Notizie

Loading...

giovedì 1 settembre 2005

In Memoriam

Sono fermamente convinto che il clima odierno sia identico, in tutto e per tutto, a quello creatosi durante la II guerra mondiale, con la propaganda nazifascista. I perfidi musulmani, descritti dai media, quelli che si dissimulano e complottano, che non vogliono integrarsi bensi mantenere la propria specificità e conquistare il mondo, sono i degni eredi dei milioni di ebrei trucidati mediaticamente dai ministeri di Goebbels e Preziosi, prima ancora della Shoah. Oggi i media, i giornalisti e i politici usano un linguaggio identico a quello della propaganda nazista: basta sostituire alla parola "razza" quella di "cultura" e a "ebrei" quella di "musulmani" e il risultato è a dir poco sconvolgente. Ma anche premonitore. Dopo la fase della propaganda si arriva sempre a quella delle leggi speciali: domani i musulmani potrebbero essere esclusi dalle scuole o dagli uffici pubblici, se non addirittura dai mezzi di trasporto, in nome della "sicurezza". E se staremo zitti, dopodomani passeranno alle deportazioni. Magari non si arriverà alla Shoah vera e propria, con tanto di camere a gas (e questa è la flebile ma pervicace speranza di un democratico che ritiene di vivere in un paese democratico), ma è più che legittimo sospettare che alcune delle strutture già esistenti vengano convertite in lager dove rinchiudere i musulmani per poi deportarli in massa. Do' comunque per scontato che si verifichino pogrom estesi e che questi rimangano impuniti e vengano persino incoraggiati. I frequentissimi roghi dei dormitori degli immigrati in Francia e Germania, di cui abbiamo avuto già un precedente in Italia con l'eurodeputato leghista Borghezio e un'aperta incitazione nei libri della Fallaci (la quale ha affermato di aver voluto appiccare il fuoco alla tenda dei somali di Firenze, ndr) sono un chiaro indice del punto d'arrivo che questi individui si sono prefissati. Solo il sangue e le grida atterrite dei musulmani li appagheranno.
Lo scenario che dipingo probabilmente suonerà come una grave allucinazione ad alcuni di voi. La stessa prospettiva suonava esattamente tale anche agli ebrei tedeschi, viennesi, polacchi e italiani nei primi anni del Nazismo, quando Hitler garantiva ancora nei suoi discorsi "libertà di culto". In quegli anni, i pochi ebrei che sapevano qualcosa del pensiero di Hitler, che avevano visto i teppisti in camicia bruna girare per le strade, e assistito alle prime offese e sputi, avevano subito intuito che era in atto qualcosa di grave, che si prospettavano tempi ancora più bui e difficili, ma venivano zittiti se non addirittura derisi dai loro stessi correligionari, così come gli unici tre accademici ebrei a rifiutare il giuramento di fedeltà al fascismo furono derisi e biasimati dal centinaio e più che vi aderirono, prima di essere sbattuti fuori, a loro volta, dalle università con le leggi razziali. "Guarda la mia fabbrica" diceva l'imprenditore ebreo al suo compagno preoccupato: "ti pare che un paese civile, democratico e aperto che mi ha permesso di condurre una vita cosi agiata, sarebbe capace di fare a me e alla mia famiglia ciò che racconti?". Molti di loro pensavano che fosse ancora possibile ricavarsi una nicchia e vivere in tranquillità, nell'anonimato, anche con le leggi razziali di Norimberga del 1935. Ancora nel 1938, e perfino dopo la Kristallnacht (di cui abbiamo avuto un precedente attuale in Italia nella provincia di Varese ad opera dei leghisti e estremisti di destra, con tanto di pestaggi di innocenti, vetrine rotte e scritte sui muri), nessuno di loro poteva immaginare cosa sarebbe successo negli anni successivi. "Non potevamo immaginare" è la risposta che molti superstiti danno agli storici e cronisti moderni per giustificare la propria inazione, la mancata resistenza, il ritardo nei piani di salvezza. "Non potevamo immaginare" è la risposta che davano i tedeschi portati dai militari americani per vedere con i propri occhi le fosse comuni dei lagher. "Non sapevamo nemmeno che stesse succedendo una cosa simile" affermarono molti di loro. Di fatti, nessuno comprese la portata della tragedia se non dopo la fine della guerra. "Non potevamo immaginare" è la risposta che i nonni ebrei con il numero tatuato sul braccio danno ai loro nipoti, quando chiedono loro perché non si sono mossi, perché non hanno alzato la voce, perché non hanno denunciato al mondo intero il massacro in corso.
Oggi, però, noi questo lo possiamo immaginare eccome, perché abbiamo un precedente. E quale precedente! Saremmo stolti se non lo facessimo, pensando che ciò che è successo negli anni 30-40 sia oggi, in questo paese, in queste condizioni di "civiltà, democrazia e libertà", un'ipotesi improbabile e impossibile. Ancora più stupidi se non lo facessimo mentre abbiamo davanti agli occhi Tv e giornali che strombazzano dei musulmani che "stanno comprando i nostri quartieri, che occupano le nostre città, che praticano l'arte della dissimulazione", davanti ai manifesti della Lega che dipingono i musulmani con i tratti caricaturali dell'ebreo di vecchia memoria nazista o del "musulmano buono" - il kapò di nefanda memoria - che sarà il primo ad essere condotto al macello da quelli che di lui non si fideranno mai perché musulmano, davanti ai libelli della Fallaci che spiega quanto perfida è la religione degli islamici che si nutrono del sangue dei cristiani e che spengono i ceri con le teste dei neonati, o alle dichiarazioni del Presidente del Senato che parla di pericolo meticciato e di quelle del Consiglio che parla di civiltà superiori e inferiori. Primo Levi scriveva, ne "I sommersi e i salvati" che parlare della Shoah "Lo percepiamo come un dovere, ed insieme come un rischio: il rischio di apparire anacronistici, di non essere ascoltati. (...) È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire".
Amos Luzzatto, alla domanda "Secondo Lei ci sono pericoli effettivi di un ritorno di questa ombra del passato?" rispose, con grandissima onestà - e sarebbe auspicabile che tutti i fratelli ebrei facciano altrettanto, alleandosi con i loro fratelli musulmani - " Cosa volete che Vi dica? L'unica cosa che posso dirVi è che in questo momento, nell'occhio del ciclone non ci sono particolarmente gli ebrei. Ma questo non vuol dire. Il razzismo o c'è o non c'è. Quando c'è, è un pericolo per tutti, per tutte le minoranze. Oggi, sono colpiti in Europa da razzismo, soprattutto extracomunitari, musulmani, popolazioni che arrivano profughe da lontano, i cosiddetti clandestini, che saranno anche clandestini, ma sono per prima cosa dei poveri infelici. Oggi sono questi. La cosa non mi consola affatto. Anzi, se lo pensassi: "Mi consola", mi vergognerei di dirVelo, ecco." Concetto ripreso anche da Gad Lerner nella sua indignata ed accorata risposta alle affermazioni del Presidente del Senato italiano sul meticciato. D'altronde i fratelli ebrei non dovrebbero che preoccuparsi dell'essere "difesi" dall'anziana scrittrice che bolla il Dio degli ebrei come infanticida, da un Saya che tiene la foto di Goering sul comodino da notte mentre si dichiara fratello d'Israele indignato per le profanazioni delle tombe ebraiche. Figure che dimostrano che non basta andare a Gerusalemme con la Kippà ad irrorare con lacrime di coccodrillo un albero destinato a soffocare nelle sue radici un odio mai sopito.
Davanti alla prospettiva di una nuova Shoah - tutt'altro che lontana, anche se diversa nelle modalità - i musulmani hanno un imperativo morale, ed è quello di difendersi ricorrendo alla Legge, fin quando questa funziona. Era il 19 ottobre del 2004 quando scrissi l'articolo intitolato "Le nuove frontiere dell'antisemitismo". Il titolo riprendeva una mia proposta contenuta nel testo stesso, ovvero quella "di estendere le frontiere della persecuzione legale di crimini o offese antisemite, nell’immaginario comune e soprattutto nelle aule dei tribunali, alla fiorente industria letteraria o alla sua trasmissione orale che qualifica gli arabi con i peggiori epiteti e luoghi comuni". Non avrei mai immaginato che meno di un anno dopo, sarebbe nata - su questa idea - un'organizzazione dedita completamente a questo scopo, ovvero la IADL. E grazie ad essa oggi c'è quella "ventata di aria fresca" di cui parla Miguel sul suo blog, e che ha portato per esempio alla chiusura del famigerato forum Thankyouoriana. Probabilmente anche la ADL ebraica, alla sua nascita nel 1913, venne descritta come un accessorio inutile e forse anche percepita come una prevaricazione da parte di chi ebreo non era e forse perfino da qualche ebreo. Trent'anni dopo, non era più cosi. Ma non sono solo i musulmani a dover agire come una squadra. E' tutta la società civile, degna di questo nome, ad avere il compito di denunciare l'odio dell' uomo contro l' Uomo, di avvertire del pericolo incombente, di fare in modo che la gente resista e che chi promuove l'odio abbia una vita difficile, molto difficile, non la strada spianata. Questa era la convinzione di Primo Levi, espressa in "Se questo è un uomo", quando scrisse «I savi antichi invece di ammonirci: "Ricordati che devi morire", meglio avrebbero fatto a ricordarci questo maggior pericolo che ci minaccia. Se dall'interno dei lager un messaggio avesse potuto trapelare agli uomini liberi, sarebbe stato questo: "Fate di non subire, nelle vostre case, ciò che a noi viene inflitto qui"».