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lunedì 5 settembre 2005

La Cialtrona di Via Bellerio

LA CIALTRONA DI VIA BELLERIO
La sig.a Stefania Atzori, vecchia conoscenza di questo blog, che non ha gradito la mia recensione al suo "libro", mi ha ringraziato pubblicando un "interessantissimo" e allucinantissimo articolo su La Padania, dove il sottoscritto viene tirato in ballo.
Islam, via internet le condanne a morte
Creato in Italia un gruppo per combattere ogni libertà d’espressione anti-islamica
di Stefania Atzori
"Quando la libertà d’espressione diventa un’eccezione che conferma la regola, significa che una civiltà, anziché evol- versi in direzione delle libertà individuali, retrocede ai periodi più bui della storia. Maometto ha fatto della censura un baluardo della religione islamica. Le ahadith riportano episodi riguardanti omicidi cruenti perpetrati dai musulmani nei confronti di chi si opponeva alla parola di Allah. La censura, quindi l’alienazione delle libertà individuali, era pratica abituale della quale Maometto si serviva per eliminare fisicamente coloro che rifiutavano la sua rivelazione attraverso canti, poesie, racconti. Asma bint Marwan, Kab bin al-Ashraf, Abu Afak, Uqba, sono solo alcuni degli artisti condannati a morte dal predicatore per aver espresso opinioni negative sul credo islamico e sulla sua persona. Oggi abbiamo preso coscienza di questo atteggiamento oscurantista perché un occidentale ha pagato con la propria vita il legittimo esercizio del diritto alla libertà di espressione sancito dalla Dichiarazione Universale Dei Diritti Umani. Non sono bastate le fatawa contro Salman Rushdie e Taslima Nasrin o l’assassinio del traduttore giapponese de I Versetti Satanici e il ferimento di quello italiano per farci aprire gli occhi su questo aspetto nichilista del credo islamico. Basti leggere il commento di Hamza Piccardo, segretario dell’Ucoii, riguardo alla libertà di parola sancita dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo nell’Islam: «Art. 12 - Ogni persona ha il diritto di pensare e di credere, e di esprimere quello che pensa e crede, senza intromissione alcuna da parte di chicchessia, fino a che rimane nel quadro dei limiti generali che la Legge islamica prevede a questo proposito. Nessuno infatti ha il diritto di propagandare la menzogna o di diffondere ciò che potrebbe incoraggiare la turpitudine o offendere la Comunità islamica: “Se gli ipocriti, coloro che hanno un morbo nel cuore e coloro che spargono la sedizione non smettono, ti faremo scendere in guerra contro di loro e rimarranno ben poco nelle tue vicinanze. Maledetti! Ovunque li si troverà saranno presi e messi a morte” (Cor. 33, 60-61).».«Saranno presi e messi a morte» non solo nelle società islamiche ma anche nelle nostre. Magdi Allam, Oriana Fallaci, Ayaan Hirsi Ali e molti altri dissidenti, sono costretti a vivere in clandestinità protetti da una scorta a causa delle loro esternazioni sull’Islam. Più frequentemente vengono utilizzate le nostre stesse leggi per ottenere la censura su tematiche riguardanti la religione islamica, spacciando il diritto di opinione per odio razziale e religioso. Su tale linea di pensiero è stata istituita la Islamic Anti-defamation League (Iadl), il cui scopo è quello di “raccogliere, analizzare e disseminare le informazioni sull’attività di propaganda dell’odio e dell’estremismo, e quindi di monitorare, esporre e combattere i fenomeni, le organizzazioni ed i singoli promotori dell’anti-islamismo in Italia, qualunque sia il mezzo usato per la loro propaganda”, ovviamente secondo i criteri di libertà di espressione contemplati dall’Islam. La stessa “libertà” che condanna a morte coloro che criticano il Credo islamico o Maometto. In questi ultimi mesi, due membri della Iadl hanno condotto una campagna volta a inibire il libero pensiero su internet. Si tratta di un vero e proprio linciaggio psicologico. Millantando conoscenze altolocate con un certo “peso politico e sociale” intimidiscono, accusano, molestano coloro che muovono critiche al Credo islamico o semplicemente riportano notizie pubblicate sui quotidiani; stilano “black list” da inviare alla Iadl affinché la stessa prenda i provvedimenti adeguati: avvertire l’autore degli articoli “razzisti” e “anti-islamici” affinché si ravveda; chiedere al provider di apporre un disclaimer che “certifichi il sito come un sito che diffonde odio razziale dal quale loro stessi si “dissociano” ed infine, “adire la via del Tribunale”. Questi individui non hanno esitato a pubblicare e-mail private, IP e dati personali delle “vittime”, facendosi beffa della legge sulla privacy e della legalità. Il fatto che possano avvalersi di “una schiera di avvocati gratis” o che una di queste persone è una ex-deputato ed ex-poliziotta e l’altro un opinionista egiziano de Il Manifesto, come afferma lo stesso, ha reso il loro atteggiamento tracotante e minaccioso al punto tale da sfociare in esternazioni quali: «Sarà pur servito a qualcosa, sai, fare l’ex-principessa, l’ex-poliziotta, l’ex-deputato e la signora tra virgolette. Sai, tutti questi ex che voi sfottete allegramente, in poche parole, sono contatti, conoscenze, numeri telefonici, peso politico, peso sociale». E ancora: «L’“azione punitiva”, quindi, va portata fino in fondo. Anzi, io sarei dell’opinione di allargarla e fare piazza pulita, visto che ci siamo». Infine: «Perché vi staneremo. Perché l’era del musulmano che subisce zitto-zitto e “zi badrone”, è finita. Don’t mess with the Giants, baby» e «Insomma che cosa è successo, adesso? Che cosa è cambiato? Che abbiamo chiesto un po’ di informazioni sul tuo conto? Non ti vogliamo mica fare del male sai... Vogliamo solo sapere qualcosina su di te, come dire... per curiosità». I siti web e i blog di questi individui contengono materiale che dovrebbe destare preoccupazione o quantomeno un interessamento da parte delle autorità. Non possono credere di poter inibire la libertà di espressione quando loro stessi scrivono o pubblicano articoli sull’utilità dei terroristi suicidi palestinesi o affermano apertamente di aver preparato “inventando di sana pianta, decine, forse più di un centinaio, di richieste d’asilo politico”; si rallegrano della morte di Theo van Ghog e assimilano gli ebrei ai nazisti. Senza contare gli insulti, spesso volgari, rivolti a politici, giornalisti, magistrati e semplici cittadini. Tale comportamento assume connotati ancora più gravi dal momento che le intimidazioni e le offese provengono anche da una ex-europarlamentare. Sarebbe interessante sapere da chi viene finanziata questa associazione in grado di pagare una “schiera di avvocati”, a chi fa riferimento ma sopratutto in base a quale diritto questi suoi membri decidono cosa può essere detto o scritto sul credo islamico, minacciare denunce ad oltranza o accusare con tanta superficialità chi tratta di tali argomenti di “istigare al genocidio, all’odio razziale e religioso”. Tali insinuazioni non solo sono ingiuriose ma, come la vicenda di Theo van Gogh insegna, anche fatali. Sarebbe oltremodo opportuno che le istituzioni prendessero coscienza di tale pericolosa realtà sommersa e adottassero seri provvedimenti per arginare questo fenomeno intimidatorio. Non tutti possono permettersi la scorta, vantare conoscenze altolocate o beneficiare di “schiere di avvocati” al fin di esercitare un diritto sacrosanto sancito dalla nostra Costituzione. Le accuse di istigazione al genocidio, odio razziale e religioso devono essere supportate da prove concrete perché fino a prova contraria la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’ Uomo nell’Islam, nella quale il diritto di opinione è regolato dai “limiti generali che la Legge islamica prevede”, nel nostro Paese non ha alcuna legittimità. Stefania Atzori.
Risposta:

A me sembra che anche in altre occasioni abbia già spiegato alla cialtrona in questione che attribuire alla IADL linee "shariitiche", riferimenti coranici e - cosa più grave - condanne a morte fosse un gioco sporco e azzardato, visto che in tutte le dichiarazioni della IADL è specificato che la suddetta organizzazione si rifà alle leggi e alla costituzione italiana, che è un'associazione laica aperta anche alla difesa dei diritti di altre minoranze, anche se in questo momento quella più nel mirino risulta essere - come disse lo stesso Amos Luzzato - quella musulmana. E invece ora ci ritroviamo lo stesso con un titolo che afferma: "Islam, via internet le condanne a morte" e "ovviamente secondo i criteri di libertà di espressione contemplati dall’Islam". Il titolo è già di per sé passibile di denuncia per istigazione al razzismo: pregasi specificare in che cosa consiste questa generica "propaganda anti-islamica" che il quotidiano della Lega sta difendendo. Semmai la propaganda anti fondamentalismo islamico, ma lì non risulta essere scritto questo. Ovviamente, la sfortuna della sig.a Atzori consiste nel fatto che tutto ciò che riguarda questa questione, dall'inizio fino alla fine, è disponibile - giorno per giorno - sulle pagine di questo blog e che da questo materiale si evince quanto sia una "giornalista" cialtrona, passibile - lo ripeto - di denuncia, visto che non può riprodurre neanche una mezza parola che sostenga un titolo simile a quello dato al suo articolo, tanto per incominciare. Alcune delle frasi qui sopra riportate tra virgolette, sono mie e sono disponibili su questo blog. Ovviamente sono decontestualizzate: non si dice, per esempio, che sono state proferite nell'ambito di una civilissima campagna di protesta contro un individuo che apostrofava, nel peggiore dei modi, una persona per il colore della sua pelle dai computer di un'azienda pubblica, di fatto aizzando altri a minacciare l'incolumità dei suoi figli. Me ne frego se la persona è Dacia Valent, che scrive come scrive o parla come parla: in quel momento era vittima di uno schifoso razzismo. E rinconfermo quanto sopra affermato: queste persone vanno stanate tutte, strappate dall'anonimato che permette loro di agire indisturbati, e consegnate alla giustizia italiana per ricevere la punizione che si meritano. Riconfermo che gli immigrati non pressati dalla necessità di garantire la propria sopravvivenza hanno il dovere morale di difendere chi non può permettersi di rispondere a chi li dipinge ogni giorno sui media come terroristi, assassini, belve assetate di sangue e incapaci di integrarsi. Riconfermo che è finita l'epoca del musulmano che subisce supino le peggiori offese e criminializzazioni, e che appena apre bocca e protesta dichiarando che si rifarà all'unica cosa a cui può ricorrere - e cioè la legge di questo paese che punisce i reati di incitazione all'odio e alla discriminazione - viene additato da una cialtrona, nonostante il lavoro di integrazione portato avanti finora, come un terrorista che minaccia di fatwe e di morte "chi non la pensa come lui". Sono orgoglioso di non pensarla come la pensano questi signori che la cialtrona sta ora difendendo: sono orgoglioso di non chiedere che la moglie dell'altro Cialtrone di Carmagnola venga presa a calci in pancia mentre è incinta, solo perché moglie di un cialtrone di religione islamica. Sono orgoglioso di non chiamare "negretta repressa dal colore della merda che fa le pompe ad un musulmano puzzolente" una donna solo per via del colore della pelle. Si, sono orgoglioso di non pensarla come loro e di essere membro, seppur onorario, di un' associazione che si adopera per metterli davanti alla responsabilità legale delle proprie azioni: il disclaimer che ora campeggia sulla homepage di ThankyouOriana.it è la prova comprovante dell'utilità e della correttezza del suo operato. La cialtrona di Via Bellerio può continuare a scrivere i suoi articoli: prima o poi verrà messa davanti alla responsabilità dei suoi scritti, e dovrà dimostrare che quanto sopra riportato era una fatwa o non so quale altra diavoleria che giustifichi il procurato allarme che ha messo in atto dalle pagine del quotidiano delle bufale. Dovrà tirare fuori - dal mio blog personale - le pagine dove ci sono "insulti spesso volgari a politici e magistrati" o l'articolo dove mi attribuisce "l'utilità dei kamikaze". Dovrà dimostrare che la IADL in qualche suo comunicato o lettera ha parlato di legge coranica, di condanne a morte e via dicendo. Perché se non riuscirà a dimostrarlo, mi sa che lei e il suo quotidiano dovranno sborsare un bel risarcimento. Fino a prova contraria, infatti, è lei che mi diffama - anche se non mi menziona con nome e cognome ma permettendo perfettamente la mia identificazione - con accuse gravissime dalle pagine di un giornale, e non il contrario. Riderà bene chi riderà per ultimo.