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mercoledì 14 dicembre 2005

Italiani!

L'incredibile titolo in prima pagina de La Stampa del 30/11/2005,
come a ricordare tristi tempi neanche tanto lontani
Art. 1. Il matrimonio del cittadino italiano di razza ariana con persona appartenente ad altra razza è proibito. Il matrimonio celebrato in contrasto con tale divieto è nullo.

Art. 2. Fermo il divieto di cui all'art. 1, il matrimonio del cittadino italiano con persona di nazionalità straniera è subordinato al preventivo consenso del Ministero per l'interno. I trasgressori sono puniti con l'arresto fino a tre mesi e con l'ammenda fino a lire diecimila.

Art. 1 e 2 del Capo 1, Provvedimenti relativi ai matrimoni per la difesa della razza italiana. Decreto Legge 17 novembre 1938 - XVII, n. 1728.

E' di poco tempo fa la diffusione della nota della Cei su ''I matrimoni tra cattolici e musulmani in Italia. Indicazioni della Presidenza della Conferenza episcopale italiana'', gia' pubblicata peraltro l'1 ottobre scorso dal quindicinale ''Il Regno'' di Bologna, sulla quale è intervenuto il coordinatore delle sedi regionali della Comunita' religiosa islamica (Coreis) italiana (organizzazione indicata più volte come moderata e il cui rappresentante siede nella Consulta appena varata dal ministro Pisanu), deceduto a meta' ottobre in un'incidente stradale. Si tratta del dottor Abd al-Haqq Isa Croce il quale nella sua risposta al documento della Cei pubblicata sull'ultimo numero del ''Regno'', si chiede anche ''come mai questa problematicita' abbia richiesto soltanto ora un intervento che si esprime in modo cosi' generalizzato e intransigente nei confronti di un'intera appartenenza confessionale''. La presa dei posizioni della Cei - secondo l'esponente islamico - forse viene suggerita dall'attualita' della questione immigratoria. ''Se in effetti un simile flusso migratorio ha toccato l'Italia solo di recente, in altri paesi a prevalenza cattolica esso avviene invece da generazioni: eppure non si era mai sentita la necessita' di indicazioni cosi' espressamente restrittive quali quelle indirizzate al clero italiano da questo documento''. C'e' ormai una novita' in Italia e in Europa rappresentata da una crescente comunita' di musulmani italiani ed europei che ''obbliga ad elevare le relazioni interreligiose a un piano di reciproco riconoscimento e rispetto sacrale''. L'autore dell'intervento pubblicato rivela un incontro precedente di intellettuali musulmani con i vescovi incaricati di preparare il documento sui matrimoni misti e sembrava che non ci fossero speciali difficolta'. ''Questi matrimoni islamo-cristiani correvano piuttosto il rischio di diventare un esempio di vera comunione interreligiosa vissuta nel completo riconoscimento della validita' della collocazione confessionale di entrambi i coniugi''. Perche' rifiutare il confronto? si chiede Isa Croce. ''Questo documento non rappresenta soltanto uno strumento di regolamento interno alla Chiesa, ma anche la risposta a quell'offerta che questa rappresentanza islamica ha a piu' riprese presentato alla gerarchia cattolica, di un possibile dialogo qualificato, finalizzato senza ambiguita' alla ricerca di un mutuo riconoscimento e, prima ancora, di una sintonia spirituale. E bisogna riconoscere che questa risposta e' un rifiuto esplicito. Si rifiuta la possibilita' di vedere nell'Islam una religione secondo il senso vero della parola, una via di ricollegamento dell'uomo a Dio, ma si ha la precisa volonta' di limitarsi a una considerazione di tipo antropologico o etnico-folkoristico, che risulta inevitabilmente confusa e contraddittoria. Si vuole ignorare la dimensione sacrale universale della religione islamica, comune ai musulmani italiani ed arabi o di qualsiasi altra provenienza, pertanto si focalizza l'attenzione sulla presenza maggioritaria di musulmani immigrati, di condizioni sociali disagiate. Le eventuali difficolta' di armonizzazione coniugale tra italiani di nascita e immigrati vengono quindi attribuite senz'altro all'appartenenza islamica, tanto che si dice che gli ostacoli di convivenza matrimoniale sono da riferirsi soprattutto alla ''forte identita' religiosa dei musulmani'', quantunque si voglia parimenti precisare contraddittoriamente come la loro pratica rituale sia ''percentualmente inferiore a quella cattolica''. Se la necessita' di chiarimenti tra nubendi circa le implicazioni delle rispettive pratiche religiose e' ovvia, ''lo e' molto meno la raccomandazione a chiarire il concetto di fedelta' matrimoniale, come se questa non fosse qualcosa di dovuto tanto da parte cristiana quanto da quella islamica''. Nel documento dei vescovi, secondo l'esperto islamico, il diritto sacro viene visto come un ramo della giurisprudenza profana. ''Non c'e' nessun riferimento alla presenza divina, ma piuttosto un rifarsi a una morale che non e' piu' religiosa, in quanto perfettamente intercambiabile con la concezione etica propria di un cittadino non religioso. Questo punto saldo di riferimento a una civilta' cristiana in senso soprattutto ideologico e morale assomiglia sorprendentemente alle posizioni di certi intellettuali di Roma antica, nel periodo della decadenza dell'impero, i quali accusavano proprio i primi cristiani romani di essere la causa della corruzione dei nobili, antichi costumi; la presenza del cristianesimo, invece, non era il segno della degenerazione della civilta' romana, ma una sua possibile quanto provvidenziale cura''. Nel documento della Cei - lamenta ancora Isa Croce - ''si riporta laconicamente come nell'islam sia proibita l'adozione, affermazione che risulta faziosa se non si chiarisce almeno come la proibizione in questione s'indirizzi contro la cancellazione e l'oblio dell'identita' naturale del minore, e non certo contro la possibilita' di una sua collocazione tutelare all'interno di un'altra famiglia''. Non piace neppure la soluzione suggerita ai sacerdoti di consigliare ai nubendi misti ''la possibilita' di limitarsi a un matrimonio civile, particolarmente grave in quanto per entrambi i coniugi non costituirebbe una regolarizzazione sacrale adeguata della loro unione tale da consentirne la benedizione divina''. Il matrimonio islamico e' considerato in modo ''talmente sfavorevole che, dopo la partecipazione del coniuge musulmano al matrimonio cattolico, viene formalmente proibito al coniuge cattolico di acconsentire al matrimonio islamico, pena l'interdizione alla partecipazione ai sacramenti. Si puo' comprendere la speciale gravita' di questa disposizione dei confronti del matrimonio con i musulmani se si considera che viceversa, nel caso di matrimonio con un coniuge non credente, o addirittura antireligioso, non e' previsto alcun simile provvedimento''. Si puo' capire percio', come si tratti di un dialogo difficile. ''Una partecipazione anche indiretta a una manifestazione sacra islamica - conclude la nota di Isa Croce - sarebbe quindi un atto contro la propria appartenenza religiosa cristiana cattolica, e chi appartiene all'islam e' da considerarsi inevitabilmente, quale che sia il suo atteggiamento, come anticristiano''.