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domenica 28 agosto 2005

Standing ovation


Sherif scrive, giustamente, che i pochi che possono permetterselo, devono, nei termini dell'imperativo morale kantiano, militare per le migliaia che non hanno la forza di opporsi. Ed è quello che noi pochi facciamo, ognuno con il suo stile, ognuno con i suoi mezzi. Gli odiatori professionisti del Thankyouoriana sono abituati a sguazzare nella loro infamia, ridendosela beati (fino ad oggi), perché contano sull'oggettiva debolezza del loro bersaglio umano, consapevolezza che viene loro dalla pressoché totale impunità nella quale fino ad oggi hanno potuto agire.

Possono contare su articoli quotidiani pubblicati dalla stampa nazionale per una reciproca ispirazione, e gonfiano la loro presunzione di impunibilità e di potenza rispetto alla preda umana che braccano, comodamente seduti in poltroncine ergonomiche.

Cosa hanno, invece, le piccole Zeinab, i piccoli Tareq? Cosa possono opporre alla macchina che macina le loro vite, che li spinge alla periferia della società, relegandoli al ruolo di capro espiatorio di tutte le incertezze che questa società esprime, da quella sui diritti negati agli anziani, a quelle sul potere d’acquisto dello stipendio medio, a quelle sulla disoccupazioni, a quella della mancanza reale di valori positivi che aleggia nell’aria e la rende irrespirabile?

Non hanno nulla, i Tareq e le Zeinab di questa Italia ferita e sgomenta, se non paura di essere, timore di esistere. Se chiedono di essere ascoltati, la loro non è più una richiesta, ma una insopportabile pretesa, se vogliono case migliori la loro non è una normale aspirazione ma il desiderio di “pasteggiare a champagne” come sostiene John the Old, uno degli orianisti intervenuto a commentare la dichiarazioni di intenti dell’Associazione Cristiana delle Madri Emigranti. Delle madri cristiane, per Dio!

Cosa si pretende dagli immigrati, dai musulmani? Cosa, dolce Gesù? Che siano felici di vivere in ostelli che possono bruciare fino alle fondamenta come è successo a Parigi, si dichiarino soddisfatti di questa sistemazione e ringrazino il cielo di aver perso solo 4 dei 6 figli che avevano? Che si dichiarino soddisfatti di pulire cessi a vita e non aspirino a migliorare? Che i loro figli vengano relegati ai lavori più umili e degradanti solo perché appartenenti ad un'etnia diversa o perché la loro origine nazionale non può essere fatta risalire agli etruschi?

Perché la semplice enunciazione del sogno di ciascuno di noi - a prescindere dalla nazionalità, dall’etnia d’appartenenza e dalla religione in cui si crede -, se espresso a voce alta da un immigrato o da un musulmano, diventa un’intollerabile prevaricazione? Forse sono tonta, sono senz’altro tarda, ma non riesco a capirlo. Se qualcuno può spiegarmelo meglio, lo prego, batta un colpo. Possibilmente non in testa ad un negro.
[...]
A stupirmi è anche la reazione dei molti democratici antirazzisti, quella tipica di chi si sente a suo agio solo quando si trova a difendere la "vittima indifesa", quello che prova disagio quando la vittima tanto indifesa non è, o semplicmente decide di smettere di subire e dice: NO, questo proprio No.

Mi sento quasi in colpa di fronte a delle persone le cui idee condivido, spesso senza nemmeno fare dei distinguo, che ti chiedono, smarrite e nel contempo smarrendoti, di seguitare a patire, di continuare a sanguinare, e magari anche di morire in silenzio, per dare a loro l’opportunità di difenderti propriamente, democraticamente, come dire? ah, si: civilmente.

Ma anche con tutta la mia più buona volontà, pescando risorse comprensive nel baratro della mia stanca umanità, non credo di potermi esimere dal battermi per me stessa e per quelli come me, non credo di poter sopportare il dolore in attesa che qualcuno, senz'altro più civile e umano e comprensivo di me, mi consenta di vivere in pace.