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lunedì 12 settembre 2005

E se facessimo la stessa fine?

Qualcuno di voi probabilmente si ricorda ancora il mio commento sulla revoca dell'espulsione del Cialtrone di Carmagnola, datato 13/12/04. Un commento durissimo che, letto adesso, sembra ricalcare l'ondata di entusiasmo che ha permeato gli elettori di Centro (ed estrema) destra in seguito all'espulsione dell' "Imam di Torino" e l'ondata di indignazione che probabilmente li sconvolgerà, se la sua espulsione dovesse un giorno essere revocata, cosi come sono rimasto sconvolto io da quella relativa al caso Carmagnola. Il 17/12/04, ricevetti dall'On. Valent, che allora non conoscevo, una lettera che recitava "Le dirò che raramente consento alle mie antipatie personali di offuscare il giudizio politico. Quando Mamour Fall (l'"imam di carmagnola", ndr) è stato ingiustamente espulso (come sostiene molto più autorevolmente di me) il tribunale amministrativo del lazio, unico competente nel giudizio relativo ai provvedimenti del ministro dell'interno, non è stato l'unico a soffrirne. Quei provvedimenti hanno in primo luogo colpito (e lo fanno ancora ciclicamente) altre persone magari meno note al grande pubblico, ma le assicuro che alcuni di questi sono stati prelevati dalle fabbriche con le mani sporche di grasso, in tuta da metalmeccanico e caricati di peso sugli aerei della deportazione in disgrazia. Ma la ferita più dilaniante è stata inferta all'immagine dell'islam in italia: sacrificare così platealmente e frettolosamente delle persone, sulla base del nulla giuridico solo perché era utile alla coreografia del dolore per la morte dei carabinieri a Nassiriya, ha consolidato nell'immaginario collettivo l'icona di un islam pericoloso, costringendo tutti i notabili della comunità mussulmana a rinfocolare la percezione che vi siano islamici buoni che con "quelli là" non c'entrano per nulla. Vede, io sono mussulmana e sono nera, e le assicuro non sento il bisogno di spiegare che con Fall non ho nulla da spartire, né il bisogno spasmodico di firmare appelli contro il terrorismo internazionale. così come un bravo cattolico non sentirà il bisogno di dichiarare ad ogni piè sospinto che non ha nulla a che vedere con i preti pedofili e un bravo ebreo non si dovrebbe sentire nell'obbligo di difendere l'antipatica pratica dell'omicidio assurto a prassi politica nello stato di israele. Il problema è squisitamente politico, giova ripeterlo. si tratta di scegliere se giocare di rimessa, in difesa costante, sapendo che comunque non solo gli esami non finiranno mai, ma le domande sono tutte a trabocchetto e le risposte in ogni caso truccate. Oppure recuperare l'orgoglio d'appartenere senza sentirsi nel dovere di compiere quotidianamente abiure rassicuranti per molti ma umilianti per tutti".

Oggi, quasi un anno dopo (ma in realtà anche molto prima), le parole usate da Dacia Valent mi risultano più chiare e spero lo siano anche per tutti voi. E' proprio per questo che ho aspettato di intervistare Bouchta, i suoi famigliari ed ascoltare le opinioni degli ospiti della trasmissione di Controcorrente a cui ho partecipato (Gianni Vattimo, Carlo Panella e Guido Olimipio) prima di formulare un pensiero completo in merito alla questione. Il nocciolo, praticamente, sta tutto in una frase: non bisogna riflettere sul singolo caso, bensì sui principi. Bisogna assolutamente scindere la sfera delle antipatie personali, quella alimentata anche dai media, da quella del giudizio politico che deve essere basata sul codice penale e la Costituzione. L’ "imam" di Carmagnola, come quello di Torino, sono individui che non ho mai conosciuto di persona, se non mediaticamente. Il primo era già famoso per le sue follie da palcoscenico, il secondo per il presenzialismo esagerato e le battute intransigenti. Le loro prediche d'odio? Il primo si professava, platealmente, in rapporti politico-finanziari con Bin Laden, annunciava attentati e millantava poteri decisionali in seno ad Al Qaeda. Il secondo dice invece di essere rimasto vittima di un malinteso, che le sue parole sono state strumentalizzate e - a sentire le sue ultime versioni - verrebbe persino da pensare che ha ragione. Non mi posso pronunciare sul loro operato dentro le moschee, dal momento che non le ho mai frequentate e non posso dire cosa proclamavano esattamente dai loro pulpiti. Ma - c'è un ma - pare che i servizi segreti ne siano a conoscenza: Bouchta stesso ha dichiarato, in una delle sue ultime interviste, di aver sentito una volta lo scatto nitido di un registratore e di aver detto, all’occasione: "sono felice che le forze dell'ordine ascoltino dalla mia bocca ciò che predico qui". Se Bouchta predicava terrore e violenza, le forze dell'ordine sono quindi in possesso delle prove incontrovertibili della sua colpevolezza: basterebbe mostrare le trascrizioni, e il caso è chiuso. Nessuno oserebbe più sollevare dubbi sul provvedimento di espulsione.

Ciononostante, finora - a carico di Bouchta - è trapelato un unico documento dove vengono mosse delle accuse generali che lui respinge categoricamente. Ha ospitato un militante della Jihad? "La mia moschea è frequentata da tutti, e io di certo non posso controllare chi entra e chi esce. In casa mia, invece, ci è sempre entrata solo la mia famiglia". Sarebbe come espellere un parroco perché la sua chiesa è frequentata da un pedofilo. Una raccolta fondi per Hamas? "Per niente, era una raccolta pubblica, sotto gli occhi della Digos, ad opera di un'associazione islamica di Genova a favore della popolazione palestinese. Ad ogni modo, io - dall'Italia - non potevo di certo sapere che fine facevano i soldi una volta arrivati in Palestina". Come dire? Ti chiedono i soldi per strada per combattere l’AIDS e invece si scopre dopo che servivano a finanziare un giro di droga, quindi automaticamente diventi un narcotrafficante. Una raccolta fondi per la Cecenia? "Mai successo". Allora le uniche prove a suo carico sono l'inneggiamento e la solidarietà espressa pubblicamente a Bin Laden: "Affatto, io ho solo detto che era impensabile attribuire a Bin Laden o chiunque altro la colpa mentre le fiamme ancora divampavano.” Vattimo, nel corso della trasmissione Controcorrente di Sky, in cui ero invitato anch'io, si spinse oltre l’intervento telefonico di Bouchta, affermando che l'amministrazione di Bush è anche quella che si è inventata le armi di distruzione di massa in Iraq: come possiamo crederle? Bouchta ha anche detto che Bin Laden era innocente…"Ho detto che un buon musulmano non farebbe mai una cosa del genere. Quindi se Bin Laden si professava tale, non poteva essere colpevole. Ad ogni modo, se lo era, bisognava processarlo ed esibire le prove". Stando a queste dichiarazioni, le parole di Bouchta sono soggette ad un’interpretazione soggettiva: c'è chi può intenderle come solidarietà al terrorista e chi, invece, come la riaffermazione di un principio cardine della democrazia: il diritto al processo del più efferato dei criminali, incluso Bin Laden. Insomma, nelle parole "italiane" di Bouchta, c'era ben poco di incitazione o di apologia al terrorismo, e alla domanda giunta alla regia della trasmissione di Corrado Formigli via sms su come giudica i kamikaze che si fanno esplodere in Palestina, rispose: "E' un atto efferrato, condannabile, non si possono uccidere bambini innocenti", niente a che vedere con il direttore del Centro Islamico di Bologna, verrebbe da dire. L'unica accusa pendente a suo carico diventa quindi la doppiezza, ovvero che predicava tutt'altro in arabo, ma a questo punto basterebbe semplicemente la registrazione, trascrizione e traduzione di una delle sue prediche incriminate, sicuramente in possesso dei Servizi. Finora, però, non ce n'è traccia. Il sospetto di molti, fra cui numerosi giornalisti, è che le prove a carico di Bouchta siano simili a quelle portate a carico del Cialtrone di Carmagnola nel corso del processo: ritagli di giornale che, una volta esibiti, hanno avuto come un'unica conseguenza la revoca dell'espulsione. Giustamente, ha stabilito il Tar, i giornalisti o cosiddetti tali, a volte non trascrivono correttamente le dichiarazioni e spesso e volentieri addirittura le inventano o le manipolano (se sono del calibro di alcune nostre conoscenze, per esempio, è garantito).

Ma, torniamo al discorso iniziale, perché il punto non è Bouchta. Lo scopo del paragrafo precedente, infatti, non era dimostrare "la sua innocenza", perché non so se lo era effettivamente e, sinceramente, sono propenso a pensarla come Vattimo: "non me ne frega niente dell'Islam, a me interessano le leggi italiane!". Lo scopo era dimostrare quanto le prove esibite a suo carico possano essere smontate da un’interpretazione soggettiva o oggettiva, vedete voi. Ecco perché la magistratura avrebbe dovuto pronunciarsi in merito e stabilire, una volta per tutte, la consistenza o meno delle prove raccolte. Se il Ministero dell’Interno ha preso questa decisione significa che a suo carico ci sono prove inconfutabili e che "la marmellata sulle sue mani c'è anche se non si vede". Forse saranno prove ben più gravi, ma proprio per questo un tribunale ha il diritto di vederle, anche se coperte dal segreto di Stato. E, una volta pronunciata una sentenza di condanna, tutti quelli che hanno proclamato la sua innocenza e gridato all'ingiustizia faranno una misera figura. La questione è un’altra, quindi: sta nei principi. E' giusto espellere qualcuno sulla base di prove invisibili e sconosciute, non solo alla magistratura, ma all'opinione pubblica? Io credo che sia diritto - non solo degli italiani - ma della stessa comunità musulmana sapere esattamente cosa diceva quel Imam nella sua moschea e cosa propinava ai suoi fedeli, quante persone sono rimaste potenzialmente affascinate dalla predica dell'odio. E' giusto espellere qualcuno, accusato di apologia del terrorismo, senza processo? Io credo che sarebbe stato meglio processarlo in Italia, fornire le prove e condannarlo, al posto di espellerlo in Marocco dove è un cittadino libero, e dove potrebbe - se effettivamente è un pericolo per la sicurezza nazionale - meditare vendetta e assoldare qualche suo compaesano per una missione suicida. Dov'è finito il diritto ad un processo e all'esibizione di prove? Si potrebbe ribattere che non era cittadino italiano, che - come mi disse qualcuno "era uno straniero e nessun straniero ha diritto di stare in un paese che non è il proprio" - però in Italia ci viveva da 18 anni, santo cielo! Aveva una carta di soggiorno guadagnata con il lavoro e con il pagamento dei contributi sulle due attività che gestiva a Torino. Un minimo di diritti non ce l'ha? Ma proprio per niente, nemmeno quello di essere messo in galera e processato in Italia? Il provvedimento di allontamento della "persona non grata" è un istituzione applicabile ai diplomatici, non ai macellai che si sono improvvisati imam: se Bouchta era colpevole, doveva scontare la sua pena in Italia o quanto meno essere estradato, in presenza di una richiesta motivata dalle autorità marocchine, dopo la dimostrazione della sua colpevolezza.

Ma mettiamo il caso che fosse assolutamente necessaria la sua espulsione immediata, vogliamo riflettere sulle modalità con cui è stata messa in atto? Senza prove, senza processo, si presentano una mezza dozzina di persone alle quattro del mattino in casa tua, e con un espediente ti caricano sul primo aereo. Dopo 18 anni di duro lavoro in un paese straniero, sei costretto - in un attimo - a lasciare dietro di te beni e famiglia. Come sarebbe sopravvissuta la moglie malata (di cancro) e i tre bambini, il più grande dei quali ha 14 anni, se non ci fosse anche il fratello di Bouchta in Italia? Sarebbero stati in gradi di gestire i negozi che davano e danno loro da mangiare? La risposta è ovvia: no. Sarebbero dovuti tornare nel loro paese e la punizione singola sarebbe diventata una punizione collettiva. E se invece Bouchta non avesse famiglia, cosa ne sarebbe stato dei suoi beni, della sua casa, dei suoi negozi? Avrebbe dovuto affidare a qualche avvocato sconosciuto o compaesano residente in Italia il compito di venderli per suo conto, sarebbero rimasti abbandonati alla mercé dei vicini oppure sarebbero stati requisiti dallo stato? Non si poteva - non dico contestare pubblicamente alla persona in questione il reato e processarlo - ma quanto meno trattenerlo in una galera fin quando non chiudeva il "capitolo Italia" che è durato ben 18 anni della sua vita?

La mia preoccupazione è, in realtà, un’altra: oggi si espellono persone che gravitano nell'ambito delle moschee e delle prediche. Domani, diceva Vattimo nel corso della trasmissione “Controcorrente”, non c’è il rischio di patire procedimenti del genere per un reato d’opinione, per una civilissima contestazione, per una lezione di filosofia all’Università? Rivolgendosi a Souad Sbai, presidente dell'Associazione Donne marocchine in Italia, intervenuta a sorpresa nel corso della trasmissione (e il cui intervento merita un post a parte, prossimamente) le disse: "Lei dice di aver conosciuto bene Bouchta, di essere entrata in contatto con lui, e se domani prendessero anche lei e la caricassero su un aereo per questi motivi?". E se domani un vicino di casa invidioso dovesse denunciare per terrorismo il pacifico vicino musulmano perché ha un appartamento più grande, come la mettiamo? Se il livoroso collega di lavoro dovesse denunciare, per lo stesso reato inventato, il collega islamico più brillante? Cosa faranno le forze dell'ordine? Espelleranno queste persone seduta stante senza processo e senza prove, stroncheranno carriere e rovineranno famiglie senza battere ciglio? Certo... i poveri malcapitati possono sempre ricorrere al Tar, ammesso che ci sia qualcuno disposto ad occuparsi del loro caso o che abbiano i mezzi finanziari per farlo. Ma quando? Dopo che li hanno già belli che espulsi: prima di tornare in Italia avranno perso almeno un anno o due di vita, di lavoro, di carriera, vivendo nell'incertezza e nell'impotenza, accumulando frustrazione e rabbia per l'ingiustizia subita. Non si può negare che gli immigrati musulmani, oggi, sono accusati tutti e indistintamente - anche da alcuni politici, dai media e da una parte dell'opinione pubblica - di essere terroristi, fiancheggiatori, dissimulatori, e chi più ha più ne metta. Il ricatto messo in atto da alcuni commentatori, consistente nel “non si possono criticare le leggi del paese che vi (ci) ospita” è un ricatto di bassa lega. Se il processo democratico, se l’assiome “La legge è uguale per tutti” è davvero "vero”, aperto a tutti, inclusi gli immigrati che vivono in questo paese, allora a maggior ragione questi devono poter esprimersi su leggi e provvedimenti che li riguardano o che potrebbero un giorno riguardarli, magari in condizioni peggiori. Certo, sono giunte - puntuali - le dichiarazioni delle autorità che garantiscono che chi non è colluso con il terrorismo non ha niente da temere, ma di fronte all’esaltazione di individui che sbandierano l’espulsione come una carta di minaccia nei confronti degli immigrati poveri e incapaci di rivendicare i propri diritti, di fronte alle masse che si rallegrano e che invocano più espulsioni dichiarando a gran voce che non esistono musulmani moderati, davanti a chi si dice preoccupato dell’islamizzazione dell’Italia e di chi invoca un intervento dell’esercito, di chi manipola parole e inventa casi sensazionali, come devono sentirsi, i musulmani? Tranquilli e sereni? Devono lavorare come prima, versare le tasse, avviare imprese, depositare i loro soldi in banche italiane, comprare casa in Italia, investire nel mercato italiano, come se niente fosse? Oppure devono stare attenti dalle possibili degenerazioni di simili procedimenti e togliersi dalla mente la possibilità di stare definitivamente in Italia, lavorando ed investendo in quel ottica, fin quando sarà loro permesso? Qualcuno ce lo potrebbe dire?