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mercoledì 27 luglio 2005

I profeti dell'odio sono anche in Occidente

di Bernardo Valli

Il più ovvio, non più semplice, impegno di un democratico è quello di difendere, non solo sopportare, la libertà di parola di coloro che non la pensano come lui. Anche se non si concretizza, pur restando mentale, l'esercizio a volte implica un certo sforzo. In tempi come questi può risultare un dovere indigesto. Il principio va comunque rispettato con stoica solerzia e massima lealtà. Thomas L. Friedman pensa di avere trovato il modo di renderlo meno doloroso, senza violarlo. Come pubblica ogni anno un rapporto sui diritti dell'uomo, cosi il Dipartimento di Stato, secondo il columnist americano, dovrebbe pubblicare un rapporto sulla guerra delle idee. Segnalando con maggior frequenza, ogni trimestre, vista la velocità e l'intensità degli avvenimenti in corso, coloro che si sono distinti nell' incitare alla violenza. L'obiettivo è di puntare i riflettori sui dieci migliori mercanti d'odio.

Friedman elabora il suo progetto. Nella lista dei Top 10 inserirebbe, fianco a fianco, il colono estremista israeliano di Gaza che chiama «maiali» i musulmani e l'imam della moschea della Mecca che definisce «feccia della terra» gli ebrei. Ma allungalo sguardo anche su venditori d'odio meno grossolani. Ad esempio sull' Iqra Learning Center bookstore di Leeds dove i terroristi londinesi del 7 luglio trovavano le letture cui ispirarsi per trasformare la religione musulmana in un culto della morte. Dove i giovani pachistani nati in Inghilterra possono ancora comperare videogames apocalittici in cui si annuncia, entro il 2014, l'avvento di un mondo unito sotto la bandiera dell'Isiam, dopo l'annientamento degli infedeli. Friedman abbraccia altri campi. Il suo programma è vasto e inevitabilmente meticoloso perché comprende le molte zone d'ombra, le pieghe, in cui si annidano i mercanti d'odio. I quali, una volta sotto i riflettori, negano spesso quel che hanno detto in luoghi più riservati.
Svergognarli è uno degli scopi dell'iniziativa. Esposti alla luce, capita che sostengano di essere stati fraintesi. Si scusano oppure si nascondono nel silenzio. Frasi pronunciate nel chiuso di una moschea hanno ben altro effetto se portate su un teleschermo occidentale. E così un'idea espressa sulle pagine di un quotidiano europeo diventa esplosiva, provocatoria, se riportata su un teleschermo orientale. In un'epoca in cui le informazioni non hanno (quasi) più frontiere; e le parole, rimbalzando da una società all'altra, possono incendiare trippe e cervelli; è senz'altro utile, può essere addirittura benefico, adottare unsistema che noncon-senta ai mercanti di odio di evadere dalle proprie responsabilità. Senza censure, ben inteso, senza tribunali.

Friedman desidererebbe inserire nella lista dei mercanti d'odio anche coloro che scusano i terroristi, giudicando gli attentati una legittima reazione alla guerra in Iraq, alla situazione in Medio Oriente, o più genericamente all'imperialismo, al colonialismo o al sionismo. Il Dipartimento di Stato si accollerebbe un grosso impegno se dovesse accogliere il suggerimento del giornalista delNew York Times. Del quale, sullo slancio, si può anche condivìdere l'iniziativa. Si è persino tentati di estenderla alla nostra realtà. A quel che accade in Italia.

Come collocare Orfana Fallaci nel sistema di Friedman? A che livello del Top 10? Non mi frena certo nel rispondere il timore della collera che Orfana Fallaci può scatenare dall'alto delle montagne di libri che vende; piuttosto il semplice ricordo che conservo di lei. Il coraggio non le fa difetto neppure oggi. Quel che ha perduto è l'ironia. E con essa la razionalità. Di cuil'odio ha preso ilposto. Ed è un odio molto simile a quello del colono estremista israeliano di Gaza e dell'imam della moschea alla Mecca, citati da Friedman.

Odia i musulmani. Odia tutto di loro. L'idea di un Islam moderato è un inganno e un'illusione. La loro tolleranza una commedia. La loro integrazione una bugia. L'Europa diventerà Eurabia. Lei parla a voce alta, non sussurra come i mercanti d'odio evocati da Friedman. L'Economist questa settimana sostiene che si è ritagliata il ruolo di voce di un possibile nuovo razzismo europeo, basato più sulla razza che sulla religione. E aggiunge, non a torto, che Osama bin Laden ha conseguito un'altra vittoria con la pubblicazione dell'ultimo articolo della Fallaci sul Corriere della Sera. Il quale le dà uno spazio forse riservato ai discorsi di Benito Mussolini, ai tempi della conquista d'Abissinia. Spazio mai concesso ai collaboratori premi Nobel.

Il quotidiano condivide il contenuto del messaggio? Non mi sembra. Ma l'editore dei libri e del giornale è lo stesso. Comunque nell'improbabilissima eventualità che a Oriana Fallaci non venisse consentito di pubblicare il contrario di quel che penso, sarei pronto a manifestare contro censure e sentenze di tribunale. Lo farei per convinzione e per antico rispetto. Per il momento posso soltanto sottolineare il suo contributo al successo di bin Laden. Al quale non può che piacere la visione dell'Isiam offerta da lei: un Islam aggressivo e unito, non frantumato in fondamentalisti e in moderati, impegnati, come in realtà sono, in uno scontro che semina morti tra il Tigri e il Nilo, e fino a Casablanca, sulle sponde dell'Atlantico. Per non parlare dell'Algeria, prima tentata dal fondamentalismo, e poi ribellatasi con un enorme spargimento di sangue ma con successo all'idea di un regime teocratico. E l'Egitto che sia pure tra tante ambiguità si mantiene laico? E la dittatura tunisina che esercita un inflessibile controllo sugli integralisti?

La visione di Oriana va a genio a Bin Laden, perché così lui, in quanto incarnazione del terrorismo, diventa l'immaginario rappresentante di un Islam che è ben lontano dal controllare. In cui può contare soltanto su frange fanatiche, che si ispirano a lui. A promuoverlo leader simbolico di una delle "due civiltà a confronto" sono i mercanti d'odio, di cui ci sono esemplari di rilievo anche nel governo di Roma. Alcuni ministri si riconoscono infatti nel verbo di Oriana Fallaci. Alla quale va garantita tutta l'intera libertà di cui dispone, ma alla quale vanno attribuite anche tutte le conseguenze di quel che scrive. Friedman non dice proprio questo?