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mercoledì 24 agosto 2005

Al potere, per la grandezza di Roma

Dice Pera: "o ci impegniamo a integrare gli altri facendoli diventare cittadini della nostra civiltà - con la nostra educazione, lingua, conoscenza della nostra storia, condivisione dei nostri principi e valori - oppure la partita dell'integrazione è perduta". "Ha ragione", afferma Sandro Bondi, Coordinatore di Forza Italia: "Pera toglie polvere al concetto di "cives" che consentì, per centinaia di anni, all'impero romano di "integrare" culture e società profondamente diverse. Alla base c'era un concetto ferreo: per appartenere alla stessa società è necessario partecipare alle stesse regole. Soggiacere allo stesso diritto. La differenza tra la tolleranza delle società cristiane rispetto alle società islamiche è che Giustiniano innestò sul cattolicesimo la grande eredità del diritto romano''. Il problema però è che lo scenario attuale non si prospetta affatto così come viene descritto. L'"integrare gli altri facendoli diventare cittadini della nostra civiltà" rimane, tuttora, una retorica vuota. Lo si tocca con mano analizzando le regole insuperabili - o quasi - per ottenere la cittadinanza, lo stop imposto dal governo ai comuni che hanno concesso il voto agli immigrati, la Fallaci e compagnia cantante che chiedono, in termini più o meno velati, l'espulsione indiscriminata di tutti i musulmani. Non parliamo poi del pericolo meticci!
Pur essendo nato in Egitto, sono stato cresciuto - a casa e a scuola - nell' educazione, lingua, conoscenza della storia e condivisione dei principi e valori dell'Occidente. Certo, la mia nascita "meticcia" in un paese mediorientale ha sicuramente influenzato la mia cultura, arricchendomi e rendendomi - credo - un po' più "esterno" (se la vogliamo mettere proprio così) ma forse per questo anche un po' più obiettivo quando si tratta di discutere di "Occidente". Ma da quando sono "sbarcato" in Occidente, ho visto che il mio nome e le mie origini - evidentemente straniere - non facevano altro che crearmi piccole difficoltà, dal trovare una sistemazione al farmi rilasciare un bancomat. Ovviamente sono in una condizione molto privilegiata rispetto a migliaia di altri immigrati, e proprio per questo non oso nemmeno immaginare le tribolazioni a cui sono stati sottoposti coloro che sono giunti in condizioni meno favorevoli delle mie, dal punto di vista economico, linguistico o culturale. Non nego però di aver visto tanti altri aspetti positivi, che mi hanno fatto credere in un futuro migliore; ma il clima sempre più cupo che si addensa all'orizzonte, con discorsi sui meticci e sulla superiorità e inferiorità delle civiltà, mi ha fatto ripiegare su posizioni molto più pessimistiche. Se un semplice "nome" faceva da ostacolo unilaterale ad un'integrazione culturale che nel mio caso ritenevo addirittura scontata, come si può parlare di civiltà romana? Prima di cianciare di Civiltà romana, forse dovremmo studiarne i meccanismi. No?
Ebbene...Come scrive Blondet, Roma "Non ebbe molti nemici, perché ogni nemico di Roma sapeva che Roma l’avrebbe chiamato, prima o poi, a partecipare al potere romano: senza distinzione di “razza” (cui Roma fu sempre indifferente), ma a patto che – a fianco della propria cultura etnica e particolare – il vinto accettasse la cultura di Roma. Che era, precisamente, la sua universalità. Roma chiamò “genti diverse a fare qualcosa di grande insieme”; represse con forza le genti renitenti alla chiamata, ma aprì generosa ogni porta a chi, capendone la grandezza, l’accettava". Da questo si desume che il principio basilare posto a fondamento della civiltà romana era proprio quel multiculturalismo che oggi fa tanto schifo. Il successo culturale di Roma stava nella "condivisione" dei valori, nel riconoscimento comune della loro grandezza universale, ma non della loro esclusiva superiorità. E infatti, si parla di culture "affiancate", non sottomesse. Almeno non nel senso culturale del termine, visto che Roma stessa incorporò culti e religioni delle popolazioni conquistate nella propria. A Roma non si sarebbero mai sognati di includere delle particolari "radici" in un'eventuale costituzione dell'Impero: le radici erano quelle appartenenti a tutti. Roma, inoltre, "Non escluse alcuna razza dalla partecipazione al potere romano. Nel 200 dopo Cristo, Roma estese la cittadinanza a tutti, a ciascun abitante del suo impero: aprendo a ciascuno e a tutti le cariche, locali e centrali, militari e civili, senza discriminazione alcuna".
Ora, è evidente da queste considerazioni che la civiltà romana era una civiltà che, in cambio del riconoscimento della grandezza universale della sua cultura, elevava davvero i suoi sudditi al rango di cives romanus, e cioè chiamandoli al potere. Una società che, invece, sta ancora discutendo si sia giusto o sbagliato concedere un patetico voto amministrativo agli immigrati residenti da anni, con tanto di contributi alla crescita dell'economia, non può affatto richiamarsi alla civiltà romana. Un' ideologia che invece di accelerare la chiamata al potere, sta a disquisire sulla superiorità e l'inferiorità di altrui civiltà, che tratta gli altri da inferiori, che pensa di ricorrere alle armi per sottometterli e sfruttarli parlando di pace solo retoricamente, è molto ma molto lontana dal modello romano di civiltà ed ha molta strada da fare. Come dice inoltre Blondet, "Occorre ricordare che cosa fu per Roma la guerra: non mai (salvo qualche feroce eccezione) lo sterminio di nemici irriducibili, bensì al contrario, il preludio all’associazione dei vinti nel potere e nella responsabilità di Roma. Il nemico di oggi fu colui con cui si sarebbe dovuto convivere domani; e non in regime di apartheid. [...] Il segreto del potere di Roma fu proprio questo: di non riconoscere mai nemici radicali ed eterni, né “inferiori” o “impuri” assoluti. Contrariamente a quel che crede il conformismo corrente, Roma regnò meno con la forza delle armi che con la pace".
Se di Roma si deve parlare quindi, dobbiamo ricordare - appunto - l'estensione della cittadinanza a tutti i sudditi dell'Impero, con relativi doveri ma anche diritti. E invece, oggi, assistiamo a gente che, appena un immigrato si azzarda ad aprire bocca, lo zittisce dicendogli "E che c'entri tu! Sei extracomunitario". Dove la minaccia più immediata è la revoca del permesso di soggiorno. A Roma diversi imperatori furono originari della Siria: Eliogabalo, Filippo l'Arabo, l'imperatrice Giulia Domna (moglie siriana di Settimio Severo, nato in Africa). Oggi invece gli amministratori locali discutono se sia giusto o meno accogliere un immigrato senza diritto di voto in un consiglio comunale. Quanti sarebbero disposti, oggi, in nome della tanto decantata civiltà romana, ad avere un presidente del Consiglio straniero, originario del Nord Africa o del Medio Oriente? Direi quasi nessuno. Ma a Roma questo succedeva. "Così, si capisce - prosegue Blondet - perchè il cristianesimo potè innestarsi sul vecchio tronco di Roma. Gesù l’ebreo contrastò e spaccò il particolarismo ebraico, dichiarando la salvezza universale di tutti gli uomini. Assicurò che il Padre non voleva che “alcun peccatore perisca, ma che si converta e viva”: frase perfettamente iscrivibile nella politica romana, il cui scopo non fu lo sterminio dei nemici, ma la loro “chiamata” nella romanità. Paolo, ebreo, disse che dopo Cristo “non c’è più nè giudeo né greco”. Non gli venne affatto in mente di aggiungere “nè romano”. Perché “giudeo” o “greco” erano etnie, “romano” era invece uno stato giuridico che prescindeva da razze e particolarismi; diventando cristiani, non si cessava di essere “romani”, ossia cittadini e corresponsabili della civiltà, del diritto, della cultura universale. E responsabili anche della sua difesa militare. Questa è ancor oggi la civiltà: quella a cui dobbiamo tendere su scala globale, anche se la sua costruzione è imperfetta e conosce oggi un fatale oscuramento. Fa parte della civiltà (“romana”, e ancor oggi nostra) che l’esercizio del potere sia aperto e leale, ossia legittimo, e non già dietro le quinte ed occulto: perchè questo secondo tipo di esercizio non è responsabile. Chi comanda non apertamente, ma occultamente con complotti, non si assume responsabilità delle sue azioni, si sottrae al giudizio del resto degli uomini".
E' proprio questo, il concetto su cui bisognerebbe lavorare: la condivisione di un'unica, grande, cultura universale, non semplicemente occidentale. La guerra di oggi, invece, ha come scopo ideale - almeno nelle menti di alcuni, che temo (ma spero non sia) la maggioranza - quello di "occidentalizzare" il mondo, ritenendo appunto il modello occidentale un modello "superiore" e quindi per forza di cose "migliore". In altre parole, si nega agli altri la dignità di una propria cultura, di una propria civiltà, da affiancare alla propria e magari anche da condividere attivamente in prima persona, in cui riconoscere perfino sé stessi, come succedeva nell'Impero Romano. Si deve lavorare inoltre su uno status giuridico che prescinda razze e particolarismi, e quindi rispolverare il concetto effettivo - e non solo simbolico - di cittadinanza, quella cioè che renda gli immigrati corresponsabili della legge e del diritto e perfino responsabili della sua difesa militare. Gli immigrati, per essere pienamente integrati, alla romana intendo dire, devono essere chiamati al potere, a tutti gli effetti, e non tramite organi precostituiti e scelte personalizzate, e cioè dietro le quinte e in maniera occulta, bensì attraverso un processo legittimato democraticamente e basato sulle capacità effettive di ognuno di essi, che in questo modo non vengono sottratte al giudizio del resto del popolo. Personalmente, però, credo che di Roma dovremmo rispolverare, più che le legioni, un grido di civiltà e cioè chiamare “genti diverse a fare qualcosa di grande insieme”. Perché questo era, in fin dei conti, la grande Roma.