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mercoledì 6 luglio 2005

Logge aristocraticomuniste

Questo blog è stato descritto come "elegantemente letale". Alcuni, purtroppo, non hanno apprezzato questa eleganza, ritenendola appunto davvero "letale", e quindi la definiscono "arroganza" e "supponenza". Io non voglio essere arrogante, ma mi rendo conto solo ora che forse agli occhi di qualcuno in me prevalgono i geni ereditati da mio nonno, a suo tempo Sovrintendente delle proprietà della Famiglia Reale Egiziana, e insignito del titolo di Bey. Accidentacci... era a due passi dall'essere insignito anche di quello di Pascià, se non fosse per la Rivoluzione.
Il titolo di Bey è ereditario: Murad I, nominato Bey da Yussuf Dey, ottenendo il titolo di Pascià cedette infatti quello di Bey al figlio Hamuda trasformandolo quindi in un titolo ereditario. Dal momento che i titoli sono stati aboliti, e che oggi "Pascià" e "Bey", l'equivalente di "Conte" e "Barone" in Europa, non significano più niente, non mi sono mai sognato di definirmi Bey anch'io. Eppure teoricamente potrei, visto che in Europa - anche se questi termini non significano nulla -conti e marchesi continuano a fregiarsene.
Mi rendo conto solo ora di quanto siano sfigati i nostri denigratori, nel doversi confrontare con questa pericolosissima loggia di aristocratici "convertiti al comunismo". Tra Principesse e Bey, non possono che essere sempre più rosi dall'invidia. Ci invidiano per titoli di cui sinceramente non è rimasto nulla, se non la classe e una grande ironia nei confronti del destino. Quindi io li capisco quando e se si sfogano, e li perdono. Come tanti altri può darsi che un giorno si accorgano anche a loro che, tra un giorno e l'altro, potrebbero essere spogliati di tutto in nome del Popolo, e rimanere con un vecchio editto da vendere al mercato delle pulci, e così toccherà anche a loro ricostruire la loro vita e quella dei loro figli da zero, al posto di perdere tempo denigrando i musulmani.
Oddio, la rivoluzione del 52 aveva anche i suoi buoni motivi: il nostro Re, quello sopra ritratto, era più conosciuto per le fughe a Montecarlo che per l'impegno governativo. La sua corte, principalmente costituita da europei corrotti e da egiziani opportunisti fece in modo da fargli perdere quel minimo di credibilità che avrebbe potuto recuperare. La corruzione era dilagante, e sono arrivati fino al punto di consegnare armi difettose allo stesso esercito egiziano durante la guerra del 48. La disparità sociale era ben evidente, con povertà dilagante nelle campagne, un'economia principalmente rurale (anche se all'epoca l'Egitto esportava beni all'estero e la lira egiziana valeva quanto quella inglese) e truppe di occupazione che si permettevano perfino di dividere le città in "Distretto europeo" e "Arab Town".
Ma la rivoluzione commise anche moltissimi errori: la nazionalizzazione dei beni di famiglie che si sono guadagnate, con il lavoro duro e l'impegno sociale costante, sia il patrimonio che i titoli. Molti egiziani ed europei onesti, quest'ultimi emigrati senza nulla alcune generazioni addietro, rimasero paralizzati nel vedere le proprie fabbriche confiscate, le porcellane cinesi che abbellivano le loro case caricate con brutalità sui camion e i gioielli strappati con violenza dalle mani delle loro mogli. L'Egitto si consegnò al settore pubblico che fece scempio delle sue risorse. Si sbarazzò della manodopera qualificata e dell'apporto culturale delle sue comunità immigrate, sostuì una classe corrotta con un'altra, ancora più avida, e diede fondo alle casse dello stato impegnandosi in guerre inutili e perse in partenza.
L'Egitto di Abdel Nasser si è distinto più per le bordate verbali che per le azioni, alcune delle quali comunque necessarie e lodevoli come la nazionalizzazione del canale di Suez o la costruzione dell'Alta diga di Assuan. In quel periodo l'Egitto aveva pessimi rapporti non solo con l'America e Israele, ma anche con i governanti arabi, nonostante e forse proprio per colpa del carisma panarabo di Nasser: Gheddafi era ritratto sui giornali con il vasino da notte, il Re dell'Arabia Saudita venne minacciato della depilazione della barba "pelo per pelo". Era l'Egitto in cui non si poteva aprire bocca senza finire in galera. Un noto avvocato si permise un giorno di dire in un bar "E che c'entriamo noi con lo Yemen?", riferendosi alla guerra intrapresa da Nasser a favore dello Yemen repubblicano, e si ritrovò il giorno dopo in carcere, senza accusa e senza processo. Ci rimase per un bel po', e quando uscì era già sulla lista nera del governo: la valigetta, con alcuni vestiti e il necessario, era sempre vicino alla porta, tanto erano frequenti le visite della polizia segreta. E' la fine che hanno fatto tutti gli oppositori del regime, comunisti e fratelli musulmani inclusi. Poi arrivò Sadat, e mise gli uni contro gli altri, nella speranza di sopravvivere. Ma non ce l'ha fatta lo stesso.
Sadat fu il primo a cercare di rimediare agli errori della rivoluzione: mise fine ai ferrei controlli delle polizie segrete anche se ha dovuto riprenderli quando vide il suo potere minacciato, restituì alcuni beni o risarcì solo in parte chi rimase danneggiato dagli espropri, avviò un processo di privatizzazione e di apertura economica verso il mondo esterno, in particolare quello occidentale. Peccato che era troppo tardi: le cose andavano di male in peggio, i beni importati non erano di prima necessità e i prezzi si sono bruscamente alzati, le tensioni sociali arrivarono a soglie allarmanti. Sadat non ha fatto in tempo a rimediare: venne ucciso lì, sul palco delle parate mentre festeggiava la ricorrenza della sua grande vittoria militare e soprattutto diplomatica, il 6 ottobre. E così arrivò Mubarak, il suo vicepresidente e comandante delle forze aeree durante la guerra del Kippur, ma qui comincia un'altra storia.