Notizie

Loading...

domenica 18 dicembre 2005

Piccoli Balilla crescono

"Eccole, sono loro: le squadre d'azione fasciste. I cosidetti "squadristi". Giovani e impavidi, sprezzanti del pericolo e spesso violenti, sono loro che hanno scritto le prime pagine di storia del Fascismo. Protagonisti indiscussi fino al 28 ottobre 1922, furono lo strumento fondamentale attraverso il quale il Fascismo salì al potere. Erano armati di pistole, pugnali, manganelli e riconoscevano in Mussolini il loro Duce"
La foto dei manganelli, allegata all'articolo di Gramellini
"Non serve attingere alla retorica dell’antirazzismo per narrare le gesta dei tre alunni torinesi di scuola media che riempiono di botte il loro compagno romeno nei bagni. Né ricorrere al sociologismo per ricamare sull’appartenenza dei tre piccoli picchiatori alla buona borghesia della città. Ma l’arma usata dai pargoli, lo ammetterete, merita una segnalazione. Il manganello. In versione aggiornata e allungabile, ma pur sempre manganello. Un pezzo di modernariato che bastona ferite della memoria ancora aperte, come un braccio teso o un pugno chiuso, ma con un accento di cupezza particolarmente bieco. E’ probabile che i manganellatori in erba non sappiano nulla di Farinacci, e del fascismo ignorino l’esistenza oltre che la storia, tanto da rendersi disprezzabili anche agli occhi degli epigoni contemporanei più colti e vitali alla Buttafuoco. Ma i genitori qualche cognizione sommaria del fenomeno dovrebbero averla masticata, anche solo nei libri di Vespa. Se poi, come dichiarato dai ragazzi ai carabinieri, fossero state davvero le madri a fornire alla prole i manganelli «per ragioni di sicurezza», tanto varrebbe portarsi già avanti con l’opera di restaurazione, ubriacandoci tutti di olio di ricino".

Massimo Gramellini, La Stampa, 3/12/2005

"Un ragazzo marocchino di 14 anni e' stato travolto da un' auto, ieri pomeriggio a Torino, mentre fuggiva da una rissa scoppiata su un autobus con altri due minorenni italiani. Si trova ricoverato al San Giovanni Bosco con fratture multiple. Secondo Sued, presidentessa dell' associazione marocchina ''Diafa'', il ragazzino sul bus sarebbe stato oggetto di una vera e propria aggressione, a suon di bastoni. Il minorenne, Elmehadi, 14 anni, attorno alle 17.30, era sul bus di linea numero 52 in compagnia di un connazionale piu' o meno della stessa eta' e di un educatore dell' associazione ''Diafa'' che li aiuta a fare i compiti di scuola e li segue nelle attivita' ricreative. Ad un certo punto, per motivi banali legati alla presenza di alcune ragazze, i due marocchini da una parte e i due italiani dall' altra avrebbero iniziato a litigare. Questi ultimi avrebbero tirato fuori dei bastoni e cominciato a picchiare i loro coetanei marocchini. Chiamati dall' autista, i carabinieri sono intervenuti al capolinea: Elmehadi e' riuscito ad allontanarsi, prima di essere linciato da una cinquantina di amici degli aggressori, accorsi sul luogo gridando "Tornatevene in Marocco, non invadete il nostro territorio". Il fuggitivo però e' stato travolto da un'auto. "Credevo volesse suicidarsi" dice l'autista. Soccorso dal 118, e' stato portato in ospedale. Elmehadi, a Torino assieme alla madre e a due fratelli, frequenta la terza media e gli operatori di ''Diafa''. ''E' sempre tranquillo, sereno, senza problemi di inserimento - racconta Sued - Lo stiamo aiutando soltanto per metterlo al passo con i programmi scolastici''.

14 dicembre 2005

Lavoro in una scuola. Giorni fa un problema: due ragazzi (Italiani) in cortile hanno sputato in faccia un altro ragazzo (Italiano anche lui). Gli insegnanti, allertati dalla denuncia della madre del ragazzino che era stato sputato, si sono riuniti in consiglio straordinario e nel corso di esso è emerso pure che gli stessi, ed altri ancora, disturbavano le ragazze, sgonfiavano o bucavano le ruote delle biciclette parcheggiate, e varie altre cose tipiche degli adolescenti. Gli insegnanti hanno deciso di sollecitare una discussione in ciascuna classe cercando di far intervenire spontaneamente gli "aggresori". Il compito era affidato a ciascun coordinatore di classe.Coordino una prima media, per cui è toccato anche a me intervenire. Ho eseguito, e mentre esponevo i fatti senza citare né "aggressori" né "aggrediti", D. (Marocchino) - un diligentissimo bambino di appena undici anni - alza la mano per parlare, e disperato e con gli occhi pieni di lacrime, dice: "Io e mio fratello non possiamo essere stati perché appena suona la campanella dobbiamo correre a prendere l'autobus e non possiamo fermarci in cortile neanche un minuto". Istintivamente non ho potuto fare altro che sorridergli e tranquillizzarlo, dicendogli che nessuno aveva pensato a lui e a suo fratello, ma subito dopo sono stata assalita da un'amarezza forte che molto presto si è trasformata in rabbia. Perché un bambino, che tra l'altro ha un senso di responsabilità enorme, deve vivere la propria infanzia con la paura (piangeva perché aveva paura!) di essere individuato come responsabile delle nefandezze di chiunque al punto di pensare di dover continuamente giustificare la sua pacifica fanciullezza?E non mi si venga a dire che si tratta di un problema che riguarda solo D. e la sua sensibilità, perché non è così: quella che per lui è stata paura per un fenomeno relativamente non grave, per gli adulti immigrati, quali possono essere anche i suoi genitori, è paura di essere sospettati ed additati per vicende molto più gravi........abbiamo parlato degli stereotipi......ne avevano discusso anche in disegno......ne abbiamo parlato anche a proposito della geometria: la retta che loro dicono essere orizzontale, verticale o obbliqua a seconda di come la orienti nella lavagna, oppure del quadrato che vedono rombo se lo appendi per un vertice anziché per un lato.Non sto facendo, e non volevo fare con loro, una lezione di geometria, ma mostrare come qualsiasi cosa può sembrare un'altra se la si guarda sempre e solo secondo un unico punto di riferimento....e si stravolge la realtà.

Cocco, lettrice del blog