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mercoledì 28 settembre 2005

Io, alla scuola cattolica ma in Egitto

L'intervento

Io, alla scuola cattolica ma in Egitto
di Sherif El Sebaie
In Italia sono moltissime le scuole parificate, disciplinate da una legge piuttosto severa che stabilisce le caratteristiche indispensabili per far sì che queste strutture contribuiscano alla formazione delle nuove generazioni. In questi giorni, però, buona parte della classe politica e dell'opinione pubblica esulta per la chiusura della scuola privata di via Quaranta. Una cronaca sensazionalista ha fatto si che questa iniziativa, prevista e garantita dalla Costituzione e che nel caso della scuola in questione ha dovuto decollare indipendentemente, venisse presentata come una scuola di tipo religioso, la cosiddetta e famigerata Madrassa o scuola coranica, mentre l'isterismo di alcuni opinionisti ha trasformato 500 bambini assetati di sapere in 500 potenziali terroristi assetati di potere, da tenere d'occhio e da temere. Questa tendenza all'esagerazione, alla generalizzazione nonché alla demonizzazione della Comunità Musulmana, ormai assimilata in tutto e per tutto ad un corpo estraneo difficilmente integrabile nel tessuto sociale del Paese, non fa che irrigidire le posizioni e rendere il dialogo faticoso se non impossibile. L'unica spiegazione, infatti, che si sono dati molti musulmani residenti in Italia, per l'accanimento con il quale si pretende di negare alla comunità musulmana di Milano, e per analogia d'Italia, di poter usufruire di un diritto al quale hanno accesso altre confessioni religiose (al di là della scusa apparentemente strumentale dell'inagibilità di locali usati da svariati anni) è quella della discriminazione. Ritengo che sia diritto dei genitori di religione musulmana poter far frequentare ai propri figli una scuola che, a completamento del programma comune a tutte le scuole italiane (pubbliche o private che siano), preveda l'insegnamento di materie – grazie a personale specializzato – quali l'arabo, la storia e la geografia dei paesi d'origine oltre alla religione che professano. Una scuola aperta a tutti, quindi, e non un ghetto nel quale perpetuare il sogno di tutte le prime generazioni di migranti, inclusi i genitori di quei ragazzi: quello del ritorno a casa. Personalmente sono cresciuto in Egitto dove i miei genitori hanno avuto la fortuna di poter scegliere per me una scuola religiosa cattolica italiana, quella dei Salesiani, dove mi sono diplomato con successo, studiando su libri e programmi italiani, con l'ausilio di docenti e religiosi italiani, pur essendo musulmano. E' stato un grandissimo arricchimento culturale che mi ha permesso di imparare perfettamente una lingua straniera senza pregiudicare affatto la mia conoscenza dell'arabo, che era bandito al di fuori delle ore di insegnamento ad esso riservate, e ciò accadeva in Egitto. Siamo di fronte a due diritti che si fronteggiano: uno è il diritto dello stato italiano di far rispettare le proprie leggi, l'altro è quello della comunità musulmana di mantenere la propria identità culturale. Il grossolano filo dell'intolleranza non può essere il mezzo di legame tra i due, perché le vittime sono sempre loro: i figli di tutti noi - di qualsiasi colore o religione - muti di fronte alle liti dei "grandi" incapaci di dare loro il buon esempio.
Il Giorno di Milano, 27/09/2005