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lunedì 3 ottobre 2005

Cosmopolitan

La pubblicazione di una delle denunce della Islamic Anti Defamation League, quella nei confronti di Stefania Atzori, depositata il 28 settembre scorso presso la Procura della Repubblica a Milano ha suscitato alcune flebili reazioni, ognuna più vergognosa dell'altra. In particolare, tale Stefania Lapenna ha sentenziato: "Sceriffo dei miei stivali: non ho nessuna paura, tantomeno di un'individuo come te che ha solo il permesso di soggiorno, viene da fuori e prova a dettar legge nel paese in cui invece dovrebbe rispettare le leggi". Altri hanno invece sottolineato "okkio perchè, come ti ho già scritto, se per sbaglio qualcuno denunciasse te PER UNO DEI REATI PREVISTI DAGLI ARTT. 380/381 CPP, ti ritroveresti senza soggiorno e rispedito a casuccia. Non parlo delle espulsioni preventive ma di quanto disposto dal testo unico stranieri che prevede il diniego di rilascio, rinnovo od anche la revoca del permesso di soggiorno in tali casi". Al di là della pietosa ortografia tipica della Lapenna, le reazioni di tali individui sono emblematiche, tuttavia credo sia il caso di analizzarle più attentamente.

Per mesi questi signori, ed altri, hanno sostenuto che la IADL fosse un'invenzione, una balla, un bluff. Ora invece scoprono che esiste davvero e che notifica anche denunce. Per esorcizzare la paura quei pochi intrepidi che hanno commentato la vicenda hanno quindi tentato di ricordarmi che sono residente in Italia con un permesso di soggiorno che può essere revocato, anche nel caso si trattasse di una revoca a seguito ad una denuncia infondata. Ora, chiediamoci assieme: come mai questi individui si sono subito trovati d'accordo su questo principio? Semplice: la percezione comune dell'opinione pubblica è che se sei “extracomunitario”, seppur in regola con il dettato legislativo, sei comunque privo di diritti, non puoi ricorrere alla legge, non puoi far valere le tue ragioni come un qualsiasi altro cittadino, puoi essere espulso in qualsiasi momento e - eventualmente - solo dopo potrai far valere le tue ragioni, perché come dice Stefania Lapenna "Noi siamo padroni in casa nostra, e tu puoi anche tornartene in Egitto".

Ora cerchiamo di chiarire meglio alcune cose a questi signori: è l'opinione pubblica di bassa intelligenza ad essere abituata ad un modello di “extracomunitario” che è quello dello spacciatore, del pizzaiolo o del lavavetri. Quella di media intelligenza, invece, associa la figura dell'extracomunitario al lavoratore che suda sette camice in fabbrica o in fattoria o, per dirlo nel "gergo da oratorio" di sinistra, "quelli che vengono qui a fare i lavori che noi rifiutiamo". Il massimo a cui possono aspirare - secondo questo settore dell'opinione pubblica - è quello di accumulare un po' di soldi per aprire due o tre macellerie e fare l'imam, se non hanno proprio intenzione di ritornare prima o poi a casa. Invece no, anche se queste persone amano immaginarsi tutti gli immigrati arrivare con battelli di fortuna, si mettessero il cuore in pace: molti arrivano viaggiando in Top Class, con un’iscrizione ad una prestigiosa università in tasca, alla facciaccia loro. Quindi cosa fanno? Tentano di ricondurre queste categorie, per loro inusitate, a modelli già acquisiti perché promossi dai media. Queste persone non sono attrezzate culturalmente per affrontare la sfida che questa nuova tipologia, l’immigrazione "di lusso", pone alla società italiana.
Prendiamo l'esempio del sottoscritto: sono giunto in Italia per proseguire gli studi universitari. Per questi signori l'avrò sicuramente fatto perché "le università nel suo paese fanno schifo" o perché "qui sta meglio che nel suo paese, dove soffre la fame". Nessuno di loro si è reso conto che, in realtà, avrei potuto iscrivermi alla American University in Cairo e mi sarebbe costato molto meno di non quanto mi stia costando la mia permanenza qui attualmente. A nessuno è venuto in mente che, se sono venuto qui, non è perché ho ritenuto che le università nel mio paese facessero schifo (se cosi fosse - e non lo è -, sarebbe stato sufficiente iscriversi ad un'università straniera sempre al Cairo) o perché soffro la fame (se no non sarei venuto qua, dove la vita mi costa di più, dal momento che sono venuto per spendere e non per guadagnare) ma perché è più prestigioso conseguire una laurea all'estero: lo stesso motivo per cui alcuni genitori italiani mandano i propri figli a fare un master negli Usa o il college a Londra, cosa che avrei potuto fare benissimo anch'io. D'altronde ho una sorella in Canada, cittadina canadese, e il cambio è molto più favorevole da quelle parti che da queste, rispetto alla lira egiziana.

Ora, chiarito questo, vorrei sottolineare un paio di cose: il lavavetri, ma anche l'operaio o il macellaio fino ad oggi hanno avuto scarse possibilità di far valere le proprie ragioni senza essere sottoposti al ricatto del "ti ritireranno il permesso" e quindi hanno consentito ad alcuni disadattati di cullarsi nella convinzione che avrebbero subito le più svariate ingiustizie stando zitti, alcuni per mancanza di fondi, ma in generale per paura delle conseguenze, ovviamente. Si potrebbe dire la stessa cosa nel caso di chi invece ha due-tre supermercati che fruttano un po' di denaro, magari con un passato controverso, che magari si sono autonominati guide religiose, che forse hanno fatto affermazioni ambigue o assurde. Ma ciò che ha accomunato tutti questi soggetti è sempre stata la mancanza di “cultura attiva e reattiva” del diritto. Non parlo della conoscenza dell'italiano, sto parlando della capacità di valutare cosa fare in determinate circostanze, a chi rivolgersi, quale avvocato assumere, come contribuire a difendersi in prima persona. Il fatto incontrovertibile è che, se per disgrazia un innocente qualsiasi di queste categorie inciampasse in un provvedimento ingiusto, potrebbe non essere in grado di ovviare all'inconveniente, nonostante la propria innocenza, per mancanza non tanto di soldi quanto di capacità d'azione e del peso "politico" e sociale necessario per mettere in moto un meccanismo di mobilitazione in grado di impedire che certe aberrazioni del diritto si consumino nell’indifferenza generale.

Chi pensa di avere a che fare sempre e comunque con un “extracomunitario da manuale" sbaglia di grosso. Vi assicuro che esistono anche quegli “extracomunitari con permesso di soggiorno" che invece sono capaci di impartire loro lezioni che non dimenticheranno mai. Questa non è arroganza né senso di superiorità né tanto meno "provare a dettare legge", al contrario è “avvalersi democraticamente della legge”: è un mettere dei paletti... Certi individui credono che tutto è loro permesso, che tanto nessuno aprirà bocca, che “quelli là” sono quelli che subiscono stando zitti, quindi “possiamo infliggere loro quello che vogliamo”. Si dimenticano però che i meccanismi sociali spesso e volentieri vanno al di là di un permesso di soggiorno o delle origini di qualcuno, e che ciò che un “extracomunitario” può permettersi - per difendersi dalla discriminazione e della protervia - può a volte superare di gran lunga gli strumenti di cui un banale razzista medio, anche se al “100% anti-islamista” può disporre, anche se si sente supportato da parti non meglio identificate, che sarebbe meno imbarazzante non identificare. Il guaio di certe persone infatti è che si prestano a fare da pedine in un gioco che è molto più grande di loro e in cui solitamente fanno la fine delle formiche in un campo di battaglia tra elefanti.

Ora, il concetto che sta a fondamento della IADL è che quelli che possono permettersi di godere tranquillamente un Cosmopolitan all'Hilton di Roma piuttosto che a San Paolo del Brasile, indossando una cravatta Hermés e delle Church in pelle di cavallo, mentre commentano gli ultimi andamenti della borsa piuttosto che l'ultima riproduzione del Libro d'Ore di Lorenzo de Medici, mettano a disposizione di quelli che invece non se lo possono permettere gli strumenti e le conoscenze di cui altrimenti sarebbero privi. In questo ambito la difesa di Bouchta potrebbe certamente destare seri interrogativi. E anch'io me li sono ovviamente posti. Ma come ho già avuto modo di sottolineare, non è il personaggio che conta, bensì il principio. Personaggi che possono rappresentare una reale minaccia allo stato devono essere indagati, arrestati e processati in Italia, specie se vi sono residenti da più di 18 anni. E se devono essere proprio espulsi, deve essere dato loro il tempo materiale, non dico di presentare ricorso, ma quanto meno di organizzare la propria vita altrove. In questo senso Bouchta diventa anch'esso una pedina, in una manovra politica che vuole assicurare anche a chi eventualmente non sarà nelle sue condizioni controverse un trattamento equo.

Dai commenti che ho riportato sopra è chiaro infatti che il meccanismo delle "espulsioni" ha risvegliato negli animi di alcune persone lo stesso spirito che animava i cittadini polacchi quando denunciavano alla Gestapo i propri vicini ebrei. Un immigrato, di qualunque categoria esso sia, non può ambire a vivere tranquillamente, a investire, a mandare i propri figli a studiare in italiano, se sulla sua testa pende la minaccia-ricatto dell'espulsione, non appena si permette di aprire bocca, illudendosi di essere parte integrante del processo democratico. Come può fare lo straniero a dare di più se c'è il rischio che il collega invidioso lo denunci e ottenga la sua espulsione non appena si prospetta una promozione? Recentemente un energumeno mi ha dato del pazzo quando ho chiamato Torino "la mia città". Evidentemente, per lui, il fatto che io ci viva con continuità da alcuni anni ormai non dovrebbe giustificare una simile espressione. E poi hanno il coraggio di lamentarsi degli immigrati "che non vogliono integrarsi". Effettivamente l'integrazione diventa molto difficile quando per concludere una discussione in cui si sa di essere perdenti si punta sulla "precarietà" dell'immigrato, sull'incertezza di uno stato di diritto incapace di affrontare la sfida che una nuova tipologia di immigrazione "di lusso" , che - nella testa di questi abitanti della Suburra socio-culturale d’Italia - della cittadinanza ha tutti gli oneri ma nessuna tutela, che non è più minoritaria pone al paese.

Ecco perché chi non ha paura di questa minaccia-ricatto, vuoi perché già cittadino italiano, vuoi perché non avrebbe problemi a riprendersi un Cosmopolitan in un qualsiasi Hilton di una qualsiasi altra parte del mondo, deve attivarsi subito a difesa di chi, invece, come dice Stefania Lapenna è "un'individuo che ha solo il permesso di soggiorno". Detto questo e considerato che per vivere in questo paese mi sono dotato di un “soggiorno” non vedrei nulla di male che alcuni, tra le quali l’ineffabile Stefania Lapenna, per stare al mondo si dotassero di un cervello.