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mercoledì 20 luglio 2005

Kamikaze pro Blair



Colloquio con il regista Ken Loach di Mario Fortunato, pubblicato su "L'Espresso"

Ken Loach è appena rientrato a Londra. Era in Manda, dove stava finendo di girare il suo nuovo film, "The Wind That Shakes the Barley" che uscirà l'anno prossimo e che segnerà il ritorno del regista ai temi cari dell'impegno sociale e della riflessione politica. Loach non avrebbe voglia di parlare di ciò che è successo nella sua città perché non era a Londra, dice, e non vorrebbe affermare cose generiche e inesatte. Insisto: un intellettuale come lui ha il dovere di ragionare su quanto accaduto. Sorride timido: potrebbe essere materia per un nuovo film, quasi sussurra.

Perché, dopo tanti anni di coesistenza pacifica con la comunità musulmana, questo atto di sfida deliberata?
«Il danno non risale a oggi. Il danno lo ha fatto Tony Blair quando ha deciso di seguire Bush in Iraq. Lì si è creata la rottura. Era impensabile che qualcuno, nella comunità musulmana, non reagisse. Oggi la televisione è piena di gente che discute e distingue fra musulmani moderati e musulmani fondamentalisti. Ma chi parla del fondamentalismo cristiano? La verità è che Blair e Bush ci hanno trascinato in un'avventura assurda, spaccando le nostre società».
Eppure, nei giorni scorsi, per la prima volta i leader delle comunità musulmana, cristiana ed ebraica di Londra hanno condannato le bombe del 7 luglio.
«Vero. E hanno fatto benissimo. È quello che dovevano fare. Però vorrei chiedere: dove erano questi leader religiosi quando la città di Falluja veniva bombardata? Chi ha esecrato il fondamentalismo di Bush e Blair, in quella occasione? Siamo continuamente motivati da una doppia morale. È questo che non mi piace. Non possiamo da un lato accettare con tranquillità l'uso della tortura, come si fa a Guantanamo, e poi scandalizzarci per atti di terrorismo».
Non teme, così ragionando, di fornire una specie di alibi possibile al terrorismo?
«Ha ragione. Oggi bisogna fare molta più attenzione, nell'esprimere il proprio punto di vista. È uno dei motivi per cui ritengo che questi terroristi siano degli stupidi. O almeno, che la loro strategia sia stupida: perché sono riusciti nel miracolo di unire tutto l'Occidente che invece era diviso, ed esprimeva posizioni differenti. D'ora in avanti, sarà infinitamente più difficile sostenere che l'Iraq è stato ed è un atto illegale. Alla fine, l'ironia è che le bombe di Londra offriranno un gran beneficio politico proprio a Blair».

In Inghilterra e non solo, si comincia a parlare di fornire armi legali più ampie agli apparati di polizia, per meglio prevenire atti di terrorismo. Che cosa ne pensa?

«È quello che più mi preoccupa. Trovo sia pericolosissimo invocare leggi speciali. Altrimenti avremo trovato la scusa perfetta per avere governi più autoritari. Contro questo dovremo combattere, nei prossimi tempi. Il terrorismo da sempre una buona mano alle tendenze autoritarie».
In che cosa dovrebbe allora consistere la nostra risposta al terrorismo di matrice islamica?
«Al Qaeda recluta kamikaze nelle fasce giovanili musulmane oppresse e diseredate. Questi ragazzi vivono concretamente il fatto che l'Occidente ha sfruttato e rubato le loro risorse economiche, ha corrotto le loro classi dirigenti, ha distrutto il loro tessuto sociale, senza esportare altro che volontà di dominio e Coca-cola. Noi dobbiamo rimuovere le ingiustizie nelle loro società, se vogliamo provare a venire a capo di questo complesso fenomeno».
La sola risposta possibile è la politica...
«Una buona politica. Risolviamo il conflitto israelo-palestinese, ritiriamoci immediatamente dall'Iraq, rimuoviamo le cause di povertà e di ingiustizia che affliggono il mondo musulmano: sono certo che tutto questo rappresenterebbe un'eccellente risposta al terrorismo e al fondamentalismo. Certo non sarà facile ma chi ha detto che è impossibile?».

Ma se questo è vero per i giovani musulmani reclutati nelle aree più povere del Medio Oriente, cosa ne dice di quei ragazzi nati in Inghilterra che scoprono il fondamentalismo nei quartieri londinesi?

«È lo stesso. Anche questi sono circondati da ingiustizie, anche per loro la religione diventa una specie di rifugio in cui sentirsi protetti. È il rifùgio da tutte le cose orribili da cui sono circondati anche in una città come Londra».