Notizie

Loading...

giovedì 18 agosto 2005

Perché Sharon non deve piangere

«Quando si vedono quelle famiglie in lacrime, e quei poliziotti in lacrime, è impossibile non piangere. Sono immagini che spezzano il cuore», dichiara Sharon. Eggià...Peccato che fu lo stesso Sharon - aprendo un incontro del partito Tsomet Party, in veste di Ministro degli esteri d’Israele - a dichiarare "Tutti devono muoversi, correre e prendere quante più cime di colline (palestinesi) possibile in modo da allargare gli insediamenti (ebraici) perché tutto quello che prenderemo ora sarà nostro... Tutto quello che non prenderemo andrà a loro.” [Agenzia France Presse, 15 novembre 1998]. Lo stesso giorno affermò "E’ dovere dei dirigenti d’Israele spiegare all’opinione pubblica, chiaramente e coraggiosamente, un certo numero di fatti che col tempo sono stati dimenticati. Il primo di questi è che non c’è sionismo, colonizzazione, o Stato Ebraico senza lo sradicamento degli arabi e l’espropriazione delle loro terre.” Gli unici responsabili di questo grande dramma umano che va in diretta sui media da un po' di giorni sono quindi solo ed esclusivamente i governi israeliani e i rabbini che si sono succeduti in questi anni convincendo tutte quelle famiglie che quella era "terra loro", perché "l'hanno vinta in guerra" e perché - in poche parole - " fu promessa loro da Dio in persona".

Nella Bibbia che i coloni ora portano a testimonianza del loro diritto su quella terra, è scritto: "La terra non appartiene all'uomo, ma a Dio". Da questa frase scaturisce una legge, quella dell' estinzione automatica dei diritti di proprietà ogni 49 anni. Ma sono quasi 57 anni che gli israeliani pretendono di possedere esclusivamente quella terra, sempre in nome di Dio. Non è forse venuta l'ora di dichiarare estinti i diritti di proprietà e lasciare quella terra? E' comprensibile che un essere umano sradicato da quella che considera "la propria terra", da alcune - anche se pochissime - generazioni, non voglia smuoversi. Meno comprensibile se nega ai palestinesi, che ci abitano da alcuni secoli, lo stesso diritto. Ancora meno comprensibile che lo si faccia con arroganza, come fa Yakov Bar Shalom, professore di lingua ebraica e materie bibliche, emigrato dal 63 e residente dal 1979 (sic!) a Ganei Tal, una delle 21 colonie destinate a sparire nelle prossime ore, dichiarando: «Se i fondatori di Degania (il primo kibbutz agli inizi del Novecento) avessero tenuto in considerazione i palestinesi non avrebbero mai dovuto venire a vivere in questa regione. Israele è nata e cresciuta nonostante gli arabi. Qui siamo oggi 5 milioni di ebrei. Attorno ai nostri confini vivono oltre 250 milioni di arabi. Da sempre li abbiamo combattuti e vinti. Guai se ora, che siamo più forti di ieri, dovessimo tirarci indietro. Se davvero vogliamo parlare di deportazione, allora facciamolo per i palestinesi. Perché devono essere sempre gli ebrei a subire?»

A questa domanda, David Ben Gurion - padre fondatore dello stato d'Israele - aveva già risposto a suo tempo: “Ci sono stati l’anti-semitismo, i nazisti, Hitler, Auschwitz, ma loro (i palestinesi, ndr) in questo cosa centravano? Essi vedono una sola cosa: siamo venuti e abbiamo rubato il loro paese. Perché dovrebbero accettarlo?” [Riportato da Nahum Goldmann in Le Paraddoxe Juif (The Jewish Paradox), pp. 121-122] Nella dichiarazione di Bar Shalom, poi, non c'è nulla di nuovo: è il succo dell'ideologia sionista: "Questa terra non è nostra, è dei palestinesi. Verissimo. Ma siccome siamo più forti, ce la prendiamo e li sbattiamo fuori". E sono anni che i sionisti lo ripetono, onestamente, come chiese Ariel Sharon. Se non ci credete leggetevi queste dichiarazioni, sempre di Ben Gurion: “Noi dobbiamo espellere gli arabi e prenderci i loro posti.” [David Ben Gurion, 1937, Ben Gurion and the Palestine Arabs, Oxford University Press, 1985] oppure "Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca delle terre e l’eliminazione di ogni servizio sociale per liberare la Galilea dalla sua popolazione araba”. [David Ben-Gurion, Maggio 1948, agli ufficiali dello Stato Maggiore. Da: Ben-Gurion, A Biography, by Michael Ben-Zohar, Delacorte, New York 1978]

Oppure ancora "I villaggi ebraici sono stati costruiti al posto dei villaggi arabi. Voi non li conoscete neanche i nomi di questi villaggi arabi, e io non vi biasimo perché i libri di geografia non esistono più. Non soltanto non esistono i libri, ma neanche i villaggi arabi non ci sono più. Nahlal è sorto al posto di Mahlul, il kibbutz di Gvat al posto di Jibta; il kibbutz Sarid al posto di Huneifis; e Kefar Yehushua al posto di Tal al-Shuman. Non c’è un solo posto costruito in questo paese che non avesse prima una popolazione araba.” [David Ben Gurion, citato in The Jewish Paradox, di Nahum Goldmann, Weidenfeld and Nicolson, 1978, p. 99]. "Tra di noi non possiamo ignorare la verità ... politicamente noi siamo gli aggressori e loro si difendono … Il paese è loro, perché essi lo abitavano, dato che noi siamo voluti venire e stabilirci qui, e dal loro punto di vista gli vogliamo cacciare dal loro paese" [David Ben Gurion, riportato a pp 91-2 di Fateful Triangle di Chomsky, che apparve in "Zionism and the Palestinians pp 141-2 di Simha Flapan che citava un discorso del 1938].

I coloni non sono solo vittime del fondamentalismo religioso. Sono vittime di chi li ha ingannati convincendoli che la Palestina era "una terra senza popolo per un popolo senza terra", salvo costringerli adesso a lasciare quella stessa terra perché, "Milioni di palestinesi vivono lì, non avremmo potuto controllare quella terra per sempre" (Sharon alla Tv israeliana, ieri). Questo non vuole dire dare ragione ai coloni, significa prendere atto del fatto che sono stati ingannati, anche loro, da una politica che è rimasta per molto tempo accecata dall'avidità territoriale e confidente nella propria superiorità militare, ma che ora deve fare i conti con la scomoda realtà. I coloni sono, quindi, al pari dei palestinesi, vittime.