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venerdì 29 luglio 2005

Un popolo anti-Lega ma sedotto spesso da Fini

Arcitaliana, di Jacopo Iacoboni, La Stampa
Tutti musulmani? Macché: la maggior parte viene dall’Est Europa. Diamanti: «Un romeno se pensa alla sinistra ricorda Ceausescu»

Quando Gianfranco Fini venne a Torino, subito dopo la sorprendente uscita sul voto agli stranieri, per un dibattito sull’immigrazione al Sermig, lo avvicinò una ragazza marocchina di nome Saloia El Idrissi, 32 anni, «presidente, le idee di An mi piacciono, non sono razziste, ma perché state con quel Bossi lì». Avrebbe volentieri votato per lui, un giorno. Mai per Umberto Bossi. Di cosa parliamo quando parliamo di voto agli immigrati? Di una questione politica, sociale, economica.
Di un grumo di simboli, speranze, risentimenti e culture più o meno (in)comunicanti. Per dire, com’è la situazione nell’Italia dei buoni sentimenti e dei nuovi razzismi ed esclusioni, e al limite, per chi voterebbero gli stranieri residenti da noi? È poco più che una simulazione, «oltretutto rischiosa dal punto di vista scientifico», osserva Ilvo Diamanti. «Siamo sicuri che un europeo dell’est dia ai concetti di destra e sinistra lo stesso significato che gli dà un camerunense?». Ma la simulazione smonta luoghi comuni e rivela qualche sorpresa.
Nell’Europa terrorizzata dal 7 luglio e dall’11 marzo madrileno, il primo riflesso quando pensiamo a un immigrato è pensare a un immigrato musulmano. Errore. La maggior parte degli immigrati in Italia viene dall’Europa, non dall’Africa o dall’Asia. Spulciate il dossier Caritas 2005 in uscita a ottobre, dei due milioni 730 mila immigrati in Italia alla fine del 2004, un milione 289mila provengono dall’Europa, 647mila dall’Africa, 472mila dall’Asia, 314mila dall’America, solo settemila arrivano dall’Oceania o risultano «apolidi». In particolare, gli immigrati italiani giungono dall’Europa dell’est, Romania in testa, Albania subito dietro, ameni paesi dove la sinistra aveva i volti rassicuranti di Nicolae Ceausescu ed Enver Hoxa. Una pacchia per un democratico.
Ecco, ragiona Diamanti, «lei provi a fare anche semplici interviste qualitative a immigrati romeni chiedendo se votano a destra o a sinistra e guardi cosa le rispondono: per loro sinistra-uguale-Ceausescu. Invece un centroafricano difficilmente riuscirà a calarsi in categorie etno-politiche radicate nel pensiero dell’Occidente come progressisti e conservatori». In molti di quei Paesi, osserva Diamanti, «il governante deve essere o comunque apparire un uomo di polso». Ecco allora il vicepremier di Alleanza nazionale applaudito da colf sudamericane, studenti congolesi come Bob e José, una diciannovenne di nome Sharon William, appena arrivata dalla Sierra Leone a Torino ma già in grado di dichiarare a taccuini aperti: «Apprezzo il fascino di Gianfranco Fini». Giampaolo Landi, responsabile di An per l’immigrazione, conferma: «Stiamo finendo uno studio, le anticipo che il voto politico degli immigrati dell’est Europa sembra orientato in modo massiccio a destra. Consideri che sono loro la maggioranza». Le città sono a un punto più avanzato del governo centrale.
«Una mappa vera e propria non c’è», spiega il sociologo del Mulino Marzio Barbagli, «anche perché al di là della retorica, gli immigrati non hanno diritti politici in Italia». Quando votano, dice, «è quasi una rappresentazione del voto vero», quello per eleggere il Parlamento. In ogni caso Torino è laboratorio, e non è la prima volta. A Roma ci sono 300 mila immigrati, la comunità straniera più nutrita si conferma quella romena, con 42mila persone, i filippini sono al secondo posto con 21mila (fonte www.stranieriinitalia.it). Bene: Rifondazione, i verdi, l’Arci, stanno pressando il sindaco Walter Veltroni per concedere qualcosa di più del consigliere per l’immigrazione. Paolo Cento ha anche proposto a Romano Prodi di farli votare alle primarie.
A Bologna Sergio Cofferati sta portando a compimento una vecchia idea del Social Forum: al consiglio comunale del 2 maggio è stato presentato un ordine del giorno per l’estensione del diritto di voto attivo e passivo nei consigli di quartiere ai cittadini stranieri residenti. Genova, la città apripista in assoluto, ha avviato nel 2002 un percorso che potrebbe portare addirittura al voto per il consiglio comunale; la stessa strada seguita a Venezia da Paolo Costa e ora Massimo Cacciari, e a Cosenza da Eva Catizone, grande sponsor l’ex leader di Potop Franco Piperno. Altrove degli immigrati hanno già votato, ma per eleggere organi ad hoc: a Lecce Fadl Albeetar, giordano, è stato eletto nel 2004 consigliere per l’immigrazione.
Giunta: An. Sindaco: Adriana Poli Bortone. Dopo, è successo lo stesso a San Mauro Torinese (eletto un egiziano), a Cagliari (un tunisino), Mazara del Vallo (un tunisino ventiduenne, il più giovane in Italia), Ancona, Macerata, Ascoli... «La cosa accertata», sostiene Diamanti, è che «se votassero, gli immigrati più che sapere per chi votare, sanno per chi non votare: la Lega». Piccolo particolare che potrebbe inquietare i sindaci-sceriffi stile Giancarlo Gentilini, è che il 60 per cento degli immigrati italiani vive al nord (il 30 al centro, il 10 al sud, fonte Caritas). Certo, questo popolo global sa bene che siamo ai primissimi passi.
L’egiziano Sherif El Sebaie, rappresentante della commissione fondi attività culturali del Politecnico di Torino, annota acuto: «Esprimere il proprio voto fa differenza eccome. Anche se stiamo parlando ancora di elezioni simboliche». Per quel che conta, il 70,7 per cento degli italiani, sostiene la Fondazione nord est, è favorevole a passare dai simboli al voto pesante, quello politico: anche a dispetto di quello che continua ad accadere nella Londra del melting pot e dei romanzi sognanti di Hanif Kureishi.