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martedì 23 agosto 2005

Senza radici. Tutto e il contrario di tutto?

[...] Marcello Pera è incorso ieri in uno spiacevole infortunio: è riuscito a farsi bacchettare non solo dalle sinistre ma perfino dai ciellini. I quali, costretti a scegliere tra le parole del Papa e le sue, hanno precisato che sì, con l'apocalittico discorso che ha tenuto aRimini «ci sono grandi punti di contatto, ma non c'è necessariamente una totale identità di vedute».

Non avevano scelta. L'intemerata del presidente del Senato non solo contro «i relativisti che scherzano con il fuoco» e la legge spagnola sulle coppie gay e il laicismo e mille altri demoni ma anche contro un'Europa dove «si apre la porta all'immigrazione incontrollata e si diventa meticci », è infatti assai distante dalle posizioni della Chiesa. Sono anni che il cardinale Angelo Scola, a esempio, insiste che l'identità non si difende preservandola «come un fossile» e che «il popolo di Dio è una fusione di nazioni e di popoli e per questo non dobbiamo aver paura di parlare del meticciato di civiltà. Sottolineo la parola civiltà».

E sono anni che Joseph Ratzinger, a dispetto di Roberto Calderoli che lo invoca contro «l'imbastardimento della nostra identità», ha chiarito che la multiculturalità (che per Pera «genera apartheid, risentimenti e terroristi di seconda generazione») è «una sfida da raccogliere». Di più: «L'interculturalità mi pare oggi costituisca una dimensione indispensabile per la discussione intorno alle questioni fondamentali sull'essere uomo, discussione che non può essere condotta né solo all'interno del cristianesimo né solo nell'ambito della tradizione occidentale della ragione». Non basta: prima dell'abbraccio ai musulmani di Colonia aveva già spiegato che per lui è falso che non esista un Islam moderato: «L'area culturale islamica è caratterizzata da analoghe tensioni: dall'assolutismo fanatico di un Osama Bin Laden fino agli atteggiamenti che sono aperti a una razionalità tollerante, si dispiega un ampio arco».

Per il presidente del Senato, del resto, siamo al replay. Un mese fa, dopo le stragi di Sharm el Sheikh, aveva detto: «È uno scontro di civiltà. È stata dichiarata una guerra all'Occidente ». E si era trovato già allora nel mirino. Non solo della sinistra, che ieri gli ha ricordato che «dal paventare meticci a sostenere la purezza etnica il passo può essere breve» (ciò che sostengo pure io, ndr), ma degli stessi amici. Da Fini («È sbagliato e deprecabile parlare di scontro di civiltà» ) a Pisanu ( «Non possiamo confondere la minaccia del terrorismo con la religione, la cultura e la civiltà dell'Islam»), da Casini ( «Bisogna abbassare i toni: tra Occidente e Islam non c'è uno scontro di civiltà») fino allo stesso Benedetto XVI: «Non sono bombe contro il Cristianesimo». Il fatto è che Pera, quando sposa (volta per volta) una tesi, ci mette tanta enfasi da far dire a Francesco Storace: «Sembra un concorrente dell'isola dei focosi». È il suo guaio: le piroette si notano di più.

Prima di essere più papista del Papa e più ciellino dei ciellini, il figlio del vecchio ferroviere insofferente alla rigidità coerente dei binari è stato il più giustizialista dei giustizialisti («Il garantismo, come ogni ideologia preconcetta, è pernicioso») e poi il più laicista dei laicisti («Per esser anticlericali bisogna sentir la dignità della propria identità») e il più garantista dei garantisti. E poi il più fiero avversario dell'inserimento delle radici cristiane nella carta Ue («Non dobbiamo infilare Dio nella Costituzione europea o inseguire su tutto le posizioni della Chiesa») e il più fiero fustigatore di chi non l'aveva infilata: «Abbiamo rimosso la nostra identità giudaico-cristiana». E l'accanito teorico della fecondazione assistita («Davvero monsignor Sgreccia vuol farci credere che prelevare il seme in un modo o un altro è moralmente rilevante? La morale dipende da come si eiacula?») e poi l'accanito censore dei referendari sconfitti «che hanno provato a dare un violento colpo di forbice ai valori e sono ancora lì che si accarezzano la guancia per lo schiaffo ricevuto».

E insomma ha offerto ai suoi critici tutte le prove per accusarlo, carta canta, di aver detto tutto e il contrario di tutto, a seconda di come gli girava al momento. Fedele, in fondo, solo all'idea che aveva proposto anni fa a un giornale. Quella di avere una rubrica dove «scrivere ciò che mi passava per la testa». Propose pure il titolo: «Discorsi a Pera».