Notizie

Loading...

mercoledì 13 luglio 2005

Nuovi meteci o nuovi schiavi?

( Cliccare per ingrandire)
In questo ultimo weekend, mi è stato chiesto di esprimere un' opinione sul dibattito sollevato dalla proposta della Sinistra (che pare abbia addirittura l'intenzione di permettere agli extracomunitari regolari in possesso di un documento d'identità di scegliere il candidato premier dell'Unione alla prossime primarie) di ritoccare gli statuti regionali e comunali per permettere agli immigrati di votare alle amministrative in Piemonte. Trattasi di immigrati regolari, residenti in Italia da svariati anni, che pagano tasse e contributi, ovviamente. Sulla Stampa di Domenica ho quindi descritto la proposta come un'iniziativa lodevole che comporta, senz'altro, grandi benefici sia per gli immigrati che per gli autoctoni. Augurandomi che incontri successo (ma ne dubito, visto l'ostruzionismo di alcune parti politiche) ho specificato che - secondo me - sarebbe un segnale di forte accoglienza da parte dei piemontesi nei confronti degli immigrati, nonché un segnale di partecipazione civile - alla pari - da parte degli immigrati nella vita e nel progresso di questa città e del territorio della Regione.
Qualcuno - prima o poi - dovrebbe dire, infatti, a quelli delle ronde padane e dei roghi ai dormitori degli immigrati (nonché - anche se un po' distante dal Piemonte - al titolare della ditta Verniciature Bresciane che, dall'indirizzo info@verniciaturebresciane.it invia a Miguel una mail che recita: "ma andate a fan culo! lo prendete in culo dai marocchini! la Fallaci HA ragione! basta Islam") che le 168.970 ditte con titolare extracomunitario sono diventate il 3.3% del totale delle imprese attive sul territorio del Nord Est, ad esempio. E che di quelle una su tre è di un cittadino marocchino. Qualcuno dovrebbe spiegare loro che, in un certo senso, è cambiata anche la "natura" e la "qualità" dell'immigrato: quello che si accontentava di mungere silenziosamente le vacche viene sempre più spesso - piaccia o non piaccia ad alcuni - sostituito dall' "immigrato padrone", che ha a cuore l'economia del paese in cui vive e il futuro dei propri figli, al pari di un cittadino italiano qualsiasi.
Partendo dalla mia esperienza come primo candidato extracomunitario alle elezioni studentesche a livello nazionale in Italia (per il CNSU - Consiglio Nazionale Studenti Universitari del Miur) e come primo rappresentante di origine extracomunitaria negli organi di governo del mio ateneo, posso perfino affermare che è semplicemente assurdo non tanto l'impedire agli immigrati di votare (elettorato attivo), quanto impedire ai cittadini italiani di esprimere un voto a favore di un candidato immigrato (elettorato passivo). Il mio risultato, a suo tempo, che mi ha confermato -seppure nella piccola dimensione universitaria - candidato più votato in Piemonte della Lista della Sinistra (nonostante non fossi nemmeno il candidato di punta) e, per svariati anni, come rappresentante degli studenti, conferma che non serve a nulla "tutelare" i cittadini impedendo loro di esprimere una preferenza alla persona che ritengono più adatta a ricoprire un incarico, solo in virtù dell'origine "extracomunitaria". Per quanto mi riguarda infatti, la intendo quindi una limitazione non tanto del diritto dell'immigrato legalmente residente (e a tutti gli effeti compartecipe alla vita civile) di candidarsi, quanto una limitazione dei diritti democratici e civili dello stesso cittadino italiano. Il cittadino italiano, infatti, è capace di intendere e volere, e non ha di certo bisogno della tutela della Lega o di qualsivoglia altro partito per scegliere questo o quel candidato. Proprio per questo ho chiesto e ho ottenuto, a suo tempo, che venisse abolita la clausola che - nei regolamenti elettorali del mio ateneo - specificava l'obbligo della cittadinanza italiana per la candidatura nei vari organi. Clausola che, disse qualcuno allora, risalirebbe addirittura al periodo fascista.
La democrazia, come tante altre istituzioni umane, è un concetto difficile da definire esattamente. In istituzioni politiche diverse e in diverse situazioni, "la democrazia" prende molte forme. Per esempio, l'Unione Sovietica sosteneva di essere una democrazia, ma lo era veramente, nel senso etimologico del termine? Probabilmente no. Allo stesso modo ci domandiamo: sono gli Stati Uniti d'America una democrazia? Forse no: nel senso più rigoroso del termine il governo rappresentativo americano appare più vicino a quello che i Greci definivano "aristocrazia", ossia governo dei migliori - anche se migliori non erano e non sono per forza - piuttosto che "democrazia", ossia governo della gente. Nel V secolo A.C. il diritto politico e civile ateniese, spesso evocato con orgoglio dai neocon, era - di fatti - un privilegio riservato agli uomini delle classi più benestanti. Oggi si dovrebbe parlare di tutto questo utilizzando, in realtà, la parola "discriminazione", vale a dire ogni forma di esclusione, distinzione o limitazione basata su caratteri quali il sesso, la razza, la condizione sociale ed economica e l'età. Senza scordarci però che, nel V secolo, la concezione di tolleranza ed uguaglianza era quello che era e che quindi è errato, in partenza, rinvagare simili discorsi o fare, appunto, retorica storica "à la neocon"...
La democrazia di Atene era una democrazia diversa da quella che conosciamo: dalla cittadinanza ateniese, e quindi dal governo democratico della città, restarono infatto escluse alcune categorie di abitanti, le più numerose: le donne, i meteci e gli schiavi. Le donne quindi non avevano diritti politici, ma ciò costituiva la regola in tutto il mondo antico. Esse, per tutta la loro vita, erano sottomesse a qualcuno: al padre, al marito, al figlio se vedove. Non potevano amministrare i loro beni né scegliersi un marito o chiedere giustizia in tribunale. I meteci, invece, "coloro che abitano vicino", erano gli stranieri residenti ad Atene. Si occupavano di commercio e artigianato, gestivano proprietà e investimenti dei cittadini ateniesi, sfruttavano le miniere d’argento e spesso erano, per questo, molto ricchi. Erano ben visti ad Atene, sia perché ne favorivano lo sviluppo economico e commerciale, sia perché pagavano annualmente forti tasse. Inoltre, in caso di guerra, erano reclutati per i servizi dell’esercito e della flotta. Tuttavia il matrimonio fra cittadini e meteci era proibito per legge: i figli di tali matrimoni illeciti non avevano diritti politici. Non potevano possedere terre e non avevano diritto di partecipare all'assemblea. Gli schiavi venivano acquistati o catturati in guerra o con incursioni piratesche in Tracia e nel mar Nero. Dopo l’abolizione della schiavitù per debiti, infatti, mancarono gli uomini da utilizzare nelle fattorie, nelle miniere, nelle manifatture, nel lavoro domestico. Spesso il numero degli schiavi ad Atene superava di gran lunga quello degli stessi cittadini.
Oggi le democrazie occidentali hanno concesso alle donne il diritto di voto. E dico "oggi" perché il l'estensione del diritto del voto alle donne, ad esempio in Italia, avvenne il primo febbraio del 1945. Cioè appena sessant'anni fa, non scordiamocelo. Il processo non è stato meno lungo o travagliato negli altri paesi europei, Inghilterra e Stati Uniti inclusi (non si capisce, quindi, il perché di tanta isteria nei confronti di alcuni paesi islamici che hanno cominciato solo recentemente, in maniera autonoma e senza interferenze esterne, questi processi democratici rivolti alle donne e non). Ora, se le democrazie occidentali hanno concesso il voto alle donne non si capisce perché non lo concedano agli immigrati che vivono, lavorano, consumano e pagano stabilmente le tasse nei loro paesi. In realtà dovrei fare riferimento solo all'Italia, visto che in molti altri paesi europei il diritto di voto agli immigrati residenti è comunque contemplato. Non sarà che alcuni, in Italia, continuano a considerare gli immigrati alla stregua dei meteci, se non addirittura degli schiavi?