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sabato 16 luglio 2005

Gli intoccabili

Una famiglia di immigrati italiani in Egitto, ai piedi delle piramidi, nel 1913
Secondo voi, se proponessi l'inapplicabilità delle leggi italiane agli arabi residenti in Italia, o quanto meno la loro invalidità se applicate senza una preventiva ratifica da parte dei loro paesi di origine, nonché l'inaccessibilità del domicilio degli immigrati arabi da parte dei Carabinieri e delle forze dell'ordine e una totale esenzione dalle imposte, secondo voi... sembrerebbe provocatorio abbastanza? Mi potrebbero invitare a Porta a Porta? Credo di sì... ci sarebbe però da chiedersi che fine farò una volta lasciato il set, visto che non godo (per fortuna direi) di nessuna scorta...

Eppure, fino al 1948, e cioè appena cinquantasette anni fa, oltre le dovute garanzie di ampia libertà, commercio e professione di fede, erano garantiti anche questi "diritti" agli immigrati italiani in Egitto: Erano esenti dalle imposte, salvo le tasse doganali. Il loro domicilio era inviolabile dalle autorità egiziane. Tutto quanto concerneva i loro beni e le loro persone era intoccabile. Erano ritenuti come se risiedessero nel loro Paese di origine. Non solo: erano sottomessi alla giurisdizione dei propri Consoli per quanto riguardava le contestazioni civili fra italiani e, in materia penale, cioè in caso di grave delitto, venivano giudicati dalla Corte d'Assise di Ancona (e così in paese straniero giudicavano Tribunali italiani.....). Sarà solo dopo la riforma emanata dal Khedive Ibrahim (1789 - 1848) e la creazione dei Tribunali Misti, che le contestazioni civili tra italiani ed egiziani verranno sottomesse alla giurisdizione di questi tribunali, che - in realtà - erano tutt'altro che egiziani. Giuseppe Ungaretti, il 6 agosto del 1931, scrive infatti: "L'italiano era, ed è ancora, una delle quattro lingue ufficiali dei Tribunali misti: italiano, francese, inglese e arabo. Ma, sebbene italiani siano gli avvocati principi di qui, sebbene la cancelleria sia stata organizzata da Italiani, e funzioni ancora in gran parte per merito di Italiani, sebbene al compianto presidente della Corte d'appello mista, Moriondo, la giurisprudenza di questi tribunali sia debitrice delle sue basi, sebbene al consigliere di Corte d'appello mista, Messina, l'Egitto dovrà il primo trattato di diritto misto, ormai nelle cause è in uso unicamente il francese" [Giuseppe Ungaretti, Il Deserto, Quaderno egiziano 1931, Il Cairo, ed. Mondatori 1996]. Nessuna legge egiziana poteva essere applicata agli italiani se prima non veniva ratificata dal governo italiano.

Tale regime, noto come "regime delle capitolazioni", aveva le sue radici nelle speciali concessioni che erano state fatte nei territori dell'Impero bizantino alle Repubbliche marinare italiane a decorrere dalla fine del secolo XI. Le concessioni si proponevano di garantire ai cittadini di tali Repubbliche, spesso giunti in quei territori al seguito dei crociati, una certa sicurezza ed autonomia, attraverso il riconoscimento della libertà di commercio e del diritto di avere proprie giurisdizioni nazionali. Dopo la caduta dell'Impero d'Oriente e l'insediamento dell'Impero Ottomano a Costantinopoli, i privilegi tradizionali delle antiche "colonie" straniere ebbero successiva conferma da parte dei Sultani. Le capitolazioni più antiche sono quelle di Trani (1063) e di Venezia (1079). Nella metà del secolo XII anche Pisa ottenne, dal Sultano Saladino (Salah ed-Din), molti privilegi e la facoltà di far giudicare i Pisani dai propri concittadini. Nel 1454, fra il Sultano Maometto II e il veneziano Bartolomeo Marcello fu stipulata una nuova capitolazione, la quale, confermando tutti i privilegi concessi, ne accordò di nuovi. Anche Firenze ebbe le sue capitolazioni, come pure Ancona, e queste antiche capitolazioni furono poi di modello a quelle che stipulò la Francia nel 1546 e più tardi l'Austria.

Il regime delle capitolazioni durerà quindi in Medio Oriente più o meno circa 850 anni. In Egitto finirà con la nascita del nazionalismo e la spinta del Partito Wafd che, nel 1936, pochi mesi dopo la morte di re Fuad, firmò il Trattato Anglo-Egiziano con il quale si sarebbe messa fine - almeno formalmente (i soldati britannici lasceranno infatti l'Egitto solo dopo la rivoluzione nazionalista del 1952) - alla colonizzazione inglese e al regime delle Capitolazioni (dopo un periodo di transizione di 12 anni). Fu così che solo a partire dal 1948, gli italiani residenti in Egitto si trovarono sottomessi alla giurisdizione egiziana, ispirata essenzialmente al codice napoleonico, e - successivamente, a partire dall'era Sadat, anche alla Sharia (si tratta in realtà di una clausola inserita da Sadat nella costituzione egiziana che indica la Sharia come fonte di legislazione. Una clausola inserita per accontentare i movimenti islamisti a cui Sadat aveva concesso ampie libertà. Vale però tuttora solo in materia di diritto familiare, mentre per i procedimenti civili e penali si applica la legge laica) . Qualcuno dovrebbe ricordare queste pagine di storia (che è anche storia italiana, intendiamoci) a chi parla dell' "arroganza" e della "presuntuosità" degli immigrati arabi, a chi ciancia della loro "intenzione di islamizzare l'Italia e applicare le loro leggi", a chi strilla istericamente "Padroni a casa nostra, se vogliono stare qua, rispettino le nostre leggi". Per carità: isterismi a parte, la pretesa del totale rispetto della Costituzione, delle leggi e delle forze dell'ordine italiane è una richiesta sacrosanta, soprattutto di questi tempi. Anzi, io sarei perfino a favore di un esame di lingua e di storia italiana, nel caso si dovesse concedere la cittadinanza o permettere un soggiorno stabile sul territorio. E sapete che vi dico? Sarei addirittura per l'estensione di tali requisiti agli stessi cittadini italiani, dal momento che perfino Oriana Fallaci, la "nostra" grande scrittrice, e futura Presidente del consiglio (ha detto che sarebbe disposta anche a scendere in politica, Dio non voglia) si è lamentata dell' ignoranza in storia: "In Italia, non sanno chi era Cavour"!

Veramente, più che Cavour, gli italiani di oggi non sanno come venivano davvero trattati i loro antenati nei paesi in cui emigravano, che non erano di certo solo gli Stati Uniti e il Belgio (dove finivano - spesso e volentieri - per essere derisi e pestati pubblicamente se non linciati). Non menzionano, per ignoranza oppure volontariamente, i paesi del Medio Oriente in cui sono giunti da poveri braccianti, e in cui - grazie all'ospitalità e a leggi "speciali" - hanno fatto fortuna. Oggi, affermano "Quando andiamo nei loro paesi, rispettiamo le loro leggi e non ci permettiamo di dire nulla". Certo, come no? Si sono solo scordati di un piccolo particolare: oggi ci vanno da turisti o da uomini d'affari. E, al di fuori dell'Arabia Saudita (dove la rigida polizia religiosa non fa sconti a nessuno, o quasi), ancora oggi vengono trattati dalle autorità molto meglio dei cittadini del paese ospitante. Nel peggiore dei casi assumono una "guida" locale o il portinaio del palazzo dove abitano affinché sbrighi le pratiche e faccia la spesa al loro posto, mentre loro vivono una realtà fatta di alberghi cinque stelle dove si va tranquillamente in topless e ristoranti super chic dove si serve tranquillamente il Whisky e il Gin Tonic. Perché, per fortuna, non tutti i paesi arabi sono l'Afghanistan dei Talebani. Il "Rispettiamo i loro costumi" e "Camminiamo zitti zitti, a testa bassa, per non urtare la loro suscettibilità" è una favola che possono raccontare a qualcun altro, perché da queste parti non attacca.
Negli 850 anni, diciamo pure nei 200 anni (almeno dall'ottocento), di immigrazione stabile "vera", e cioé quando gli immigrati italiani emigravano "da immigrati" e non da turisti che, una volta tornati, vogliono farci credere di essere finiti in qualche oasi abitata da feroci beduini, le leggi dei paesi mediorientali ospitanti, nella fattispecie l'Egitto, erano carta straccia grazie al protezionismo colonialista inglese. Giustamente però, tutto questo è ormai storia. Permettetemi però di dire una cosa: oggi, gli immigrati regolari in Italia - musulmani o meno - sgobbano dal mattino alla sera. Portano avanti le loro attività in mezzo a mille difficoltà burocratiche, accolgono finanzieri e autorità sanitarie nelle loro botteghe e nei loro ristoranti, pagano tasse e contributi, e nonostante tutto ciò si sentono perfino dire da qualche giudice che le loro eventuali testimonianze nei processi sarebbero invalide in quanto musulmani. Tengono la bocca chiusa e la testa bassa, nonostante le continue offese e ingiurie, le istigazioni all'odio razziale e alla violenza etnica che vengono lanciate nei loro confronti da ogni dove, perfino dagli editoriali dei giornali. Dove sia tutto questo "non rispetto delle leggi", "l'applicazione delle sharia in casa nostra", "l'arroganza e la presuntuosità", solo il buon Dio lo sa. Perché se stanno parlando dei clandestini ubriachi che sostano agli angoli di notte o di qualche imam fondamentalista rintanato nel suo garage convertito in moschea, ebbene... dovrebbero chiedere conto ai governi che si sono succeduti in questi anni, di certo non a quelle migliaia di onesti lavoratori e lavoratrici.
Ma io dubito che stiano parlando dei clandestini da quelle parti, e cioè nei blog razzisti alla Stefania Atzori, dove si leggono commenti basati addirittura su pseudo basi biologiche e genetiche, tipo: "Ho scoperto che il QI misurato alcuni (3?) anni fa di tutti o quasi i paesi del nordafrica sono fra 80 e 90. Forse la ragione è in parte l'educazione, in parte la genetica. Però questo dato di per se è gravissimo perchè molto basso (infatti solo i neri dell'africa centrale vanno peggio). Stiamo importando potenzialmente degli irrecuperabili che rimaranno disadattati (come succede spesso in Francia)? Serviranno 50 miliardi di dollari? Controllerò i dati dei medio orientali se li troverò." Lì si parla dei musulmani residenti legalmente sul territorio in generale, e i messaggi di una fazione estremista vengono fatti passare per una realtà rappresentativa della loro intera comunità. Vengono tutti descritti come simpatizzanti di Bin Laden e futuri terroristi e perfino le loro condanne vengono messe in dubbio. Si invocano a gran voce espulsioni attuate dall'esercito e leggi speciali nei loro confronti. Ma raramente si fanno le giuste distinzioni, perché quel conta in realtà, alla Atzori e i suo simili, è creare "il Nemico", non importa che siano onesti lavoratori e padri di famiglia. Non importa che non si siano mai sognati di chiedere di essere trattati nel modo in cui i loro attuali ospitanti sono stati trattati per più di otto secoli. Non conta che stiano pagando le tasse, che stiano cercando di integrarsi parlando ai loro figli in italiano. Ciò che conta è che sono musulmani, e - in quanto tali - le prossime vittime da sacrificare sull'altare della cosiddetta superiorità "ariana", orgogliosamente e impunemente manifestata, senza pudore o vergogna.