dalle loro scorte - hanno da guadagnare e molti, invece, da perdere.