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giovedì 10 novembre 2005

E' solo questione di tempo

Ha perfettamente ragione il leader dell'Unione, Romano Prodi, quando afferma che ciò che sta succedendo in Francia potrebbe capitare in Italia, che è solo questione di tempo prima di avere altre Parigi dappertutto. Probabilmente infatti non succederà oggi o domani, ma fra una decina d'anni quando crescerà la seconda o terza generazione di cittadini italiani - e, ripeto, cittadini italiani - di origine extracomunitaria, potremmo assistere ad una rivolta peggiore di quella che si sta svolgendo oggi in Francia. E non perché Roma sia paragonabile a Parigi o perché le periferie italiane siano peggiori di quelle francesi, ma perché in Italia, purtroppo, lo stato di integrazione è a un livello molto più arretrato che in Francia. Scanso equivoci, preciso che non intendo insinuare che l'Italia sia un paese razzista: il punto è che, in Italia, il fenomeno dell'immigrazione è così giovane e si svolge in un clima di attualità mondiale così poco favorevole, tanto da risultare svantaggiato in partenza e più esposto a rischi di degenerazione. Se la rivolta è scoppiata nella Francia post-coloniale, paese con una grande tradizione multietnica, possiamo solo immaginare ciò che potrebbe succedere in Italia. Il precedente francese e questa cupa ipotesi italiana vengono prontamente strumentalizzate dai neoconnard italiani per sostenere l'incompatibilità degli immigrati di religione islamica negli stati europei e - soprattutto - per invocare leggi ancora più restrittive e selettive nei confronti degli immigrati. Ma la soluzione, in realtà, sta nell'attuare una maggiore interazione fra le varie realtà della società multietnica. Purtroppo, infatti, non basta un passaporto per fare degli immigrati cittadini a tutti gli effetti di un paese: governo e società devono adoperarsi per farli sentire a casa propria, partecipi di ogni aspetto della vita della patria.
Dobbiamo tenere in contro però che chi manifesta la propria rabbia oggi in Francia, con metodi purtroppo deplorevoli che permettono anche a molti esaltati ed alcuni criminali di compiere azioni sconsiderate in mezzo alla confusione, non sono immigrati. Sono cittadini francesi di seconda generazione, anche se lo sono solo a livello burocratico: non si può dire, in effetti, altrettanto a livello sociale. Questi giovani, questi ragazzi, sono costretti a vivere in strutture inadeguate, senza lavoro, senza prospettive. Una situazione brillantemente riassunta dal Président François Mitterand, nel 1990, con una frase diventata celebre: “Cosa può sperare un ragazzo che nasce in un quartiere senz’anima, che vive in palazzo sporco, circondato da altri altrettanto sporchi, da mura grigie in un paesaggio grigio per una vita grigia, con intorno una società che preferisce distogliere lo sguardo e non interviene che quando bisogna rimproverare, proibire?”. Quindici anni dopo, le forze dell'ordine sono andate in quelle periferie per insultare e provocare. Secondo Le Figaro del 5 novembre, la rivolta francese innescata dalla morte di due ragazzini inseguiti con ferocia dai poliziotti, è degenerata a causa del lancio di un lacrimogeno all'interno di una moschea nel corso di una manovra atta a far smuovere una macchina che ostacolava il passaggio della pattuglia, incidente seguito dagli insulti dei poliziotti nei confronti delle donne che si trovavano nelle vicinanze e dalle minacce di "radere al suolo la moschea". E' da tenere comunque in conto che ciò a cui assistiamo oggi non è una rivolta "religiosa", bensì una rivolta sociale. E l'emmissione di una "fatwa" che vieta i disordini da parte delle autorità islamiche francesi è, in questo quadro, un atto sconsiderato e irresponsabile, non tanto perché vieta ciò che è normale vietare ma perché attribuisce una dimensione religiosa ad una realtà sociale. I giovani maghrebini o africani (perché sono proprio loro la maggioranza degli abitanti delle periferie degradate, sono proprio loro quelli che si sentono maggiormente discriminati per le proprie origini) chiedono solo rispetto e dignità, anche se lo fanno nel modo peggiore, accecati da una rabbia a lungo repressa, accumulata sui ricordi tragici e strugenti delle discriminazioni a cui sono stati sottoposti i loro stessi genitori.
L'unica cosa che si aspettavano gli abitanti di quelle periferie dopo questi tragici accadimenti erano delle scuse. Scuse per i minorenni morti, scuse per il lacrimogeno in moschea, scuse per il comportamento offensivo delle forze dell'ordine. Nulla di più: un atto di umiltà che li facesse sentire, almeno per un attimo, cittadini francesi di pari dignità. E invece il ministro Sarkozy ha definito "racailles" quelle masse già scontente, già offese, già arrabbiate e sull'orlo di un' esplosione generale. Che le banlieues parigine fossero una bomba ad innesco ritardato lo si sapeva da tempo, incredibile come non ne abbia tenuto conto il ministro prima di commentare la tragica morte dei due minorenni. Farebbero bene a tenerlo in mente anche alcuni esponenti politici che commentano irresponsabilmente e sconsideratamente le vicende legate all'immigrazione locale. Gli immigrati sono persone: provengono dall'Africa o dal Medio Oriente, probabilmente hanno sofferto la fame o la dittatura, ma hanno comunque una dignità che deve essere rispettata, e spesso e volentieri imparano concetti sconosciuti in patria, quali le scuse delle autorità, proprio nei paesi occidentali. Si può pretendere, al massimo e purtroppo, che l'immigrato di prima generazione, alla disperata ricerca di un futuro, stia zitto, incassi gli insulti, le offese e le discriminazioni senza fiatare. Ma non si potrà affatto pretendere che i suoi figli, nati e cresciuti in Italia piuttosto che in Francia, che parlano il dialetto o il gergo delle banlieues, sopportino di essere guardati con la stessa diffidenza, con la stessa mancanza di sensibilità, con la stessa arroganza con cui sono stati guardati i loro padri e le loro madri.
Guardiamo ora la realtà italiana: l'annuario Caritas stima che i lavoratori stranieri siano 2.160.000, ossia il 9% delle forze lavoro. Fra qualche anno raddoppieranno. Prevalgono i contratti a termine e quelli a tempo parziale mentre sono ridotti gli impieghi ad alta qualifica (solo 1 su 10, tre volte meno degli italiani). Un dato, quest'ultimo, ingiustificato - come riporta sempre il rapporto - se è vero che gli immigrati sono mediamente più istruiti degli italiani. I residenti stranieri laureati sono infatti il 12,1% mentre tra gli italiani sono solo il 7,5%. Primato che vale anche per gli altri titoli di studio. I diplomati stranieri sono il 27,8% contro il 25,9% di quelli italiani e i possessori di licenzia media stranieri il 32,9% contro il 30,1%. Ciononostante, recita sempre il rapporto, gli stranieri sono destinati a mansioni più gravose, sono soggetti a turni più disagiati rispetto agli italiani e nel 60% dei casi subiscono atteggiamenti di discriminazione da parte dei colleghi. Aggiungiamo a questa realtà le leggi estremamente restrittive che scaricano l'immigrato pochi mesi dopo il suo licenziamento, magari per riduzione del personale o altro, nonostante anni e anni di duro lavoro sul suolo italiano, o il discorso delle "quote" che limita a poche decine le persone ammesse di ogni nazionalità sui territori regionali, le peripezie burocratiche, le beghe sul diritto di voto, gli insulti di alcuni esponenti politici, i miseri ricatti di alcuni cittadini italiani che si fanno scudo delle proprie origini "Se non ti comporti bene, ti denuncio e ti ritirano il permesso". Un quadro molto cupo, ben peggiore di quello francese, e che deve essere subito risanato. Prima che sia troppo tardi.