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venerdì 15 luglio 2005

San Nilo di Rossano


Numerosi documenti testimoniano che nella vita quotidiana, e senza distinzione di classe, musulmani e cristiani potevano avere rapporti amichevoli e talora ancora di più. Cito soltanto l'esempio, nei secoli IX e X, dei monasteri nestoriani dell'Iraq, frequentati con assiduità dai musulmani per esigenze spirituali. Nel secolo X il musulmano Shabusht (e le lettere del katholikos nestoriano Timoteo ne confermano il racconto) traccia un vero e proprio itinerario di quei monasteri dove, risalendo da Baghdad la valle del Tigri in imbarcazioni da diporto, i musulmani amavano recarsi per passeggiare nei loro incantevoli giardini e in particolare in quello di Ashmouni, quando ricorreva la festa del convento, il 3 ottobre. In quell' eclettismo religioso e morale a cui è improntata la sua intera opera, il grande poeta Abu Nuwas (morto nell'810), amico intimo del califfo Harun al-Rashid, intona con lirismo una lunga lode di quei monasteri esaltandone i riti del battesimo e dell'Epifania, l'offerta del pane e del vino, la solennità dei pellegrinaggi che giungevano da lontano accompagnati da musiche, l'insieme di quella vita religiosa affascinante che riceveva vigore dalla convinzione di «ogni sacerdote, apostolo di una religione degna di fiducia».

In Italia meridionale invece, Santo Nilo di Rossano, ancora giovane monaco di appena tredici anni, vede una gruppo di Saraceni sdraiati all'ombra e gli sembra che con quelle facce nere, con quegli occhi torbidi dagli sguardi truci siano del tutto simili ai demoni, ma i musulmani vogliono semplicemente parlare con lui e il futuro santo acconsente, non senza però essersi prima armato col segno protettore della Croce. Nilo scopre così che quegli uomini, con ironica bonarietà, lo ammirano perché malgrado la sua giovane età, sa rispondere con maestria alle loro domande ma che al contempo si stupiscono di come egli consumi «quel fiore di giovinezza» nell'ascesi monastica. «Non devi, in vero, tu, ora che sei nel fiore della gioventù - dice uno dei musulmani - andare a consumarti nelle fatiche e nei travagli della vita monastica: quando sarai vicino ad invecchiare e non sarai capace di fare più alcun male, potresti, se proprio conservi ancora questo tuo proposito, assoggettarti a questo martirio». Ma Nilo controbatte che «Dio non ci vuole buoni per forza; né un vecchio può dare a Dio il piacere [che può dargli un giovane]. Come neppure a te gradirebbe di avere un genero impotente, né a un re un soldato vile».

Il musulmano allora, «preso quasi da venerazione per la virtù di quest’ uomo lo lasciò libero, dopo avergli indicato la strada e senza avergli fatto alcun duro cattivo trattamento, o detto alcuna cattiva parola. Ché anzi gli espresse i migliori auguri, incoraggiandolo ed esortandolo con belle parole all'esercizio della virtù». Ma non solo, il musulmano, constatando che il giovane monaco manca di ogni provvista per rifocillarsi durante il viaggio «prese nel suo sacco alcuni pani raffermi, ma assai mondi, cominciò a corrergli dietro gridandogli: fratello, fratello! affinché attendesse il suo arrivo» Sicché, pur prevenuti contro il musulmano, quando si stabilisce un reale rapporto con lui può succedere che egli si riveli un uomo simile ogni altro, ama dialogare, ascolta il cristiano, si arrende alle sue ragioni e le apprezza tanto da pregare addirittura per lui e da consegnargli un viatico per il cammino. A Nilo, che vedendosi inseguito dal suo interlocutore, gli attribuisce intenzioni malevole, quest’ultimo risponde con un raffronto: mentre lui e i suoi compagni desiderano soccorrerlo, persino dispiaciuti di non avere nulla di più degno di quei pani, Nilo pensa di loro «ciò che non conviene».

Anni dopo, per riscattare tre suoi compagni catturati in Italia e condotti in Sicilia, il santo accumula oro e doni per affidarli a un altro monaco affinché vada a Palermo a scambiare queste ricchezze con la loro libertà. Nilo consegna inoltre, sempre allo stesso monaco, "una lettera da lui scritta al segretario di quel Capo-tribù, il quale per fortuna era un ottimo e piissimo cristiano. Questi mostrò all'Emiro i doni mandati dal Santo e gli interpretò quella stupenda lettera. Egli restò preso dalla sapienza del Beato, riconoscendolo per un grande amico di Dio e ripieno di straordinaria bontà. E poiché la virtù sa farsi amare anche dagli avversari, l'Emiro, liberati i tre monaci e trattatili con assai benevolenza, e ritenendosi per ricordo e per onore soltanto il giumento, li rimandò con tutto il denaro; anzi vi aggiunse parecchie di cervi con una lettera al Padre", una lettera peraltro interessante dove l'emiro rimprovera amabilmente Nilo per “non essersi fatto conoscere a tempo opportuno, perché, se ciò fosse avvenuto gli avrebbe consegnato la propria insegna che, sospesa all’esterno del suo monastero avrebbe protetto lui e i monaci; gli offre inoltre di venire a stabilirsi in Sicilia, nel luogo in cui desidera, dove potrebbe ricevere "molto onore e venerazione”.