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lunedì 25 luglio 2005

Se per una volta...


Sugli attentati di Sharm, non saprei cosa dire. Lia, direttamente dall'Egitto, ha detto ciò che doveva essere detto: ormai non si è sicuri da nessuna parte, e chi ha disdetto il viaggio per Sharm si nutre di illusioni. Se è destino essere dilaniati da una bomba, non sarà di certo un cambio di destinazione a salvarci: uno potrebbe essere in un albergo a Sharm come su un doubledecker a Londra, in una discoteca a Bali come in un resort in Kenya, in un caffé ad Istambul come al "Windows on the world" di New York. Non esistono più luoghi o mete sicure, nemmeno i mezzi di trasporto urbano in Occidente lo sono, figuriamoci gli aerei o le navi intercontinentali. E se sono riusciti a far saltare in aria gli alberghi di Sharm, in Egitto (dove si dice che dietro ogni cittadino c'è un poliziotto in borghese e che i terroristi vengono freddati anche se si arrendono sventolando le mutande bianche), non saranno di certo le "leggi speciali", le "misure più rigide", il "shoot to kill" (che finora ha solo tolto la vita ad un elettricista brasiliano probabilmente spaventato da questi individui in borghese che gli puntavano contro le automatiche) a fermare il terrorismo internazionale.
Il tentativo statunitense di "combattere" il terrorismo è fallito. Fallito, fallito, fallito. Non mi stancherò mai di dirlo. Lo dimostra l'impennata di attacchi spettacolari dappertutto nel mondo, il numero di kamikaze che si fanno esplodere (una media di dieci al giorno, secondo le ultime statistiche). Perché il terrorismo non è uno stato (Se è cosi, perché non bombardano il Pakistan, paese che ha dato sostegno ai talebani e prima di loro ai combattenti di Bin Laden? Il paese che vanta un numero sterminato di ufficiali d'intelligence simpatizzanti del fondamentalismo, di sceicchi e ulema scalmanati, di innumerevoli madrasse dove si insegna l'odio, di manifestazioni oceaniche a favore di Bin Laden? Un paese che ha dato sostegno ai kamikaze di Londra e di Sharm? Non sarà mica perché ha la bomba atomica? Perché non si bombarda l'Arabia saudita dove pochi ricchi se la spassano con i petrodollari mentre gran parte della società arranca sotto il peso di leggi severissime e di una martellante propaganda internazionalista a favore del fondamentalismo wahabita?). Il terrorismo non è un "Alqaeda", che detta cosi sembra un'organizzazione con quartiere generale a Londra (e in effetti, dal numero di "ospiti" fondamentalisti accolti a Londra negli ultimi anni sembra che sia proprio cosi) e azioni nella borsa di New York (dati i rapporti d'affari assodati tra famiglia Bush e famiglia Bin Laden).
No. Il terrorismo non è un'esercito con la divisa, da combattere con le bombe intelligenti. E' quella massa di ragazzi ventenni - trentenni che scelgono di indossare un giubotto sopra i loro abiti quotidiani (con buona pace di chi li immagina con i turbanti e le scarpe con la punta all'inssù) e farsi saltare. E quelli non lo fanno per un sottile gioco politico-mediatico, lo fanno, semplicemente, perché non vogliono più vivere. E per qualche ragione, hanno deciso che non dovevano andarsene da soli, che dovevano vendicarsi della società che li ha visti nascere, crescere, incontrare difficoltà sociali, economiche, culturali senza che nessuno prestasse loro ascolto. Tranne chi era interessato a sfruttare la loro morte. Questo vale a Londra come al Cairo, a Roma come a Bangok. Non ci sarebbe il terrorismo se decidessimo, solo per un attimo, di fermare la cantilena del "terrorismo aggressivo che ce l'ha con noi perché invidioso dei nostri grandi valori". Se decidessimo di ragionare lucidamente, come il sindaco della città occidentale più bersagliata ultimamente, ovvero il sindaco di Londra: "Non ho alcuna simpatia per gli attentatori, sono contro ogni violenza. Penso però che ci sono stati 80 anni di intervento occidentale nei Paesi arabi, per il bisogno di petrolio. Abbiamo sostenuto governi impresentabili, ne abbiamo rovesciati altri che non erano amici. E il problema, oggi, è che negli anni Ottanta gli americani hanno reclutato e addestrato Osama Bin Laden, insegnandogli come uccidere e fabbricare bombe contro i russi. Non hanno mai pensato che, una volta costruito, il personaggio si potesse rivoltare contro i suoi creatori. Chi ha seminato le bombe a Londra è un vigliacco e un assassino, ma lo ha fatto anche perché da 80 anni, dai tempi di Lawrence d'Arabia, gli occidentali assetati di petrolio manipolano i destini del Medio Oriente. E se la Gran Bretagna avesse dovuto sopportare ciò che sopportano alcuni popoli arabi, avrebbe prodotto anch'essa i suoi attentatori suicidi".
Lo capiremmo quindi se decidessimo di andare al di là della condanna, doverosa, per capire le ragioni, come quando lo stesso sindarco disse "In Medio Oriente c'è gente «sotto un'occupazione straniera, gente cui viene negato il diritto al voto, spesso il diritto al lavoro per tre generazioni: sospetto che, se fosse accaduto qui in Inghilterra, noi stessi avremmo prodotto molti attentatori suicidi". Aggiungendo, difendendo Al- Qaradawi, il volto televisivo "jazeeriano" dell'Islam, accolto dallo stesso sindaco a Londra pochi mesi orsono, «Ha detto che i palestinesi non hanno aerei o carri armati, possono solo usare i loro corpi. Noi inglesi e americani, che prima abbiamo appoggiato Saddam Hussein o altri regimi ambigui, usiamo dei doppi criteri di giudizio: molti giovani si accorgono di questo, vedono la ferita aperta della Palestina, vedono ciò che accade nella prigione di Guantanamo, e pensano che questa non è una politica estera giusta". Cosa spinge il sindaco laburista più popolare e più votato a Londra a dire cose simili appena poche ore dopo gli attentati londinesi, e cioè nel momento meno conveniente possibile, è presto detto. Lo disse infatti anche Ghandi, nel lontano 1925: "Se per una volta ci sforzeremo di considerare le cose dal punto di vista dei nostri avversari, impareremo presto a rendere loro giustizia (…). Tre quarti delle pene e delle incomprensioni del mondo sarebbero evitate, se per un momento ci mettessimo nei panni dei nostri avversari e comprendessimo la loro posizione".