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domenica 31 luglio 2005

L' "Eurabia" finanziaria

L' "Eurabia" finanziaria
di Sherif El Sebaie

Una recente ricerca del Laboratorio Euro Mediterraneo afferma: "Il Mediterraneo e il Medio Oriente stanno attraversando, in questo periodo, una fase di radicali mutamenti strutturali, paragonabili a quelli che l'ex-Unione Sovietica e l'Europa orientale hanno conosciuto con la caduta del muro di Berlino e con l'implosione dell'URSS alla fine degli anni '80-primi anni '90. Le conseguenze della caduta del regime di Saddam e l'incorporazione dell'Iraq nella sfera di controllo statunitense si riverbereranno a cascata sugli assetti geopolitici e geoeconomici delle due regioni" e "in tale contesto giocheranno un ruolo importante i programmi di cooperazione bilaterale dei singoli Stati europei, tra cui - come si è detto - avrà un ruolo cruciale l'Italia, gli aiuti pubblici e i crediti privati del governo e delle banche, soprattutto degli Stati Uniti, oltre agli investimenti da parte dei paesi produttori di petrolio del Golfo Persico, e al rientro dei capitali arabi investiti nel sistema finanziario globale". Un'analisi acuta e addirittura profetica. Dal 27 luglio scorso infatti, anche un pezzo della Ferrari parla arabo. Mediobanca ha venduto per 114 milioni di euro - lo stesso prezzo pagato nel 2002 per acquistare la quota - il 5% di Ferrari a una società del governo di Abu Dhabi negli Emirati Arabi, la Mubadala Development Company. L'Alitalia, invece, sta seriamente prendendo in considerazione l'idea di vendere parte delle sue quote a Dubai. Il socio ideale per la compagnia di bandiera italiana altro non è che l'Emirates Airline. Secondo il viceministro per il commercio estero, Adolfo Urso, "se uno dovesse scegliere un partner ideale, questo lo è". "Il governo vuole ricapitalizzare Alitalia, ma vuole scendere sotto il 50%". "E' un ipotesi concreta, perché gli Emirati hanno risorse da investire e la loro compagnia aerea ha interesse in un socio europeo". La compagnia aerea degli Emiri, fondata nel 1985, ha infatti una crescita strabiliante, a differenza dell'Alitalia - grazie alle rotte internazionali - quelle che rendono di più - e al traffico sulle rotte per l'Asia, quelle che crescono di più. Sono top client per le industrie di aeronautica: pochi spendono come loro o possono sfoggiare una flotta simile (nel 2006, l'Emirates avrà 45 Airbus 380, il superaereo che ha appena fatto il suo volo di battesimo qualche mese fa). Questi affari o ipotesi d'affari verso e dal mondo arabo arrivano appena qualche settimana dopo la cessione del 62,75% di Wind da Enel a Weather Investments, la società del miliardario egiziano Sawiris. Anche in Italia quindi si sta riproponendo lo scenario americano dove miliardi di dollari sauditi sono investiti in società americane? Si sta decuplicando il modello Al Fayed, proprietario di Harrods a Londra e dell'Hotel Ritz a Parigi? Ad ogni modo, l'acquisizione di quote delle società e marche italiane sembra andare di pari passo con l'incremento del numero di immigrati "padroni" (specie nel nord est dove un imprenditore su tre è marocchino). Non sarà mica un piano di "Al-Qa'ida", che ha pure organizzato - secondo la Fallaci - il massiccio sbarco di un esercito di lavavetri intenzionati a conquistare la penisola?

Sembra di no. L'economia e il mercato, piaccia o non piaccia a molti (cittadini arabi in primis), funzionano infatti cosi. E i capitali arabi, invece di essere investiti nel mondo arabo, vengono investiti all'estero, in Occidente. La storia dei rapporti italiani con i capitali arabi in particolare risale a molto lontano: Gli affari con gli Emirati non sono una novità. Da un documento dell' Istituto Nazionale per il Commercio estero del Ministero degli Affari Esteri, risulta che Abu Dhabi importa, principalmente, nell’ordine, da USA, Gran Bretagna, Germania, Francia e Italia. L’interscambio complessivo tra Abu Dhabi e Italia ha fatto registrare, nel 2004, un valore di 2.383,3 milioni di Euro con un saldo attivo di 1.880,5 milioni di Euro. Gli Emirati Arabi Uniti hanno confermato il loro ruolo di principale mercato di sbocco delle esportazioni italiane tra i Paesi arabi del Medio Oriente e Nord Africa, dopo la Tunisia. E tra i prodotti esportati in Italia invece si segnalano apparecchi trasmittenti per radiodiffusione e televisioni, metalli di base non ferrosi (alluminio), strumenti elettrici di precisione, prodotti petroliferi raffinati, articoli di abbigliamento in tessuto, gioielli e articoli di oreficeria, prodotti in metallo e tessuti. Dall’aprile 2004 é inoltre attivo a Dubai un Ufficio di Rappresentanza del Sanpaolo IMI, oltre le varie camere di commercio e associazioni culturali italo-arabe. Per non parlare della presenza imprenditoriale italiana negli Emirati Arabi Uniti: altamente qualificata, rappresentata da circa ottanta società con propria filiale e da molte altre che operano tramite agenti locali. Tralasciando invece Gheddafi jr., importante azionista della Juventus e gli ottimi rapporti commerciali con la Siria, solo per fare un esempio, dal 1995 e fino a quest'anno - e cioè per dieci anni - il gruppo industriale saudita Dallah Albaraka aveva un contratto con la Rai che consentiva alla società araba di distribuire il segnale televisivo di Rai International nei continenti dove c'è forte emigrazione italiana. L'artefice dell'affare è stato il rappresentante del principe Al Talal in Consiglio d'Amministrazione Mediaset, il sig. Tarek Ben Ammar.

Il principe Al Walid Bin Talal Bin 'Abd El-'Aziz (1955), per chi non lo sapesse, è uno dei numerosi nipoti di Re Fahd. Non è un potenziale erede al trono saudita, si è sempre tenuto lontanto dalla Politica (con qualche eccezione negli ultimi anni), ma è uno degli uomini d'affari più dinamici del Regno. Nel 2001, Forbes lo ha indicato come la sesta persona più ricca del pianeta. E dicono che sia addirittura il musulmano più ricco del mondo. Dopo aver studiato in tre università americane, nel 1991 diventa l'azionista più importante del gruppo bancario americano Citicorp (capitale 590 milioni di dollari), e gran parte dei suoi capitali sono investiti in Occidente: il 100% del Four Seasons di Londra, il 100% George V Hotel di Parigi, il 50 % della catena alberghiera Fairmont in Canada, il 42 % del Plaza Hotel di New York, il 30 % dei Movenpick Hotels, il 27 % della catena dei Four Seasons Hotels, il 20 % di Planet Hollywood, il 13 % di Disneyland e il 10 % di Saks Fifth Avenue a New York, il 5 % di Netscape (confluita nella America Online) e il 5% della News Corporation (che include, fa gli altri, il Sunday Times, Fox News, Star Tv). Il principe ha avuto inoltre un ruolo di primo piano nel salvataggio finanziario di Eurodisney (ne possiede il 24%), della catena alberghiera "Meridien", della "Waldorf" e di Mediaset, impegnata ad uscire da un colossale indebitamento e a quotarsi in borsa (il Principe ha versato, sempre nel 1995, 100 milioni di dollari e attualmente la sua quota è di 245 milioni di dollari), dove tuttora detiene un posto in Consiglio di Amministrazione. Un investimento di cui "è molto soddisfatto" e che "non intende vendere", secondo il suo rappresentante in Italia.

Sua Eccellenza ha inoltre numerosi interessi nel mondo arabo, in particolare in Egitto e in Palestina, ma ha anche quote nella Daewoo, nella Hyundai, a Tokyo come a Khartum o in Nigeria e in tante, tantissime altre società e industrie sparse per il mondo: Coca Cola, Gillette, Mc Donald's, Ford. Ma anche Compaq, Kodak, Pepsi, Procter & Gamble. La lista è molto lunga, quindi mi fermo qua. Il principe è anche un grande finanziatore delle attività caritatevoli e culturali: ha donato 20 milioni di dollari per l'allestimento di un'ala di arte islamica al Louvre di Parigi (verrà inaugurata nel 2009). Ha donato un milione di dollari ad una Lega islamica avente come scopo quello di cambiare la distorta percezione dell'Islam da parte degli occidentali in seguito agli attacchi dell'11 settembre, dichiarando: "E' importante che la voce dei moderati nel mondo arabo-islamico venga ascoltata. Non staremo più zitti". Si è anche visto respingere dal sindaco di New York Rudolph Giuliani un assegno di 10 milioni di dollari che intendeva versare alla città dopo l'attacco alle torri gemelle. E pare che anche il presidente Bush non abbia voluto riceverlo. Per fortuna, invece, i rapporti tra il Principe e il Presidente del Consiglio Italiano Berlusconi sembrano molto amichevoli e saldi. Nonostante l' interpellanza numero 200142 del 13/11/2001, dove i deputati DS Innocenti, Barbieri, Montecchi, Ruzzante, Magnolfi e calzolaio chiedono al presidente di chiarire la natura dei rapporti con Al Talal dato che "il quotidiano Il Messaggero in data 9 novembre 2001 in un articolo del corrispondente di New York informa che il principe saudita Al Walid Bin Talal Al Saud è sospettato dall'Fbi e dalla Cia di avere intensi rapporti con le finanziarie di Osama Bin Laden" (la stessa accusa viene lanciata dal Wall Street Journal nei confronti della società Albaraka, sempre di sua proprietà). "Si tratta dello stesso Al Walid Bin Talal Al Saud che in data 31 agosto 2001 venne ricevuto con gli onori militari (un picchetto d'onore dei lancieri di Montebello) a Palazzo Chigi dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi?".

Pare proprio di sì, ma pare anche che il motivo di tanto astio statunitense nei confronti di Sua Eccellenza derivi dal fatto che avrebbe commentato gli attentati dell'11 settembre chiedendo all'America di riflettere sulla propria politica estera (una dichiarazione che gli ha valso una forte simpatia nel mondo musulmano). Insomma, una semplice divergenza di opinioni, purtroppo non gradita al governo d'oltreoceano che ha subito accusato il Principe di collusione con Al-Qa'ida, cosa prontamente negata dal suo gabinetto. Anche se sembra che il Principe sia stato uno dei principali finanziatori dei campi dei "combattenti per la libertà" - così come venivano allora indicati dalla stessa Amministrazione statunitense - in Afghanistan. Negli anni Ottanta pare che abbia perfino visitato - in segreto - qualche campo di addestramento a Peshawar, in Pakistan. In un'epoca in cui tutto l'Occidente tifava per questi barbutissimi combattenti e Bzrezinski, consigliere alla Sicurezza nazionale americana, pensava: "Cos'è più importante per la storia del mondo? I Talebani o il collasso dell'impero sovietico? Qualche musulmano fomentato o la liberazione dell'Europa centrale e la fine della guerra fredda?", non se ne può di certo fare una colpa a Sua Eccellenza. Che quando parla di politica estera americana, evidentemente sa di che cosa sta parlando.

"Il Governo Berlusconi è risoluto nel voler privatizzare Eni, Enel e Finmeccanica. E un gruppo di investitori arabi si è già fatto avanti per essere della partita - scrive il Wall Street Journal, che cita sempre Tarak Ben Ammar. Berlusconi vuole attirare capitale da prestigiosi gruppi arabi - spiega Ben Ammar. Venerdì pomeriggio, Al Waleed si è recato a Palazzo Chigi per discutere con Berlusconi proprio del tema delle privatizzazioni. Al Waleed si è detto molto interessato ai piani di Berlusconi - prosegue Ben Ammar. Abbiamo parlato di Eni, Enel e Finmeccanica. Il presidente del Consiglio ha però precisato di non avere fretta di vendere le partecipazioni statali nelle suddette aziende e ha posto un paletto: il management di questi gruppi resterà italiano". "Berlusconi ci ha spiegato il suo programma di privatizzazioni - riferisce invece Tarek Ben Ammar al quotidiano Il Mattino. Ha detto che non c'è un calendario preciso, ma che gradirebbe che, quando ce ne sarà occasione, Al Waleed possa fare la sua parte. E noi ci siamo detti molto interessati''. "Però - precisa Ben Ammar - non si è entrati nello specifico. Certo, si è citata l'Enel, come l'Eni, perché sono due gruppi notissimi. Ma il nostro interesse ad investire è molto più ampio''. ''Al Waleed - afferma ancora Ben Ammar - è rimasto affascinato dal piano per le grandi opere che gli ha illustrato Berlusconi. I grandi finanziatori, com'è il principe saudita, sanno che la realizzazione di porti, strade e ferrovie è un'eccellente occasione d'intervento, purché il paese abbia interessanti possibilità di crescita'', e l'Italia rientra in questo quadro perché, per la prima volta, ''c'è una maggioranza parlamentare forte''. ''Inoltre - prosegue Ben Ammar - Berlusconi gode della stima personale di Al Waleed. E il vostro presidente del Consiglio si augura che tramite Al Waleed possano arrivare in Italia capitali arabi e capitali Usa, visti i buoni rapporti che noi abbiamo con gli investitori americani''. Non a caso, il Movenpick Hotel di Sharm El Sheikh, di cui El Talal possiede una buona quota (è anche proprietario del Four Seasons Resort di Sharm) è stato uno degli obiettivi colpiti nel corso degli ultimi attentati sul Mar Rosso. In effetti, tali attentati erano un triplo colpo: all'economia egiziana (crollo dell'industria del turismo), all'economia italiana (gran parte degli investimenti a Sharm è italiana e così pure la "clientela") e all'economia saudita.

Ritornando al non tanto improbabile accordo con la Emirates Airlines, gli addetti ai lavori giudicano l'integrazione con l'Alitalia "perfetta": la forza dell'Emirates sul mercato internazionale potrebbe essere una manna per Fiumicino. Emirates potrebbe convogliare sull'aeroporto romano i suoi viaggiatori orientali, e viceversa. Si aprirebbe un canale verso Oriente, che oggi non c'è: chi vuole andare in quella direzione o parte da Malpensa o arriva in uno dei grandi hub del Nord Europa, con una gran perdita di tempo. A questo punto la domanda sorge spontanea: come osano, quelli della Lega, chiedere di "provvedere alla raccolta di informazioni sugli scali di 4 Paesi arabi: Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Marocco, al fine di selezionare un aeroporto sicuro nel quale convogliare i passeggeri in partenza dal mondo arabo verso l'Italia", vanificando - di fatto - l'interesse che potrebbe avere la Emirates nei confronti della malconcia compagnia di bandiera italiana? Con quale faccia tosta un deputato leghista può permettersi di chiedere di sospendere i finanziamenti all'ICTP di Trieste, un prestigioso ente di ricerca, un istituto di punta - insieme con la Normale di Pisa e l’INFN di Frascati - perché "accoglie studenti musulmani" (e dire che l'Ente è stato salvato nel 1991 da una grave crisi economica grazie ad un prestito senza interessi di 3 milioni di dollari erogato dalla Repubblica Islamica dell'Iran)? Come osa qualche razzista xenofobo come la Fallaci, chiedere che gli studenti arabi non studino nelle università italiane? I capitali arabi investiti in Italia fanno comodo e non sollevano interrogativi (tranne quelli leghisti, ovvio), mentre quelli degli studenti arabi spesati da un "genitore sceicco" o un "onesto lavoratore" (per dirla alla Fallaci) fanno invece schifo? Non mi sembra segno di gran coerenza. Come scriveva Paola Pilati nella rubrica Economia dell'Espresso: "Che i petrodollari degli sceicchi, con il barile alle stelle, siano in cerca di destinazione, è noto. Solo che i nostri affari hanno finora intercettato poco di quella massa di denaro. Ma adesso, con la vendita di Wind all'egiziano Sawiris, abbiamo scoperto che il capitale islamico si comporta esattamente come quello protestante o cattolico, e va dove lo portano le buone occasioni". Le urla razziste, l'irrigidimento delle "misure di sicurezza" e il clima di isteria collettiva non contribuiscono però di certo a crearle, le buone occasioni. Sarebbe conveniente tenerlo in mente, per il futuro. Perché a rimetterci non sarà di certo l'economia degli Emirati.