Notizie

Loading...

mercoledì 12 ottobre 2005

Il terrorismo

Tratto dal bollettino rotariano sulla conferenza tenuta dal sottoscritto.
"Lunghissimo, anche se necessariamente sintetico, excursus nella storia contemporanea del Medio Oriente quello effettuato da Sherif El Sebaie; tema complesso, di ardua classificazione per l’intrecciarsi di motivi storici, religiosi, culturali, etnici, economici; tema di difficile comprensione, abituati come siamo ad avere da sempre una visione stereotipata, filtrata dalle esperienze e valenze culturali proprie del nostro mondo occidentale. Ed allora risulta difficile a noi portatori di una cultura sostanzialmente laica e razionalista capire l’incidenza che può avere la religione su masse di persone per le quali la religione è qualcosa di vitale e permeante. Ed ancora, crediamo che le nostre categorie abbiano valenza universale, ed allora pensiamo che valori come democrazia, parità di diritti, libertà di espressione possano essere introdotti (al limite anche con la forza) presso altre società che hanno avuto un percorso culturale diverso, elaborando categorie non sempre coerenti con le nostre ma contenenti, esse pure, valori positivi.

Sherif ha ripercorso i fatti della storia recente che hanno portato alla situazione odierna, descrivendo anche gli attuali focolai di tensione medio-orientale, molto diversi fra di loro per origine e ideologia ma accomunati dai metodi di lotta. In particolare ci ha portato una chiave di lettura dei fatti che non coincide con la nostra abituale: lettura “politica” e non religiosa degli avvenimenti che, se da una parte conduce alla condanna netta del terrorismo, dall’altra evidenzia il malessere delle popolazioni medio-orientali, fra le quali è diffusa la sensazione di “accerchiamento”, di sopraffazione e di impotenza, dalla quale traggono origine e vigore fondamentalismi ed estremismi nichilistici.

Quindi lettura della situazione che parte dalla consapevolezza che a muovere attori e situazioni sono motivi di realpolitik: necessità di attuare una presenza militare americana nella penisola arabica, controllo dei pozzi e delle vie petrolifere, inquadrati in una visione strategica di contenimento dell’espansionismo sovietico all’epoca della guerra fredda e in una politica attuale di vigile attenzione all’evoluzione delle nuove potenze asiatiche emergenti. Ecco allora la chiave per interpretare fatti apparentemente incomprensibili: il sostegno dato da Occidente e Arabia Saudita al dittatore Saddam Hussein per contenere la “rivoluzione” iraniana, ancora dall’Occidente a Talebani ed estremisti islamici in Afghanistan in funzione antirussa, ma soprattutto l’ambiguo ruolo giocato dall’Arabia Saudita, alleata dell’America e contemporaneamente esportatrice del fondamentalismo wahabita.
Ed è proprio l’Arabia Saudita, nella visione di Sherif, la chiave di volta di tutto il problema medio-orientale, a parte il fenomeno palestinese che ha genesi e sviluppo specifici ma che ora tende a saldare il proprio estremismo con gli estremismi diffusi negli altri paesi islamici: paese ricchissimo ma arcaico nelle istituzioni, nel quale coesistono estrema ricchezza e povertà diffusa con disparità patenti, paese con strutture modernissime ma che applica la sharia più oscurantista, culla del fondamentalismo wahabita ispiratore di tutte le successive formazioni integraliste sunnite. E’ dalla lotta per il potere in Arabia Saudita (e per la leadership sul mondo arabo) che nascono, nella visione di Sherif, l’intervento americano nella regione e il fondamentalismo di al-Qaeda."
Riassunto dell'intervento
Affermare che il fenomeno del terrorismo islamico si sia originato con l’attacco alle Torri gemelle di New York e al Pentagono di Washington è fuorviante e mistificatorio. E’ un modo subdolo che privilegia l’aspetto religioso e irrazionale, facendo leva sull’emotività, sull’ignoranza e sull’impatto mediatico per impedire ogni analisi storico-socio-politico-economica del fenomeno. Proprio per questo è necessario uno sforzo minimo di ricostruzione delle vicende che, sia pure sviluppatesi in altra parte del mondo, hanno determinato uno scenario che oggi interessa e preoccupa l'intero Occidente. L'attacco dell'11.9.2001 segna l'apice di una fase storica le cui radici risalgono al periodo successivo alla caduta dell’Impero Ottomano e alla formazione, nel mondo arabo, di una corrente religiosa e radicale contrapposta a quella nazionalista e laica, entrambe comunque impegnate nella lotta contro la colonizzazione europea. Ma di fatto, ciò che sta succedendo attualmente altro non è che la ricaduta di decenni di quella che viene comunemente chiamata guerra “fredda”, ma che in realtà non lo è stata affatto: dal Vietnam alla Corea, passando dall’Afghanistan, le due superpotenze dell’epoca – gli Stati Uniti e l’URSS - si sono infatti spesso scontrate militarmente, anche se indirettamente. Sarebbe troppo complesso far partire l’analisi dalle origini, quindi conviene affrontare il fenomeno del fondamentalismo/terrorismo di matrice islamica partendo dall'invasione sovietica dell'Afghanistan, nel '79, considerata come l’elemento che, per la prima volta, ha catalizzato la risposta jihadista che vedeva, in quel momento, la “terra dell’Islam” minacciata dalle orde dell' “ateocrazia sovietica”. In particolare, quella lotta impegnò i pakistani che potevano contare sulla fucina di militanti usciti da scuole coraniche e sull’appoggio finanziario e militare della CIA, interessata ad impedire all’Unione Sovietica di distanziare sempre di più le postazioni di controllo americane dalle attuali repubbliche ex-sovietiche, di cui buona parte è andata persa con la rivoluzione Khomeneista in Iran. Anche l’Arabia Saudita era interessata ad arginare l’egemonia teocratica degli Ayatollah, finanziando – assieme ad altri stati del Golfo – la guerra dell’Irak di Saddam contro la neonata Repubblica Islamica, sempre negli stessi anni. E' proprio il saudita Osama bin Laden, a dimostrare in quel periodo un'elevata capacità di gestione e sostentamento del crescente flusso di volontari che arrivavano da varie parti del Medio Oriente, creando un circuito bellico completo. La sua però è una visione che non si limita a contrastare i “nemici esterni”, ma che intende sovvertire i regimi considerati “corrotti” ed “apostati” dello stesso mondo musulmano: fra questi anche la Monarchia Saudita. Al ritiro delle forze sovietiche, diventa evidente che gli Stati Uniti non sono più interessati a sostenere la sua rivoluzione e che, anzi, sono più interessati a difendere militarmente la dinastia Al Saud dalle minacce di Saddam, entrato in conflitto dopo la guerra con l’Iran con gli Stati del Golfo, Kuwait e Arabia Saudita in primis. La guerra del Golfo, nel 1991 aveva portato alla presenza sul territorio saudita di basi e di truppe occidentali in vicinanza dei luoghi santi dell'Islam, favorendo così la radicalizzazione di molti combattenti jihadisti; Il governo saudita, in questo periodo, "rompe" con Bin Laden che pure continua a mantenere rapporti con esponenti dell'élite religiosa, finanziaria e politica del regno. Ma Bin Laden, prima di tornare di nuovo in Afghanistan, aveva sperimentato la sua internazionale in Africa: prima in Sudan poi in Somalia. Oggi, il nuovo campo di battaglia è l’Iraq, occupato dalle forze della coalizione guidata dagli Stati Uniti. Da quanto sopra esposto si evince che la a causa del terrorismo non è la religione, bensì il suo uso quale veicolo di idee e principi politici. D’altronde l’ISTRID definisce il terrorismo come un modo “non caratterizzato dai mezzi utilizzati (tipo di arma) e neppure dagli “operatori”, per “indurre una condizione di “terrore” diffuso così da ottenere alcuni risultati di tipo politico”. Il Professor Robert Pape dell’Università di Chicago, grande studioso del fenomeno “Kamikaze” afferma che “L’obiettivo principale di ogni campagna di terrorismo suicida - o almeno in più del 95 % dei casi - è stato quello di costringere uno stato democratico a ritirarsi” e che “Il terrorismo suicida è principalmente una reazione all’occupazione straniera e non una manifestazione del fondamentalismo islamico, l’utilizzo della forza militare per trasformare le società musulmane può solo finire - in un certo senso - per aumentare il numero di terroristi suicidi che vengono da noi.” In realtà, quindi, non è la povertà dei paesi arabi a creare i kamikaze, né tanto meno la religione, ma la mancanza di prospettive di sviluppo in un clima tendente a peggiorare ancora di più con la guerra e gli interventi militari esterni.