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lunedì 10 ottobre 2005

No man's land

L'agghiacciante racconto di ciò che avveniva all'interno del Centro di cosiddetta "accoglienza" di Lampedusa ha sconvolto il mondo politico e buona parte dell'opinione pubblica. La testimonianza raccapricciante del giornalista de L'Espresso, Frabrizio Gatti - il quale si è introdotto nel centro in questione fingendosi un immigrato curdo di nome Bilal - è stata prontamente bollata come "calunnie" e "menzogne" da chi si è visto piombare in testa - e a sorpresa - il resoconto dettagliato di ciò che numerosissime associazioni umanitarie denunciavano da anni. I centri di detenzione (perché di questo si tratta) erano già stati oggetto di attenzione anche su questo stesso blog, in seguito a due episodi: la lettera di una volontaria che ha svelato una preoccupante realtà di indottrinamento razzista da parte di un uomo appartenente alle forze dell'ordine ai volontari assegnati alla struttura e il caso del Padre Padrone, il famigerato Don Lodeserto, ormai ex-direttore del Centro di Regina Pacis a Lecce, che si auto-mandava sms di minaccia per non perdere la "preziosa" scorta, condannato per simulazione di reato nonché per abuso dei mezzi di correzione, sequestro di persona, calunnia e minaccia volta a commettere reato. Il prete, che teoricamente avrebbe dovuto essere caritatevole ed umile di cuore, era tra l'altro coadiuvato da un Vice-direttore condannato a 4 anni e 6 mesi per aver intascato tangenti miliardarie in provincia di Napoli. Diciamo quindi che i centri di cosiddetta "accoglienza" avevano un curriculum di tutto rispetto da queste parti, per cui il reportage di Gatti non era per nulla una novità, semmai l'ennesima conferma di una realtà già assodata e straconosciuta.
Capisco quanto possa essere umiliante vedersi sbattuta in faccia la realtà, quanto possa essere intollerabile scoprire che membri delle forze dell'ordine potrebbero trattare delle persone in questo modo solo perché prive di diritti e di mezzi per farli valere, quanto possa essere fastidioso scoprire che nel proprio paese sarebbero in funzione strutture simili, gestite in questa maniera indegna. E che soprattutto tutto questo accada mentre gran parte della classe politica e mediatica del paese ciancia di "Civiltà Superiori", di "Democrazia e Libertà" e di "Musulmani da mandare a ballare con le scimmie e i cammelli". E' incredibile come si siano offesi quegli individui abituati a riempire di contumelie i paesi altrui, bollando come "islamonazicomunisti" coloro che tentavano di difendere la reputazione della propria patria. Come abbiano trasformato un reportage giornalistico in una specie di strumentalizzazione elettorale. Ma a nulla può servire - in queste circostanze - dire "Io personalmente lo manderei alle prigioni musulmane il giornalista dell' Espresso così potrà confrontare di persona la differenza" o ricordare che "Il signor Gatti ha commesso un reato, quello di fornire false generalità e di essersi introdotto senza autorizzazione in una struttura off-limits". Sono osservazioni che non cambiano di una virgola la realtà: il fatto che nelle "prigioni musulmane" le condizioni siano peggiori non giustifica affatto le scene raccapraccianti riferite dal coraggioso giornalista. Il fatto che fosse disposto a commettere un "reato" per introdursi nella struttura in questione, non fa che accreditare ancora di più il suo resoconto. Viene spontaneo chiedersi infatti come mai le autorità si ostinino a vietare ai cronisti e agli osservatori umanitari di accedere alla struttura in questione se non dopo aver comunicato esattamente ora, minuto e secondo della visita. Come mai questi luoghi continuino ad essere una specie di "No man's land", dove per entrare bisogna fingere di essere clandestino, essere svestiti completamente, perquisiti e cambiare abiti per essere sicuri non tanto che non ci siano stupefacenti o armi ma che non ci siano apparecchi fotografici o cimici. Ma credo che dopo il resoconto stilato da Gatti la domanda sia perfino superflua.
Ora però viene spontaneo chiedersi a cosa servano esattamente questi centri di detenzione amministrativa. Qualcuno afferma che siano un metodo efficiente per evitare che dei terroristi si introducano clandestinamente nel territorio nazionale. Benissimo: se così è, qualcuno mi può spiegare come ha fatto quel clandestino, di nome Bilal, ad uscire dopo una settimana con un semplice foglio di via, libero di scorazzare per tutta Europa? Qualcuno mi può spiegare come mai, dopo che gli hanno scanerizzato la mano e scoperto che le sue impronte non corrispondevano a quelle di un curdo bensì a quelle di un rumeno, ovvero all'identità che il giornalista in questione aveva assunto in una precedente occasione per introdursi in un altro centro per un servizio simile sui Cpt (il centro di via Corelli a Milano) lo abbiano comunque rilasciato con un foglio di via dove campeggia un nome curdo (quello che ha assunto per quest'ultimo servizio)? Insomma: se io fossi responsabile della sicurezza in un centro di "accoglienza" e vedessi davanti a me uno che si finge curdo ma che in realtà è già schedato - con tanto di impronte - come rumeno, come minimo mi insospettirei e lo manderei direttamente fuori dal territorio nazionale. E invece no: lo hanno rilasciato, lo hanno perfino messo su un treno, libero di girare per tutta Italia con un foglio che portava il nome di un curdo! E dopo i soprusi a cui ha assistito, non era nemmeno tanto scontato che volesse bene all'Italia! Assodato quindi che questi centri siano assolutamente inutili nel quadro della lotta al terrorismo, anche perché difficilmente un terrorista si infilerebbe in una barca che rischia di colare a picco in mezzo a un centinaio di disperati, torna spontanea la domanda: a cosa servono questi centri?
Oddio: i costi di costruzione di un centro di accoglienza, come quello del quartiere San Paolo a Bari, si aggirano intorno ai 5.000.000,00 di euro. Ognuno di questi centri accoglie, ogni giorno, centinaia di immigrati. Il centro in questione, nel momento in cui Gatti-Bilal era presente, era arrivato ad ospitare oltre un migliaio di immigrati. E il flusso è continuo, non si ferma mai: centinaia se ne vanno e centinaia ne arrivano. Ora, tenete in considerazione il fatto che ogni immigrato "costa" allo stato - e cioè al contribuente italiano - in termini di mantenimento giornaliero - tra i trenta e i centotrenta euro (dipendendo questa somma se si calcola il semplice costo di mantenimento del profugo oppure se si aggiungono i costi di gestione: ammortamento, affitti della sede, stipendi dei secondini, ecc ecc) , considerato che lì dentro si può instaurare un proficuo giro d'affari con scafisti e detenuti, ebbene: il giro finanziario - su tutti i livelli, dal più alto al più basso - giustifica pienamente la faccenda e i diritti umani possono anche andare a farsi benedire. Non meraviglia, quindi, in questa situazione, il quadro che Fabrizio Gatti fa delle strutture, del cibo, dei traffici all'interno delle gabbie ecc. Dubitare della veridicità del suo racconto sarebbe come affermare che la corruzione non esiste nel settore pubblico italiano. Ma, come ben sappiamo, la corruzione nel settore pubblico è un elemento che accomuna tutti i paesi del mondo, inclusi quelli del "primo mondo". Ora, in questo caso, l'aggravante è che la corruzione va di pari passo con la disumanizzazione riservata a questi poveri sventurati.
Qualcuno si offende se queste discariche umane vengono equiparate ai lager. Ma solo nei lager si vedevano militari esibirsi nel passo dell'oca o nel saluto nazista, solo nei lager la gente veniva perquisita e svestita in pubblico e al freddo, presa a schiaffi e insultata da un "corridoio" di militari allegri e prepotenti, costretta a sedersi nell'urina o a lasciare i propri beni quando veniva trasferita altrove o obbligata a fare delle cose contro la propria volontà e la propria morale. Non sono i "forni crematori" che hanno fatto dei lager quello che erano: era il fatto che degli esseri umani fossero rinchiusi in una maniera indegna, come animali in una gabbia, privati della loro dignità e umanità, senza diritti e alla mercé di una banda di sadici aguzzini consapevoli di essere onnipotenti e al sicuro di ogni rimprovero o conseguenza: gli ebrei erano già morti, quando venivano avviati ai forni, erano morti dentro, erano morti nell'anima. Lo stesso vale per quei poveri disgraziati costretti alla fame mentre un sadico aguzzino rovesciava loro addosso una lattina di Coca-Cola attraverso le sbarre. Ecco perché quei luoghi sono dei lager, piaccia o non piaccia ai finti patrioti. Il consiglio migliore che mi sento di dare a costoro è: Vergognatevi. Almeno per un attimo, ma fatelo.