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sabato 1 ottobre 2005

Uno tsunami di dignità (e di denunce)

Ieri sera la segreteria della Islamic Anti Defamation League mi ha inoltrato un cumulo di denunce, depositate presso vari tribunali a Milano, Bologna e Roma. Tra le 26 denunce depositate, una in particolare ha suscitato la mia compassione. Ed è quella contro il quotidiano La Padania e la sua neocollaboratrice Stefania Atzori. Vi spiego perché: proprio ieri, il quotidiano La Padania sottolineava "Vogliamo anche ricordare che il nostro giornale sta attraversando una fase di rilancio editoriale, con lusinghieri successi, che ha portato a nuove assunzioni in un momento non certo favorevole per il mondo dell’editoria". Chi avrebbe mai immaginato quindi che una neocollaboratrice avrebbe trascinato il quotidiano e il suo neo-insediato direttore, già dal suo secondo articolo, in un tribunale per rispondere dei reati sotto elencati, e per i quali si prospetta anche un cospicuo risarcimento? In queste condizioni quindi, tutta la mia solidarietà non può che andare al Dott. Gianluigi Paragone, direttore de La Padania e alla Lega Nord. La denuncia ha suscitato la mia compassione anche perché il sottoscritto, sempre magnanimo come il Saladino, ha deciso di non denunciare personalmente la Padania o la Signora Atzori, meglio nota su questo blog come la "Cialtrona di Via Bellerio", soprannome che le è stato assegnato dopo le vergognose calunnie scritte nei miei confronti, anche se questo non preclude che io possa chiedere un risarcimento in sede civile anche fra vent'anni, mentre l'ectoplasma della "fantomatica" IADL - la legione di Pasdaran armati di Costituzione e di Codici - ha deciso di procedere lo stesso nei confronti del quotidiano e dell'articolista per ciò che è stato scritto sul conto dell'Organizzazione. Visto che la signora in questione ha sempre sostenuto che tutto quello che sa del mio blog lo sa "perché alcuni amici me l'hanno riferito", pregherei gentilmente gli amici in questione di riferirglielo molto dolcemente...

ALLA PROCURA DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE DI MILANO

ATTO DI DENUNCIA – QUERELA (art. 336 c.p.p.)

La ISLAMIC ANTI-DEFAMATION LEAGUE, con sede legale in Roma, via Angelo Bargoni 8 P.IVA **********, in persona del Presidente e legale rappresentante, come risulta dallo statuto della anzidetta associazione, ************, C.F. (************), residente a **********, difesa di fiducia dall’Avv. Marusca Pilla del Foro di Milano, elettivamente domiciliata in Milano, ***************, presso la sede dell’Associazione Avvocati senza Frontiere, Movimento per la Giustizia Robin Hood, con sede in Milano che patrocina il caso in considerazione della rilevanza e dell’interesse sociale rivestito dallo stesso; a carico del quotidiano: La Padania, con sede in Milano, via Bellerio 41 in persona del Direttore Responsabile e legale rappresentante nonché dell’ autore dell’articolo Stefania Atzori

Premesso che

La Islamic Anti- Defamation League (di seguito indicata per brevità “IADL”), è la risposta della comunità musulmana residente in Italia al dilagante ed allarmante fenomeno sociale dell’anti – islamismo, del razzismo, della xenofobia e della discriminazione – anche di tipo istituzionale – nei confronti delle minoranze etniche, religiose, di genere, di differenze nelle abilità, generazionali e di orientamento sessuale (v. articolo del 21.05.2005; statuto IADL doc. 1).

Lo scopo principale della “IADL” è quello di assicurare la giustizia e il rispetto dei diritti umani fondamentali ovvero il trattamento equo di tutte le persone residenti nel territorio nazionale, nello spirito della Costituzione Italiana e, come musulmani, facendosi carico della difesa anche degli appartenenti ad altre minoranze discriminate, ivi comprese quelle etniche, religiose, di genere, di differenze nelle abilità, generazionali e di orientamento sessuale.

Ciò premesso, i sottoscritti ut supra difesi e domiciliati

espongono e denunciano

- in data 12 settembre 2005 sul quotidiano La Padania veniva pubblicato, con grande evidenza, un articolo dai contenuti fortemente diffamatori nei confronti della IADL e di suoi due componenti in particolare. In particolare si evidenzia come l’articolo in questione contenga un’enormità di affermazioni volutamente false. (doc. all. 2);

- In particolare si afferma che la IADL faccia riferimento al Corano o alla Sharia. Al contrario si può leggere nello Statuto dell’Associazione che la medesima è un’associazione laica, aperta alle altre minoranze e facente riferimento alla costituzione italiana (doc. all. 1) al riguardo si può anche vedere il sito Internet htpp://salamelik.blogsot.com/2005/06/tutto-sulla-iadl.html;

- In particolare non esiste nessun punto sul blog di uno dei membri onorari della IADL, Sherif El Sebaie, dove siano riscontrabili insulti volgari a politici e magistrati, articoli in difesa dei kamikaze o insulti nei confronti dell’articolista.

- non esiste alcun documento dove sono riportate minacce di morte o intimidazioni: le frasi riportate sono state estrapolate da una serie di messaggi forzatamente ironici di fronte alla tragicomicità di un tizio che dopo aver insultato in ogni maniera per il colore della pelle, per di più dal computer dove lavora e cioè Infocamere, minacciando il suicidio qualora fosse stato denunciato. Si visualizzino al riguardo i seguenti link:

htpp://salamelik.blogspot.com/2005/08/thank-you-oriano-html;
htpp://salamelik.blogspot.com/2005/08/erudiamone-uno-per-educarne-cento-html;
htpp://salamelik.blogspot.com/2005/08/thankyouoriana-sul-gazzettino-di.html;
htpp://salamelik.blogspot.com/2005/08/tolleranza-zero-la iadl-scende-in.html;
htpp://salamelik.blogspot.com/2005/08/chiude-thankyouoriana.html

- il titolo in sé poi, alla luce di quanto sopra indicato, è una forma gravissima di procurato allarme e per di più promuove la discriminazione religiosa;

- non si può dubitare nel caso in specie la configurabilità del delitto di diffamazione a mezzo della stampa, così come previsto e punito dall’art 595 comma 3 c.p.: “se l’offesa arrecata con il mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità ovvero in un atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni". In particolare, i querelati non potranno invocare l’esimente dell’esercizio del diritto di cronaca così come previsto dall’articolo 51 c.p. Al riguardo il costante ed autorevole insegnamento giurisprudenziale della Suprema Corte (cfr. ex plurimis Cass. Pen. sez. V, 06.07.1992 n. 7632) prevede tre limiti all’esercizio di tale diritto:

a) la verità del fatto narrato;
b) l’oggettivo interesse che i fatti rivestono per l’opinione pubblica (cd pertinenza);
c) la correttezza con cui gli stessi vengono riferiti (cd continenza)

Nel caso in specie nessuno dei tre criteri sopra indicati è stato rispettato

- Si sottolinea altresì che la Legge 654 del 1975 (cd “Legge Reale”), all’art. 3 recita testualmente: “salvo che il fatto costituisca più grave reato anche ai fini dell’attuazione della disposizione dell’art. 4 della Convenzione, è punito: con la reclusione sino a tre anni chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico ovvero incita a commettere atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”;

- Inoltre, si aggiunge che D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, all’art. 43 (“discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”) dispone specificamente “ai fini del presente capo, costituisce discriminazione ogni comportamento che, direttamente o indirettamente, comporti una distinzione, esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, l’ascendenza o l’origine nazionale o etnica, le convinzioni o le pratiche religiose, e che abbia lo scopo o l’effetto di distruggere o di compromettere il riconoscimento, il godimento o l’esercizio, in condizioni di parità dei diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale e culturale e in ogni altro settore della vita pubblica”;

- In conclusione entrambi gli articoli recepiscono le Convenzioni Internazionali in materia, in particolare la Convenzione Internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale, ratificata dall’Assemblea generale dell’O.N.U. il 21 dicembre 1965, firmata dall’Italia il 13 marzo 1968 e ratificata il 5 gennaio 1976.

In particolare l’art. 4 testualmente recita: “gli Stati Parte condannano ogni propaganda e organizzazione che siano fondate su idee o teorie di superiorità di una razza o gruppo di persone di un certo colore o di una certa origine etnica o che tentino di giustificare o promuovere l’odio e la discriminazione razziale in qualsiasi forma, e si impegnano ad adottare immediatamente misure positive finalizzate ad eliminare ogni incitamento alla discriminazione o atto discriminatorio; a questo fine nel dovuto rispetto dei principi incardinati nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, nonché dei diritti chiaramente enunciati dall’art. 5 della presente Convenzione:

a) gli Stati Parei considereranno reato punibile per legge ogni diffusione di idee basate sulla superiorità o sull’odio razziale, ogni incitamento alla discriminazione razziale, nonché ogni atto di violenza a tali atti, rivolti contro qualsiasi razza o gruppo di individui di diverso colore o origine etnica così come ogni assistenza ad attività razzistiche, compreso il loro finanziamento;”

- Tali principi sono accolti nel disposto dell’art. 3 della Costituzione italiana che recita testualmente: “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

- Infine, si ricorda che l’art. 658 c.p., che definisce procurato allarme presso l’autorità, recita testualmente che “Chiunque annunziando disastri infortuni o pericoli inesistenti, suscita allarme presso l’autorità, o presso Enti o persone che esercitano un pubblico servizio è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda da € 10 a € 516”

Tutto ciò premesso e considerato i sottoscritti ut supra rappresentati e difesi

PROPONGONO FORMALE DENUNZIA E QUERELA

nei confronti dell’articolista, Stefania Aztori e del Direttore del quotidiano La Padania in merito all’articolo “Islam, via Internet le condanne a morte” pubblicato il 04.09.2005 nonché di terzi eventuali corresponsabili, per le violazioni delle vigenti disposizioni di legge che puniscono sia l’incitazione sia la diffusione di odio razziale e religioso e la discriminazione delle minoranze, nonché per l’autore dell’articolo Sig.ra Stefania Aztori per il reato di diffamazione aggravata a mezzo stampa mediante diffusione di un fatto determinato, per il Direttore del quotidiano del reato di omesso controllo dell’informazione ex art. 57 c.p. e per ogni ulteriore reato e/o circostanza aggravante che meglio potranno venire ravvisati dalla A.G., punendosi tutti colpevoli a norma di legge.

Si produce:

1) Articolo del 21.05.2005
2) Statuto IADL
3) Articolo della Padania del 04.09.2005

Si chiede altresì di essere notiziati ex art. 408 c.p.p. nella denegata e non ritenuta ipotesi di richiesta di archiviazione, riservandosi di altro produrre e dedurre. Si dichiara fin d’ora di opporsi alla richiesta di emissione di decreto penale di condanna ex art. 459 c.p.p.

Roma-Milano lì 28/09/2005