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domenica 31 luglio 2005

L' "Eurabia" finanziaria

L' "Eurabia" finanziaria
di Sherif El Sebaie

Una recente ricerca del Laboratorio Euro Mediterraneo afferma: "Il Mediterraneo e il Medio Oriente stanno attraversando, in questo periodo, una fase di radicali mutamenti strutturali, paragonabili a quelli che l'ex-Unione Sovietica e l'Europa orientale hanno conosciuto con la caduta del muro di Berlino e con l'implosione dell'URSS alla fine degli anni '80-primi anni '90. Le conseguenze della caduta del regime di Saddam e l'incorporazione dell'Iraq nella sfera di controllo statunitense si riverbereranno a cascata sugli assetti geopolitici e geoeconomici delle due regioni" e "in tale contesto giocheranno un ruolo importante i programmi di cooperazione bilaterale dei singoli Stati europei, tra cui - come si è detto - avrà un ruolo cruciale l'Italia, gli aiuti pubblici e i crediti privati del governo e delle banche, soprattutto degli Stati Uniti, oltre agli investimenti da parte dei paesi produttori di petrolio del Golfo Persico, e al rientro dei capitali arabi investiti nel sistema finanziario globale". Un'analisi acuta e addirittura profetica. Dal 27 luglio scorso infatti, anche un pezzo della Ferrari parla arabo. Mediobanca ha venduto per 114 milioni di euro - lo stesso prezzo pagato nel 2002 per acquistare la quota - il 5% di Ferrari a una società del governo di Abu Dhabi negli Emirati Arabi, la Mubadala Development Company. L'Alitalia, invece, sta seriamente prendendo in considerazione l'idea di vendere parte delle sue quote a Dubai. Il socio ideale per la compagnia di bandiera italiana altro non è che l'Emirates Airline. Secondo il viceministro per il commercio estero, Adolfo Urso, "se uno dovesse scegliere un partner ideale, questo lo è". "Il governo vuole ricapitalizzare Alitalia, ma vuole scendere sotto il 50%". "E' un ipotesi concreta, perché gli Emirati hanno risorse da investire e la loro compagnia aerea ha interesse in un socio europeo". La compagnia aerea degli Emiri, fondata nel 1985, ha infatti una crescita strabiliante, a differenza dell'Alitalia - grazie alle rotte internazionali - quelle che rendono di più - e al traffico sulle rotte per l'Asia, quelle che crescono di più. Sono top client per le industrie di aeronautica: pochi spendono come loro o possono sfoggiare una flotta simile (nel 2006, l'Emirates avrà 45 Airbus 380, il superaereo che ha appena fatto il suo volo di battesimo qualche mese fa). Questi affari o ipotesi d'affari verso e dal mondo arabo arrivano appena qualche settimana dopo la cessione del 62,75% di Wind da Enel a Weather Investments, la società del miliardario egiziano Sawiris. Anche in Italia quindi si sta riproponendo lo scenario americano dove miliardi di dollari sauditi sono investiti in società americane? Si sta decuplicando il modello Al Fayed, proprietario di Harrods a Londra e dell'Hotel Ritz a Parigi? Ad ogni modo, l'acquisizione di quote delle società e marche italiane sembra andare di pari passo con l'incremento del numero di immigrati "padroni" (specie nel nord est dove un imprenditore su tre è marocchino). Non sarà mica un piano di "Al-Qa'ida", che ha pure organizzato - secondo la Fallaci - il massiccio sbarco di un esercito di lavavetri intenzionati a conquistare la penisola?

Sembra di no. L'economia e il mercato, piaccia o non piaccia a molti (cittadini arabi in primis), funzionano infatti cosi. E i capitali arabi, invece di essere investiti nel mondo arabo, vengono investiti all'estero, in Occidente. La storia dei rapporti italiani con i capitali arabi in particolare risale a molto lontano: Gli affari con gli Emirati non sono una novità. Da un documento dell' Istituto Nazionale per il Commercio estero del Ministero degli Affari Esteri, risulta che Abu Dhabi importa, principalmente, nell’ordine, da USA, Gran Bretagna, Germania, Francia e Italia. L’interscambio complessivo tra Abu Dhabi e Italia ha fatto registrare, nel 2004, un valore di 2.383,3 milioni di Euro con un saldo attivo di 1.880,5 milioni di Euro. Gli Emirati Arabi Uniti hanno confermato il loro ruolo di principale mercato di sbocco delle esportazioni italiane tra i Paesi arabi del Medio Oriente e Nord Africa, dopo la Tunisia. E tra i prodotti esportati in Italia invece si segnalano apparecchi trasmittenti per radiodiffusione e televisioni, metalli di base non ferrosi (alluminio), strumenti elettrici di precisione, prodotti petroliferi raffinati, articoli di abbigliamento in tessuto, gioielli e articoli di oreficeria, prodotti in metallo e tessuti. Dall’aprile 2004 é inoltre attivo a Dubai un Ufficio di Rappresentanza del Sanpaolo IMI, oltre le varie camere di commercio e associazioni culturali italo-arabe. Per non parlare della presenza imprenditoriale italiana negli Emirati Arabi Uniti: altamente qualificata, rappresentata da circa ottanta società con propria filiale e da molte altre che operano tramite agenti locali. Tralasciando invece Gheddafi jr., importante azionista della Juventus e gli ottimi rapporti commerciali con la Siria, solo per fare un esempio, dal 1995 e fino a quest'anno - e cioè per dieci anni - il gruppo industriale saudita Dallah Albaraka aveva un contratto con la Rai che consentiva alla società araba di distribuire il segnale televisivo di Rai International nei continenti dove c'è forte emigrazione italiana. L'artefice dell'affare è stato il rappresentante del principe Al Talal in Consiglio d'Amministrazione Mediaset, il sig. Tarek Ben Ammar.

Il principe Al Walid Bin Talal Bin 'Abd El-'Aziz (1955), per chi non lo sapesse, è uno dei numerosi nipoti di Re Fahd. Non è un potenziale erede al trono saudita, si è sempre tenuto lontanto dalla Politica (con qualche eccezione negli ultimi anni), ma è uno degli uomini d'affari più dinamici del Regno. Nel 2001, Forbes lo ha indicato come la sesta persona più ricca del pianeta. E dicono che sia addirittura il musulmano più ricco del mondo. Dopo aver studiato in tre università americane, nel 1991 diventa l'azionista più importante del gruppo bancario americano Citicorp (capitale 590 milioni di dollari), e gran parte dei suoi capitali sono investiti in Occidente: il 100% del Four Seasons di Londra, il 100% George V Hotel di Parigi, il 50 % della catena alberghiera Fairmont in Canada, il 42 % del Plaza Hotel di New York, il 30 % dei Movenpick Hotels, il 27 % della catena dei Four Seasons Hotels, il 20 % di Planet Hollywood, il 13 % di Disneyland e il 10 % di Saks Fifth Avenue a New York, il 5 % di Netscape (confluita nella America Online) e il 5% della News Corporation (che include, fa gli altri, il Sunday Times, Fox News, Star Tv). Il principe ha avuto inoltre un ruolo di primo piano nel salvataggio finanziario di Eurodisney (ne possiede il 24%), della catena alberghiera "Meridien", della "Waldorf" e di Mediaset, impegnata ad uscire da un colossale indebitamento e a quotarsi in borsa (il Principe ha versato, sempre nel 1995, 100 milioni di dollari e attualmente la sua quota è di 245 milioni di dollari), dove tuttora detiene un posto in Consiglio di Amministrazione. Un investimento di cui "è molto soddisfatto" e che "non intende vendere", secondo il suo rappresentante in Italia.

Sua Eccellenza ha inoltre numerosi interessi nel mondo arabo, in particolare in Egitto e in Palestina, ma ha anche quote nella Daewoo, nella Hyundai, a Tokyo come a Khartum o in Nigeria e in tante, tantissime altre società e industrie sparse per il mondo: Coca Cola, Gillette, Mc Donald's, Ford. Ma anche Compaq, Kodak, Pepsi, Procter & Gamble. La lista è molto lunga, quindi mi fermo qua. Il principe è anche un grande finanziatore delle attività caritatevoli e culturali: ha donato 20 milioni di dollari per l'allestimento di un'ala di arte islamica al Louvre di Parigi (verrà inaugurata nel 2009). Ha donato un milione di dollari ad una Lega islamica avente come scopo quello di cambiare la distorta percezione dell'Islam da parte degli occidentali in seguito agli attacchi dell'11 settembre, dichiarando: "E' importante che la voce dei moderati nel mondo arabo-islamico venga ascoltata. Non staremo più zitti". Si è anche visto respingere dal sindaco di New York Rudolph Giuliani un assegno di 10 milioni di dollari che intendeva versare alla città dopo l'attacco alle torri gemelle. E pare che anche il presidente Bush non abbia voluto riceverlo. Per fortuna, invece, i rapporti tra il Principe e il Presidente del Consiglio Italiano Berlusconi sembrano molto amichevoli e saldi. Nonostante l' interpellanza numero 200142 del 13/11/2001, dove i deputati DS Innocenti, Barbieri, Montecchi, Ruzzante, Magnolfi e calzolaio chiedono al presidente di chiarire la natura dei rapporti con Al Talal dato che "il quotidiano Il Messaggero in data 9 novembre 2001 in un articolo del corrispondente di New York informa che il principe saudita Al Walid Bin Talal Al Saud è sospettato dall'Fbi e dalla Cia di avere intensi rapporti con le finanziarie di Osama Bin Laden" (la stessa accusa viene lanciata dal Wall Street Journal nei confronti della società Albaraka, sempre di sua proprietà). "Si tratta dello stesso Al Walid Bin Talal Al Saud che in data 31 agosto 2001 venne ricevuto con gli onori militari (un picchetto d'onore dei lancieri di Montebello) a Palazzo Chigi dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi?".

Pare proprio di sì, ma pare anche che il motivo di tanto astio statunitense nei confronti di Sua Eccellenza derivi dal fatto che avrebbe commentato gli attentati dell'11 settembre chiedendo all'America di riflettere sulla propria politica estera (una dichiarazione che gli ha valso una forte simpatia nel mondo musulmano). Insomma, una semplice divergenza di opinioni, purtroppo non gradita al governo d'oltreoceano che ha subito accusato il Principe di collusione con Al-Qa'ida, cosa prontamente negata dal suo gabinetto. Anche se sembra che il Principe sia stato uno dei principali finanziatori dei campi dei "combattenti per la libertà" - così come venivano allora indicati dalla stessa Amministrazione statunitense - in Afghanistan. Negli anni Ottanta pare che abbia perfino visitato - in segreto - qualche campo di addestramento a Peshawar, in Pakistan. In un'epoca in cui tutto l'Occidente tifava per questi barbutissimi combattenti e Bzrezinski, consigliere alla Sicurezza nazionale americana, pensava: "Cos'è più importante per la storia del mondo? I Talebani o il collasso dell'impero sovietico? Qualche musulmano fomentato o la liberazione dell'Europa centrale e la fine della guerra fredda?", non se ne può di certo fare una colpa a Sua Eccellenza. Che quando parla di politica estera americana, evidentemente sa di che cosa sta parlando.

"Il Governo Berlusconi è risoluto nel voler privatizzare Eni, Enel e Finmeccanica. E un gruppo di investitori arabi si è già fatto avanti per essere della partita - scrive il Wall Street Journal, che cita sempre Tarak Ben Ammar. Berlusconi vuole attirare capitale da prestigiosi gruppi arabi - spiega Ben Ammar. Venerdì pomeriggio, Al Waleed si è recato a Palazzo Chigi per discutere con Berlusconi proprio del tema delle privatizzazioni. Al Waleed si è detto molto interessato ai piani di Berlusconi - prosegue Ben Ammar. Abbiamo parlato di Eni, Enel e Finmeccanica. Il presidente del Consiglio ha però precisato di non avere fretta di vendere le partecipazioni statali nelle suddette aziende e ha posto un paletto: il management di questi gruppi resterà italiano". "Berlusconi ci ha spiegato il suo programma di privatizzazioni - riferisce invece Tarek Ben Ammar al quotidiano Il Mattino. Ha detto che non c'è un calendario preciso, ma che gradirebbe che, quando ce ne sarà occasione, Al Waleed possa fare la sua parte. E noi ci siamo detti molto interessati''. "Però - precisa Ben Ammar - non si è entrati nello specifico. Certo, si è citata l'Enel, come l'Eni, perché sono due gruppi notissimi. Ma il nostro interesse ad investire è molto più ampio''. ''Al Waleed - afferma ancora Ben Ammar - è rimasto affascinato dal piano per le grandi opere che gli ha illustrato Berlusconi. I grandi finanziatori, com'è il principe saudita, sanno che la realizzazione di porti, strade e ferrovie è un'eccellente occasione d'intervento, purché il paese abbia interessanti possibilità di crescita'', e l'Italia rientra in questo quadro perché, per la prima volta, ''c'è una maggioranza parlamentare forte''. ''Inoltre - prosegue Ben Ammar - Berlusconi gode della stima personale di Al Waleed. E il vostro presidente del Consiglio si augura che tramite Al Waleed possano arrivare in Italia capitali arabi e capitali Usa, visti i buoni rapporti che noi abbiamo con gli investitori americani''. Non a caso, il Movenpick Hotel di Sharm El Sheikh, di cui El Talal possiede una buona quota (è anche proprietario del Four Seasons Resort di Sharm) è stato uno degli obiettivi colpiti nel corso degli ultimi attentati sul Mar Rosso. In effetti, tali attentati erano un triplo colpo: all'economia egiziana (crollo dell'industria del turismo), all'economia italiana (gran parte degli investimenti a Sharm è italiana e così pure la "clientela") e all'economia saudita.

Ritornando al non tanto improbabile accordo con la Emirates Airlines, gli addetti ai lavori giudicano l'integrazione con l'Alitalia "perfetta": la forza dell'Emirates sul mercato internazionale potrebbe essere una manna per Fiumicino. Emirates potrebbe convogliare sull'aeroporto romano i suoi viaggiatori orientali, e viceversa. Si aprirebbe un canale verso Oriente, che oggi non c'è: chi vuole andare in quella direzione o parte da Malpensa o arriva in uno dei grandi hub del Nord Europa, con una gran perdita di tempo. A questo punto la domanda sorge spontanea: come osano, quelli della Lega, chiedere di "provvedere alla raccolta di informazioni sugli scali di 4 Paesi arabi: Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Marocco, al fine di selezionare un aeroporto sicuro nel quale convogliare i passeggeri in partenza dal mondo arabo verso l'Italia", vanificando - di fatto - l'interesse che potrebbe avere la Emirates nei confronti della malconcia compagnia di bandiera italiana? Con quale faccia tosta un deputato leghista può permettersi di chiedere di sospendere i finanziamenti all'ICTP di Trieste, un prestigioso ente di ricerca, un istituto di punta - insieme con la Normale di Pisa e l’INFN di Frascati - perché "accoglie studenti musulmani" (e dire che l'Ente è stato salvato nel 1991 da una grave crisi economica grazie ad un prestito senza interessi di 3 milioni di dollari erogato dalla Repubblica Islamica dell'Iran)? Come osa qualche razzista xenofobo come la Fallaci, chiedere che gli studenti arabi non studino nelle università italiane? I capitali arabi investiti in Italia fanno comodo e non sollevano interrogativi (tranne quelli leghisti, ovvio), mentre quelli degli studenti arabi spesati da un "genitore sceicco" o un "onesto lavoratore" (per dirla alla Fallaci) fanno invece schifo? Non mi sembra segno di gran coerenza. Come scriveva Paola Pilati nella rubrica Economia dell'Espresso: "Che i petrodollari degli sceicchi, con il barile alle stelle, siano in cerca di destinazione, è noto. Solo che i nostri affari hanno finora intercettato poco di quella massa di denaro. Ma adesso, con la vendita di Wind all'egiziano Sawiris, abbiamo scoperto che il capitale islamico si comporta esattamente come quello protestante o cattolico, e va dove lo portano le buone occasioni". Le urla razziste, l'irrigidimento delle "misure di sicurezza" e il clima di isteria collettiva non contribuiscono però di certo a crearle, le buone occasioni. Sarebbe conveniente tenerlo in mente, per il futuro. Perché a rimetterci non sarà di certo l'economia degli Emirati.

sabato 30 luglio 2005

Ci mostravano video

«Ci vedevamo ma non per pregare. La religione in questa storia non c'entra. Guardavamo filmati. Muktar ci mostrava video con le immagini della guerra in Iraq. Diceva che dovevamo fare qualcosa di grosso. Ci incontravamo per questo. E poi parlavamo».
«Più che pregare si discuteva. Lavoro, politica, la guerra in Iraq. Muktar aveva sempre nuovi filmati sulla guerra in Iraq. Ci mostrava soprattutto quelli in cui si vedono donne e bambini uccisi dai soldati inglesi o americani. O vedove, madri e figlie che piangono».
Hamid Isaac, alias Osman Hussain, l' "ultimo" degli attentatori britannici. Arrestato a Roma.
«I professionisti del fondamentalismo, per compiere i loro efferati attentati, assumono quindi una “manovalanza” sostanzialmente emarginata, o che vive in realtà disagiate (un vaglio più attento e meno strumentale delle biografie dei kamikaze lo confermerebbe di sicuro: sappiamo che almeno uno di essi è stato arrestato più volte per piccoli furti, altri hanno soggiornato nei riformatori. Comunque tutti vivevano in quartieri degradati) resa docile da un paziente lavaggio del cervello. Quest’ultima operazione viene condotta a colpi di videocassette che ripropongono immagini dei crimini russi in Cecenia, i genocidi dei musulmani in Serbia, le torture di Abu Ghraib, le umiliazioni di Guantanamo ecc ecc. In altri casi il lavaggio del cervello è basato su una distorsione della realtà soggettiva che riconduce ogni singolo problema della vita quotidiana, tipo il non trovare lavoro o il fallimento di una relazione amorosa, ad un ipotetica non accettazione del “musulmano” da parte della società ospitante che ha pur concesso cittadinanza e diritti. Questa sottile strategia di condizionamento mentale, viene perfezionata magari da un periodo di addestramento in un campo sito in qualche regione disagiata del globo o, meglio ancora, su un teatro di guerra dove la violenza regna sovrana».
Sherif El Sebaie, "Il terrorismo, è solo odio?", 1. ver.
«E' un eresia moderna, in Inghilterra e negli Usa, dire che la guerra in Irak è responsabile degli attacchi terroristici in atto. Certo, la guerra non giustifica affatto questi atti, ma è un insulto all'intelligenza sostenere che l'invasione dell'Irak non ha attizzato le fiamme del terrorismo».
John Le carré, Le Monde, 25 luglio.

Ghiaccioli e massacri

Su una spiaggia ligure, ospite per qualche settimana dell'Hotel Italia con la mia pìccola tribù italo-americana, guardo i bambini giocare, strillare, rìdere, esasperare le madri e i padri per orrendi crimini quali dare la paletta in testa al fratello o litigarsi il ghiacciolo. Cerco di vedere differenze tra americani e italiani della stessa età, uno, due anni massimo, prima che le presse familiari e ambientali li stampino in forme permanentemente diverse, come le carrozzerie delle auto. Fatico a trovarne. Un pianto singhiozzante per una facciata sul cemento ha esattamente lo stesso suono nel Delaware e in Liguria.

Diversi sono soltanto i loro genitori e i loro comportamenti, la mamma americana del piccolino color pasta da pizza che si arrossa senza abbronzarsi e lo unge con abbastanza olio solare per friggere un branco di sogliole, e la mamma italiana del piccolino già color biscotto che si contenta di una spalmatina più frettolosa. La pratica mamma americana che incessantemente nutre il suo cuccìolo dì mangime precotto, la mamma italiana che scioglie il formaggino nella pasta e fa scattare il cronometro per evitare il bagnetto troppo vicino ai pasti, nell'incubo della micidiale "congestione" che tormentò le mie estati al mare. Piccole paure si misurano con grandi paure. Dal banco del solito bar ristorante, gli immancabili televisori diffondono da giorni sempre le stesse immagini dall'ultimo teatro del "Grand Guìgnol" terroristico, e ripetono le stesse chiacchiere inutili, secondo l'antica legge del "chi sa, non parla e chi non sa, parla".
Parole e bagnetti. Ghiaccioli e massacri. Secchielli contesi e vagoni sventrati. Due mondi, lo stesso mondo. Un giorno di 20 o 30 anni or sono, anche quelli che hanno compiuto stragi a New York, a Londra, a Madrid, sono stati bambini come questi che mi razzolano attorno ai piedi. Chissà a che giochi avranno giocato, i terroristi da bambini? Che sogni avranno fatto, che polvere avranno mangiato, quante notti in bianco avranno passato le loro madri mentre spuntavano i molari? I dentini crescono anche ai terroristi. Se lì avessi visti ruzzolare da piccoli e piagnucolare nudi come questi sulla spiaggia, o nel cortile del loro villaggio, li avrei riconosciuti come futuri kamikaze, "distruttori maligni", come li chiamava Erich Fromm. coloro che fanno il male per il gusto del male? Nascono con la voglia di bombe visibile sulla pelle, come quella macchia che Gorbaciov ha sulla testa? O invece gli regalano al primo compleanno la scatola con il "kit del piccolo bombarolo" (batterie non incluse, naturalmente) come un tempo si regalava il set delle pentoline per le femmine e il meccano per i maschietti?

Questi di oggi sono probabilmente nati tutti bruni e neri di occhi, ma se il colore dei capelli e dell'iride fosse il sicuro "marchio'' satanico, ce ne sarebbero parecchi, qui attorno alla sdraio, di demonietti. Neppure di quelli con gli occhi azzurri, o con i riccioli biondi, ci si può fidare del tutto, perché ci sono stati e ci sono terroristi biondi, cristianissimi, con gli occhi chiari, come in Irlanda o come negli Stati Uniti. I terroristi purtroppo non sono come i serpenti a sonagli, che anche da piccolini hanno il loro bravo veleno sotto i dentini, come mi avvertì il custode dì uri parco nazionale in Arizona, quando mi vide avvicinarmi troppo a un "bebé" a sonagli che agitava irritato la sua codìna.

Potrebbe, uno dì questi bambolotti in pannolino da bagno che ballonzolano verso la battìgia, diventare da grande un massacra-tore di pendolari in metrò, se crescesse nel posto giusto, cioè sbagliato, o terroristi si nasce, come si nasce serpenti a sonagli? Dipenderà dal Dìo falso che adorano, dai libri che leggeranno, dall'acqua che hanno bevuto, dal latte? È colpa della mamma che non li ha rimessi a dormire cullandoli quando sì svegliavano con le coliche, o del papa che mollava loro sganassoni, del nonno che li viziava, della nonna che lì ignorava? Ambiente o parente? Natura o cultura? Che cosa sappiamo davvero dì loro, oltre gli effetti delle loro azioni?
Una spiaggia d'estate conterrebbe tutte le risposte possibili, in quei bambini, se sapessimo quali domande fare. Due bambini, maschi o femmine non saprei dire, si litigano un ghiacciolo dall'immondo color verdognolo, impastandolo di sabbia e squagliandolo tra le dita nel tira e molla sotto il sole. La pace torna solo quando la nonna s'arrende, ne compera uno a ciascuno e naturalmente tutti e due prontamente perdono ogni interesse, lo ignorano. È questa la soluzione miracolosa per vincere lo scontro di civiltà? Bombardare il mondo con tonnellate di ghiaccioli anziché tonnellate dì alto esplosivo? Forse. Peccato che nel deserto i ghiaccioli durerebbero poco.
Tratto da Hotel America, di Vittorio Zucconi, l'Espresso.

venerdì 29 luglio 2005

Ancora grazie!


Colgo l'occasione per ringraziare tutti voi ancora una volta (visto che non posso farlo tutti i giorni :)). Ieri infatti, questo blog è stato segnalato alla terza posizione dei trenta blog più seguiti dell'area "Politica e Istituzioni" monitorata da Shinystat (150.000 siti monitorati), confermando quindi una posizione che occupa da un bel po' di tempo. Grazie !

Un popolo anti-Lega ma sedotto spesso da Fini

Arcitaliana, di Jacopo Iacoboni, La Stampa
Tutti musulmani? Macché: la maggior parte viene dall’Est Europa. Diamanti: «Un romeno se pensa alla sinistra ricorda Ceausescu»

Quando Gianfranco Fini venne a Torino, subito dopo la sorprendente uscita sul voto agli stranieri, per un dibattito sull’immigrazione al Sermig, lo avvicinò una ragazza marocchina di nome Saloia El Idrissi, 32 anni, «presidente, le idee di An mi piacciono, non sono razziste, ma perché state con quel Bossi lì». Avrebbe volentieri votato per lui, un giorno. Mai per Umberto Bossi. Di cosa parliamo quando parliamo di voto agli immigrati? Di una questione politica, sociale, economica.
Di un grumo di simboli, speranze, risentimenti e culture più o meno (in)comunicanti. Per dire, com’è la situazione nell’Italia dei buoni sentimenti e dei nuovi razzismi ed esclusioni, e al limite, per chi voterebbero gli stranieri residenti da noi? È poco più che una simulazione, «oltretutto rischiosa dal punto di vista scientifico», osserva Ilvo Diamanti. «Siamo sicuri che un europeo dell’est dia ai concetti di destra e sinistra lo stesso significato che gli dà un camerunense?». Ma la simulazione smonta luoghi comuni e rivela qualche sorpresa.
Nell’Europa terrorizzata dal 7 luglio e dall’11 marzo madrileno, il primo riflesso quando pensiamo a un immigrato è pensare a un immigrato musulmano. Errore. La maggior parte degli immigrati in Italia viene dall’Europa, non dall’Africa o dall’Asia. Spulciate il dossier Caritas 2005 in uscita a ottobre, dei due milioni 730 mila immigrati in Italia alla fine del 2004, un milione 289mila provengono dall’Europa, 647mila dall’Africa, 472mila dall’Asia, 314mila dall’America, solo settemila arrivano dall’Oceania o risultano «apolidi». In particolare, gli immigrati italiani giungono dall’Europa dell’est, Romania in testa, Albania subito dietro, ameni paesi dove la sinistra aveva i volti rassicuranti di Nicolae Ceausescu ed Enver Hoxa. Una pacchia per un democratico.
Ecco, ragiona Diamanti, «lei provi a fare anche semplici interviste qualitative a immigrati romeni chiedendo se votano a destra o a sinistra e guardi cosa le rispondono: per loro sinistra-uguale-Ceausescu. Invece un centroafricano difficilmente riuscirà a calarsi in categorie etno-politiche radicate nel pensiero dell’Occidente come progressisti e conservatori». In molti di quei Paesi, osserva Diamanti, «il governante deve essere o comunque apparire un uomo di polso». Ecco allora il vicepremier di Alleanza nazionale applaudito da colf sudamericane, studenti congolesi come Bob e José, una diciannovenne di nome Sharon William, appena arrivata dalla Sierra Leone a Torino ma già in grado di dichiarare a taccuini aperti: «Apprezzo il fascino di Gianfranco Fini». Giampaolo Landi, responsabile di An per l’immigrazione, conferma: «Stiamo finendo uno studio, le anticipo che il voto politico degli immigrati dell’est Europa sembra orientato in modo massiccio a destra. Consideri che sono loro la maggioranza». Le città sono a un punto più avanzato del governo centrale.
«Una mappa vera e propria non c’è», spiega il sociologo del Mulino Marzio Barbagli, «anche perché al di là della retorica, gli immigrati non hanno diritti politici in Italia». Quando votano, dice, «è quasi una rappresentazione del voto vero», quello per eleggere il Parlamento. In ogni caso Torino è laboratorio, e non è la prima volta. A Roma ci sono 300 mila immigrati, la comunità straniera più nutrita si conferma quella romena, con 42mila persone, i filippini sono al secondo posto con 21mila (fonte www.stranieriinitalia.it). Bene: Rifondazione, i verdi, l’Arci, stanno pressando il sindaco Walter Veltroni per concedere qualcosa di più del consigliere per l’immigrazione. Paolo Cento ha anche proposto a Romano Prodi di farli votare alle primarie.
A Bologna Sergio Cofferati sta portando a compimento una vecchia idea del Social Forum: al consiglio comunale del 2 maggio è stato presentato un ordine del giorno per l’estensione del diritto di voto attivo e passivo nei consigli di quartiere ai cittadini stranieri residenti. Genova, la città apripista in assoluto, ha avviato nel 2002 un percorso che potrebbe portare addirittura al voto per il consiglio comunale; la stessa strada seguita a Venezia da Paolo Costa e ora Massimo Cacciari, e a Cosenza da Eva Catizone, grande sponsor l’ex leader di Potop Franco Piperno. Altrove degli immigrati hanno già votato, ma per eleggere organi ad hoc: a Lecce Fadl Albeetar, giordano, è stato eletto nel 2004 consigliere per l’immigrazione.
Giunta: An. Sindaco: Adriana Poli Bortone. Dopo, è successo lo stesso a San Mauro Torinese (eletto un egiziano), a Cagliari (un tunisino), Mazara del Vallo (un tunisino ventiduenne, il più giovane in Italia), Ancona, Macerata, Ascoli... «La cosa accertata», sostiene Diamanti, è che «se votassero, gli immigrati più che sapere per chi votare, sanno per chi non votare: la Lega». Piccolo particolare che potrebbe inquietare i sindaci-sceriffi stile Giancarlo Gentilini, è che il 60 per cento degli immigrati italiani vive al nord (il 30 al centro, il 10 al sud, fonte Caritas). Certo, questo popolo global sa bene che siamo ai primissimi passi.
L’egiziano Sherif El Sebaie, rappresentante della commissione fondi attività culturali del Politecnico di Torino, annota acuto: «Esprimere il proprio voto fa differenza eccome. Anche se stiamo parlando ancora di elezioni simboliche». Per quel che conta, il 70,7 per cento degli italiani, sostiene la Fondazione nord est, è favorevole a passare dai simboli al voto pesante, quello politico: anche a dispetto di quello che continua ad accadere nella Londra del melting pot e dei romanzi sognanti di Hanif Kureishi.

mercoledì 27 luglio 2005

I profeti dell'odio sono anche in Occidente

di Bernardo Valli

Il più ovvio, non più semplice, impegno di un democratico è quello di difendere, non solo sopportare, la libertà di parola di coloro che non la pensano come lui. Anche se non si concretizza, pur restando mentale, l'esercizio a volte implica un certo sforzo. In tempi come questi può risultare un dovere indigesto. Il principio va comunque rispettato con stoica solerzia e massima lealtà. Thomas L. Friedman pensa di avere trovato il modo di renderlo meno doloroso, senza violarlo. Come pubblica ogni anno un rapporto sui diritti dell'uomo, cosi il Dipartimento di Stato, secondo il columnist americano, dovrebbe pubblicare un rapporto sulla guerra delle idee. Segnalando con maggior frequenza, ogni trimestre, vista la velocità e l'intensità degli avvenimenti in corso, coloro che si sono distinti nell' incitare alla violenza. L'obiettivo è di puntare i riflettori sui dieci migliori mercanti d'odio.

Friedman elabora il suo progetto. Nella lista dei Top 10 inserirebbe, fianco a fianco, il colono estremista israeliano di Gaza che chiama «maiali» i musulmani e l'imam della moschea della Mecca che definisce «feccia della terra» gli ebrei. Ma allungalo sguardo anche su venditori d'odio meno grossolani. Ad esempio sull' Iqra Learning Center bookstore di Leeds dove i terroristi londinesi del 7 luglio trovavano le letture cui ispirarsi per trasformare la religione musulmana in un culto della morte. Dove i giovani pachistani nati in Inghilterra possono ancora comperare videogames apocalittici in cui si annuncia, entro il 2014, l'avvento di un mondo unito sotto la bandiera dell'Isiam, dopo l'annientamento degli infedeli. Friedman abbraccia altri campi. Il suo programma è vasto e inevitabilmente meticoloso perché comprende le molte zone d'ombra, le pieghe, in cui si annidano i mercanti d'odio. I quali, una volta sotto i riflettori, negano spesso quel che hanno detto in luoghi più riservati.
Svergognarli è uno degli scopi dell'iniziativa. Esposti alla luce, capita che sostengano di essere stati fraintesi. Si scusano oppure si nascondono nel silenzio. Frasi pronunciate nel chiuso di una moschea hanno ben altro effetto se portate su un teleschermo occidentale. E così un'idea espressa sulle pagine di un quotidiano europeo diventa esplosiva, provocatoria, se riportata su un teleschermo orientale. In un'epoca in cui le informazioni non hanno (quasi) più frontiere; e le parole, rimbalzando da una società all'altra, possono incendiare trippe e cervelli; è senz'altro utile, può essere addirittura benefico, adottare unsistema che noncon-senta ai mercanti di odio di evadere dalle proprie responsabilità. Senza censure, ben inteso, senza tribunali.

Friedman desidererebbe inserire nella lista dei mercanti d'odio anche coloro che scusano i terroristi, giudicando gli attentati una legittima reazione alla guerra in Iraq, alla situazione in Medio Oriente, o più genericamente all'imperialismo, al colonialismo o al sionismo. Il Dipartimento di Stato si accollerebbe un grosso impegno se dovesse accogliere il suggerimento del giornalista delNew York Times. Del quale, sullo slancio, si può anche condivìdere l'iniziativa. Si è persino tentati di estenderla alla nostra realtà. A quel che accade in Italia.

Come collocare Orfana Fallaci nel sistema di Friedman? A che livello del Top 10? Non mi frena certo nel rispondere il timore della collera che Orfana Fallaci può scatenare dall'alto delle montagne di libri che vende; piuttosto il semplice ricordo che conservo di lei. Il coraggio non le fa difetto neppure oggi. Quel che ha perduto è l'ironia. E con essa la razionalità. Di cuil'odio ha preso ilposto. Ed è un odio molto simile a quello del colono estremista israeliano di Gaza e dell'imam della moschea alla Mecca, citati da Friedman.

Odia i musulmani. Odia tutto di loro. L'idea di un Islam moderato è un inganno e un'illusione. La loro tolleranza una commedia. La loro integrazione una bugia. L'Europa diventerà Eurabia. Lei parla a voce alta, non sussurra come i mercanti d'odio evocati da Friedman. L'Economist questa settimana sostiene che si è ritagliata il ruolo di voce di un possibile nuovo razzismo europeo, basato più sulla razza che sulla religione. E aggiunge, non a torto, che Osama bin Laden ha conseguito un'altra vittoria con la pubblicazione dell'ultimo articolo della Fallaci sul Corriere della Sera. Il quale le dà uno spazio forse riservato ai discorsi di Benito Mussolini, ai tempi della conquista d'Abissinia. Spazio mai concesso ai collaboratori premi Nobel.

Il quotidiano condivide il contenuto del messaggio? Non mi sembra. Ma l'editore dei libri e del giornale è lo stesso. Comunque nell'improbabilissima eventualità che a Oriana Fallaci non venisse consentito di pubblicare il contrario di quel che penso, sarei pronto a manifestare contro censure e sentenze di tribunale. Lo farei per convinzione e per antico rispetto. Per il momento posso soltanto sottolineare il suo contributo al successo di bin Laden. Al quale non può che piacere la visione dell'Isiam offerta da lei: un Islam aggressivo e unito, non frantumato in fondamentalisti e in moderati, impegnati, come in realtà sono, in uno scontro che semina morti tra il Tigri e il Nilo, e fino a Casablanca, sulle sponde dell'Atlantico. Per non parlare dell'Algeria, prima tentata dal fondamentalismo, e poi ribellatasi con un enorme spargimento di sangue ma con successo all'idea di un regime teocratico. E l'Egitto che sia pure tra tante ambiguità si mantiene laico? E la dittatura tunisina che esercita un inflessibile controllo sugli integralisti?

La visione di Oriana va a genio a Bin Laden, perché così lui, in quanto incarnazione del terrorismo, diventa l'immaginario rappresentante di un Islam che è ben lontano dal controllare. In cui può contare soltanto su frange fanatiche, che si ispirano a lui. A promuoverlo leader simbolico di una delle "due civiltà a confronto" sono i mercanti d'odio, di cui ci sono esemplari di rilievo anche nel governo di Roma. Alcuni ministri si riconoscono infatti nel verbo di Oriana Fallaci. Alla quale va garantita tutta l'intera libertà di cui dispone, ma alla quale vanno attribuite anche tutte le conseguenze di quel che scrive. Friedman non dice proprio questo?

Moschee: le nuove catacombe?


Fin dal primo secolo, furono diffuse - tra la gente comune - le calunnie più fantasiose ed infamanti sul conto del Cristianesimo. Accuse di pratiche atroci ed oscene attribuite ai cristiani fomentarono l’odio e il furore popolare, anche se il governo di Roma continuava - stranamente - ad atteggiarsi spesso in modo tollerante e talora perfino benevolo nei loro confronti. Sono i "flagitia": accuse di delitti occulti, di cannibalismo, di infanticidio e perfino di incesto (per l’uso di chiamarsi fratelli e sorelle), di odio verso il genere umano, di slealtà verso la Patria e di associazione segreta ed illegale pericolosa per l’Impero.
La religione cristiana fu dichiarata strana et illicita (decreto senatoriale del 35), exitialis - perniciosa (Tacito), prava et immodica - malvagia e sfrenata (Plinio), nova et malefica - nuova e malefica (Svetonio), tenebrosa et lucifuga - oscura e nemica della luce (Octavius di Minucio), detestabilis - detestabile (Tacito); quindi fu posta fuori legge e perseguitata, perché considerata il nemico più pericoloso del potere di Roma, basato sull'antica religione nazionale e sul culto dell' Imperatore, strumento e simbolo della forza e dell'unità dell' Impero.
Nelle "Apologie", i discorsi di difesa degli scrittori cristiani del tempo, indirizzate anche agli imperatori, i cristiani chiedevano di non essere condannati ingiustamente, senza essere conosciuti e senza prove. Il principio della legge senatoriale del 35, "Non licet vos esse", "non vi é lecito esistere", veniva giudicato ingiusto ed illegale come effettivamente era, perché i cristiani erano onesti cittadini, rispettosi delle leggi, devoti all' Imperatore, industriosi ed esemplari nella vita privata e pubblica.
Il fondamento giuridico delle persecuzioni fu proprio in quella legge, quando l’imperatore Tiberio propose al Senato di Roma la "consecratio Christi", cioè il riconoscimento della sua divinità e quindi la legittimità del suo culto e il Senato respinse la proposta dichiarando invece la religione cristiana "strana ed illecita": "Non licet esse christianos". Con il suo "veto" Tiberio si oppose all’applicazione del decreto del Senato. E così rimase lettera morta fino a Nerone, che per salvarsi dall’accusa di aver incendiato Roma ne scaricò la colpa sui cristiani, accusandoli di praticare una religione nuova e malefica.
Strana et illicita, nova et malefica, exitialis, prava et immodica, tenebrosa et lucifuga, detestabilis... Aggettivi che suonano uguali alle "opinioni" della Fallaci, della Lega, dei giornalisti predicatori d'intolleranza e dei loro affiatati lettori sull'Islam e il Corano. Sui musulmani e le loro moschee. Accuse che rievocano l'era dei martiri, delle persecuzioni, delle catacombe. Come il Cristianesimo dei primi secoli, anche l'Islam oggi viene descritto come una religione perversa, omicida e infanticida. I musulmani vengono accusati di tutto e di più: sono terroristi camuffati, sono traditori insospettabili, sono "quinte colonne" e "cellule dormienti" che tramano in luoghi segreti (le moschee) per rovesciare l'ordine costituito, per distruggere la religione cristiana ed i valori occidentali, strumenti e simboli della democrazia e del benessere della Civiltà Occidentale Superiore.
Gli scrittori musulmani di oggi, quelli che hanno a cuore le proprie famiglie e i propri cari che vivono sia nei paesi d'origine che in Occidente, chiedono di non essere condannati ingiustamente, senza essere conosciuti e senza prove. Contestano le leggi, le finto-interrogazioni parlamentari e gli scritti razzisti che ribadiscono il principio del "non vi è lecito esistere", ritenuto ingiusto e illegale proprio perché gli immigrati musulmani di oggi - al pari dei cristiani dei primi secoli - sono onesti cittadini, rispettosi delle leggi, devoti allo stato, industriosi ed esemplari nella vita privata e pubblica, che non meritano quindi di pregare in qualche appartamento privato o in qualche garage oscuro (dove il primo predicatore jiahdista può monopolizzare il pulpito impunemente), non nei cortili dei palazzi e sui marciapiedi (creando disagi agli abitanti), ma alla luce del sole, in un edificio pubblico, visibile, trasparente e aperto a tutti. Non nelle catacombe quindi, ma nelle moschee.
La crociata condotta contro l'Islam e i musulmani, contro le loro attività commerciali, le scuole dove studiano e perfino i loro luoghi di culto da parte di alcuni esponenti mediatici e politici, è una crociata che ricorda gli scritti menzogneri dei servi dell'Impero Romano. Scritti in cui accusavano ingiustamente la religione cristiana di tutti i mali del mondo, invitando la popolazione a diffidare dei cristiani, delle loro attività, dei loro luoghi di raduno e delle loro azioni. Aizzando la popolazione autoctona contro di loro, diffondendo menzogne e diffamandone il buon nome, tali lobby sperano - oggi come allora - di prepare la strada per una nuova persecuzione simile a quella romana che ha colpito i cristiani dei primi secoli e quella nazista che ha colpito i fratelli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Sperano di vanificare gli sforzi di integrazione e di respingere il riconoscimento ufficiale della religione islamica e delle sue rappresentanze, cosi come nel 35 il Senato respinse la proposta di Tiberio. Meglio se dichiarando il "Non licet esse musulmanos".
Essi sperano di distogliere i propri popoli dall' "incendio", dalle politiche sbagliate e dai problemi della vita quotidiana, scatenando linciaggi pubblici ed esecuzioni sommarie. Sperano di scaricare sui musulmani le colpe delle loro inefficienze e delle loro azioni irresponsabili. Di arricchirsi sulla loro pelle, come fecero i gerarchi nazisti negli anni 30-40. Ma come resistere, a questa prossima ondata di folle intolleranza omicida? Ce lo dice Aristide, nella sua apologia risalente al II secolo: osservando "esattamente i comandamenti di Dio, vivendo santamente e giustamente, così come il Signore Iddio ha prescritto"; rendendogli "grazie ogni mattina e ogni sera, per ogni nutrimento o bevanda e ogni altro bene"...
Perché "Queste sono, o imperatore, le loro leggi. I beni che devono ricevere da Dio, glieli domandano, e così attraversano questo mondo fino alla fine dei tempi: poiché Dio ha assoggettato tutto ad essi. Sono dunque riconoscenti verso di lui, perché per loro é stato fatto l'universo intero e la creazione. Di certo questa gente ha trovato la verità". Cristiani, ebrei, musulmani, esseri umani di qualsiasi credo e non, aperti e tolleranti. Gente che ha trovato davvero la verità.

Sharm: l'intervista audio


Sul portale Amisnet, agenzia radiofonica di informazione per numerose radio in Italia e in Europa (fornisce produzioni tematiche e approfondimenti giornalistici in formati audio gia' pronti per la messa in onda), e precisamente all'indirizzo http://www.amisnet.org/it/3498 potete trovare un'intervista audio (formato Mp3) in cui il sottoscritto risponde alle domande del cronista sugli attentati di Sharm. Dopo la sezione Sala Stampa e Eventi (vedi link in colonna a destra) quindi, questo blog si arrichisce anche di contributi audio, spero sempre più numerosi (in attesa che anche le interviste concesse periodicamente a Radio Radicale vengano digitalizzate e messe online). Buon ascolto!

martedì 26 luglio 2005

La fuga "dall'Orrore"


Gli attentati di Sharm avevano, ovviamente, come obiettivo principale i turisti occidentali. Forse proprio quelli italiani. Su questo non c'è nessun dubbio. Ma quando si è detto - e si dice tuttora - che gli attentati di Sharm miravano anche - e in egual misura - agli egiziani, si dice il vero. Al di là del bilancio delle vittime, gran parte delle quali proprio egiziane (la maggior parte umili lavoratori e dipendenti dei locali colpiti) gli attentati hanno inferto un durissimo colpo all'industria del turismo, fonte principale di reddito per migliaia e migliaia di famiglie egiziane, già malmesse per colpa dell'attentato di Taba, avvenuto circa un anno fa.
Gli egiziani di Sharm hanno fatto il possibile per dare man forte ai soccoritori, per accogliere gli sfollati e i feriti, risolvere i loro problemi e alleviare la loro attesa. "Gli egiziani ci chiedevano continuamente scusa e alcuni inservienti ci hanno invitato a passare la notte nelle loro camere". "Gli egiziani sono quasi diventati matti cercando di aiutare in tutti i modi possibili". Queste sono solo alcune delle testimonianze raccolte dai cronisti in questi giorni. E proprio l'altro ieri centinaia di egiziani hanno inscenato imponenti manifestazioni spontanee contro il terrorismo, lasciando fiori e candele sui luoghi della tragedia.
Non se lo meritavano gli egiziani, da sempre ostili al terrorismo che piazzava le bombe sui mezzi pubblici usati proprio da loro, ben prima che accadesse a Londra. E come dice una signora italiana che vive da quattro anni con il fidanzato a Sharm: "E' una terribile rovina per Sharm. I prezzi precipiteranno e il turismo è il solo mezzo di sopravvivenza per i poveri egiziani". Ma è stata e sarà anche una rovina per centinaia di albergatori e tour operator italiani, per non parlare di quelli che vanno ogni anno da quelle parti per gestire una gelateria, insegnare diving o fare gli animatori turistici. E stiamo parlando di migliaia di persone. La disgrazia, quindi, non è solo egiziana. E' anche e soprattutto italiana, visto che proprio dall'Italia proveniva il maggior numero di turisti (decine di migliaia), gran parte delle opportunità lavorative a Sharm e dei capitali investiti.
In questi giorni, i media televisivi e cartacei stanno mettendo in risalto, con una strana insistenza, la fuga dei turisti. Lo stesso governo italiano ha invitato le agenzie a bloccare i viaggi, a sconsigliare i turisti, addirittura a far loro firmare una documento di assunzione di responsabilità prima di intraprendere il viaggio. Sono stati inviati aerei per evacuare i turisti rimasti, tutte misure che vorrebbero dipingere l'Egitto come un paese più pericoloso e a rischio rispetto agli altri (eppure oggi nessun paese è immune dal terrorismo: come dicevo ieri, uno può rimanere vittima di un attentato qaedista in Egitto, in Turchia, Kenya, Indonesia, Inghilterra, Stati Uniti e chissà dove altro, indifferentemente).
Generalmente, in Egitto, il rischio che si verifichi un'altro attentato subito dopo il primo è quasi inferiore allo zero, per via del rinforzamento dell'apparato di sicurezza, già imponente di per sé. A differenza di Londra quindi (dove appena qualche giorno dopo la prima carneficina, una seconda era già in atto, fallita solo per un errore tecnico degli attentatori, tuttora in fuga), l'Egitto è proprio il luogo più indicato per una vacanza. Eppure, sul sito www.viaggiaresicuri.mae.aci.it, creato dal Ministero degli esteri e dall'Aci, lo stesso che parla di "atti dinamitardi di lieve entità" a Londra mentre decanta i "controlli ed altre misure considerate opportune" (che tra l'altro prevedono la possibilità di freddare con ben cinque colpi alla testa un qualsiasi avventore della metropolitana solo perché "sospettato" per il modo in cui è vestito, per il giubbotto o lo zaino che porta addosso), sconsiglia "per il momento, viaggi nella zona di Sharm el Sheikh, mentre per le altre aree del Paese si raccomanda di valutare con la massima attenzione la situazione" nella sezione "Avvisi" relativa all'Egitto.
Dopo gli attentati di Londra, i cronisti facevano a gara per intervistare turisti benevoli che si dicevano assolutamente certi di voler rimanere a Londra, "Tanto potrebbe capitare ovunque". Oggi invece fanno a gara per intervistare quelli che cambiano destinazione "per non finire in bocca al leone". Chi sta sostenendo la campagna del "fuggi fuggi" generale, assolutamente ingiustificata, dovrebbe ricordarsi che, in questo modo, non danneggia solamente l'economica egiziana, ma anche quella italiana. E così facendo, dà man forte ai terroristi che vorrebbero gli occidentali a casa loro e i musulmani idem, prima di scatenare una vera e propria guerra dei mondi. Abbandonare l'Egitto adesso significa contribuire a creare una gravosa e sempre più disastrata situazone economica, un paradiso per il reclutamento di nuovi militanti e kamikaze. Se volete combattere il terrorismo per davvero, se lo volete sfidare e sconfiggere, andate a fare le vacanze in Egitto. Saranno sicure, comode e convenienti. Non ve ne pentirete!

La IADL querela Telepadania


"Lui aveva già il suo teorema e, a costo di scriverlo, ha deciso di mettere all’indice il povero testimone oculare e i giornalisti di TelePadania esponendoli al fortissimo rischio di rappresaglie. Speriamo non accada, ma intanto oggi, senza nemmeno una verifica, l’Unità ci dà dei truffatori, la comunità islamica di Ferrara ci attacca duramente in una lettera al ministro Pisanu e la Lega Islamica contro la Diffamazione (la stessa in causa con la Fallaci) ci ha gentilmente annunciato querela. Aspettando il boia, ringraziamo Gian Antonio Stella per averci portato sul patibolo".

Massimiliano Ferrari, direttore di Telepadania, rispondendo a Gian Antonio Stella dalle pagine de La Padania.

Terrorismo. E' solo odio?



Pubblicato su Minerva Time

lunedì 25 luglio 2005

Una risposta a Blair e alla sua guerra

di Hanif Kureishi*

IL MITO della "guerra virtuale" si è infranto. Blair, come Bush, aveva finora coltivato l'illusione della possibilità di guerre moderne, virtuali, guerre senza vittime, almeno senza vittime visibili. Coloro che morivano erano molto lontano da noi, erano iracheni. Inoltre, Blair, come Bush, è stato sempre molto discreto riguardo ai soldati britannici morti in azione: i funerali dei soldati non sono mai stati pubblici. Con le bombe del 7 luglio è anche esploso questo mito di una guerra senza vittime e senza cadaveri: la guerra è arrivata a Londra. Blair ha invaso l'Afghanistan e successivamente l'Iraq - ha davvero creduto che ciò sarebbe rimasto senza conseguenze? Dopo aver vinto nuovamente le elezioni, e poi anche i Giochi olimpici, Blair ha probabilmente pensato in un certo senso di aver finito con la guerra dell'Iraq, convincendosi di aver ritrovato la propria immagine. Queste esplosioni sono qui per ricordargli che tutte le guerre sono un affare sporco. Ecco la lezione sulla quale deve ancora riflettere. In questi ultimi giorni, c'è stata la tendenza a stigmatizzare la comunità musulmana con l'espressione "Londonistan", ma sono convinto che la grande maggioranza dei cittadini britannici non abbia sentimenti negativi nei confronti dei musulmani, che sia ben consapevole invece che si tratta di azioni perpetrate dagli estremisti che la guerra in Iraq ha prodotto. Non si può invadere impunemente un paese e uccidere 200.000 suoi abitanti senza provocare la minima conseguenza. Tutti coloro con cui ho parlato in questi giorni a Londra condividono questo assunto logico. Ho vissuto gli anni '70 e '80 durante i quali qui l'Ira faceva saltare tutto per aria: lo stesso nesso logico sussisteva trale bombe in Inghilterra e la guerra in corso in Irlanda. Sarebbe stupido considerare questi attentati dei semplici atti insensati o l'opera di pazzi, si tratta di una risposta alla guerra in Iraq, una guerra alla quale la grande maggioranza della popolazione britannica si è opposta e Tony Blair deve riconoscerlo. Subito dopo gli attentati, è stato espresso un sentimento di solidarietà nazionale che corrisponde a ciò che ciascun cittadino ha provato, è normale, ma con il passare del tempo, le persone cominceranno a riflettere su cosa ha provocato l'irrompere della guerra nel nostro paese.

(Hanif Kureishi, scrittore anglo-pakistano, autore tra l'altro di "The black album" e "My beautiful laundrette". Intervento tratto da Repubblica e segnalato anche da Miguel)

Se per una volta...


Sugli attentati di Sharm, non saprei cosa dire. Lia, direttamente dall'Egitto, ha detto ciò che doveva essere detto: ormai non si è sicuri da nessuna parte, e chi ha disdetto il viaggio per Sharm si nutre di illusioni. Se è destino essere dilaniati da una bomba, non sarà di certo un cambio di destinazione a salvarci: uno potrebbe essere in un albergo a Sharm come su un doubledecker a Londra, in una discoteca a Bali come in un resort in Kenya, in un caffé ad Istambul come al "Windows on the world" di New York. Non esistono più luoghi o mete sicure, nemmeno i mezzi di trasporto urbano in Occidente lo sono, figuriamoci gli aerei o le navi intercontinentali. E se sono riusciti a far saltare in aria gli alberghi di Sharm, in Egitto (dove si dice che dietro ogni cittadino c'è un poliziotto in borghese e che i terroristi vengono freddati anche se si arrendono sventolando le mutande bianche), non saranno di certo le "leggi speciali", le "misure più rigide", il "shoot to kill" (che finora ha solo tolto la vita ad un elettricista brasiliano probabilmente spaventato da questi individui in borghese che gli puntavano contro le automatiche) a fermare il terrorismo internazionale.
Il tentativo statunitense di "combattere" il terrorismo è fallito. Fallito, fallito, fallito. Non mi stancherò mai di dirlo. Lo dimostra l'impennata di attacchi spettacolari dappertutto nel mondo, il numero di kamikaze che si fanno esplodere (una media di dieci al giorno, secondo le ultime statistiche). Perché il terrorismo non è uno stato (Se è cosi, perché non bombardano il Pakistan, paese che ha dato sostegno ai talebani e prima di loro ai combattenti di Bin Laden? Il paese che vanta un numero sterminato di ufficiali d'intelligence simpatizzanti del fondamentalismo, di sceicchi e ulema scalmanati, di innumerevoli madrasse dove si insegna l'odio, di manifestazioni oceaniche a favore di Bin Laden? Un paese che ha dato sostegno ai kamikaze di Londra e di Sharm? Non sarà mica perché ha la bomba atomica? Perché non si bombarda l'Arabia saudita dove pochi ricchi se la spassano con i petrodollari mentre gran parte della società arranca sotto il peso di leggi severissime e di una martellante propaganda internazionalista a favore del fondamentalismo wahabita?). Il terrorismo non è un "Alqaeda", che detta cosi sembra un'organizzazione con quartiere generale a Londra (e in effetti, dal numero di "ospiti" fondamentalisti accolti a Londra negli ultimi anni sembra che sia proprio cosi) e azioni nella borsa di New York (dati i rapporti d'affari assodati tra famiglia Bush e famiglia Bin Laden).
No. Il terrorismo non è un'esercito con la divisa, da combattere con le bombe intelligenti. E' quella massa di ragazzi ventenni - trentenni che scelgono di indossare un giubotto sopra i loro abiti quotidiani (con buona pace di chi li immagina con i turbanti e le scarpe con la punta all'inssù) e farsi saltare. E quelli non lo fanno per un sottile gioco politico-mediatico, lo fanno, semplicemente, perché non vogliono più vivere. E per qualche ragione, hanno deciso che non dovevano andarsene da soli, che dovevano vendicarsi della società che li ha visti nascere, crescere, incontrare difficoltà sociali, economiche, culturali senza che nessuno prestasse loro ascolto. Tranne chi era interessato a sfruttare la loro morte. Questo vale a Londra come al Cairo, a Roma come a Bangok. Non ci sarebbe il terrorismo se decidessimo, solo per un attimo, di fermare la cantilena del "terrorismo aggressivo che ce l'ha con noi perché invidioso dei nostri grandi valori". Se decidessimo di ragionare lucidamente, come il sindaco della città occidentale più bersagliata ultimamente, ovvero il sindaco di Londra: "Non ho alcuna simpatia per gli attentatori, sono contro ogni violenza. Penso però che ci sono stati 80 anni di intervento occidentale nei Paesi arabi, per il bisogno di petrolio. Abbiamo sostenuto governi impresentabili, ne abbiamo rovesciati altri che non erano amici. E il problema, oggi, è che negli anni Ottanta gli americani hanno reclutato e addestrato Osama Bin Laden, insegnandogli come uccidere e fabbricare bombe contro i russi. Non hanno mai pensato che, una volta costruito, il personaggio si potesse rivoltare contro i suoi creatori. Chi ha seminato le bombe a Londra è un vigliacco e un assassino, ma lo ha fatto anche perché da 80 anni, dai tempi di Lawrence d'Arabia, gli occidentali assetati di petrolio manipolano i destini del Medio Oriente. E se la Gran Bretagna avesse dovuto sopportare ciò che sopportano alcuni popoli arabi, avrebbe prodotto anch'essa i suoi attentatori suicidi".
Lo capiremmo quindi se decidessimo di andare al di là della condanna, doverosa, per capire le ragioni, come quando lo stesso sindarco disse "In Medio Oriente c'è gente «sotto un'occupazione straniera, gente cui viene negato il diritto al voto, spesso il diritto al lavoro per tre generazioni: sospetto che, se fosse accaduto qui in Inghilterra, noi stessi avremmo prodotto molti attentatori suicidi". Aggiungendo, difendendo Al- Qaradawi, il volto televisivo "jazeeriano" dell'Islam, accolto dallo stesso sindaco a Londra pochi mesi orsono, «Ha detto che i palestinesi non hanno aerei o carri armati, possono solo usare i loro corpi. Noi inglesi e americani, che prima abbiamo appoggiato Saddam Hussein o altri regimi ambigui, usiamo dei doppi criteri di giudizio: molti giovani si accorgono di questo, vedono la ferita aperta della Palestina, vedono ciò che accade nella prigione di Guantanamo, e pensano che questa non è una politica estera giusta". Cosa spinge il sindaco laburista più popolare e più votato a Londra a dire cose simili appena poche ore dopo gli attentati londinesi, e cioè nel momento meno conveniente possibile, è presto detto. Lo disse infatti anche Ghandi, nel lontano 1925: "Se per una volta ci sforzeremo di considerare le cose dal punto di vista dei nostri avversari, impareremo presto a rendere loro giustizia (…). Tre quarti delle pene e delle incomprensioni del mondo sarebbero evitate, se per un momento ci mettessimo nei panni dei nostri avversari e comprendessimo la loro posizione".

giovedì 21 luglio 2005

Nessun dorma !


"Prima sono venuti per i comunisti, ma dato che non ero comunista non ho levato la mia voce. Poi sono venuti per i socialisti e i sindacalisti, ma dato che non ero né l’uno né l’altro non ho levato la mia voce. Poi sono venuti per gli Ebrei, e dato che non sono ebreo non ho levato la voce. Quando sono venuti per me non c’era nessuno che levasse la voce per difendermi".
Carissime amiche, carissimi amici,
Questo blog va in vacanza. Nel senso che, fino a metà settembre circa (o poco prima), non sarà aggiornato con la stessa frequenza giornaliera (o quasi) con cui è stato aggiornato finora. Ogni tanto darò un'occhiata alla mia casella di posta, ogni tanto risponderò al cellulare, ogni tanto inserirò qualcosa su questo blog o risponderò a eventuali commenti... Essenzialmente però mi ritiro in una pausa meditativa, per meglio affrontare l'anno incombente. Un anno che promette di essere molto carico di iniziative, di azioni e di sfide e, ovviamente, di post nuovi e - spero - interessanti.
Nel salutarvi, nell'augurarvi una buona estate e delle vacanze meravigliose, vorrei chiedervi un favore. Un grandissimo favore. Quello di essere parte attiva del processo di informazione "alternativa" messo in piedi da questo blog, da quello di Lia, da quello di Miguel e da quello di Dacia e tantissimi altri blog più o meno noti. Alcuni di voi leggono e commentano. Altri leggono e commentano in privato comunicando direttamente con me. Altri ancora leggono e basta. Ma non è sufficiente.
Se vogliamo sconfiggere l'ignoranza, il pregiudizio, il disegno malvagio delle persone che si sono erette a "difesa" della società per meglio distruggerla, c'è bisogno di mobilitazione. Di una mobilitazione massiccia. Le persone con cui abbiamo a che fare sono - probabilmente e me lo auguro - una minoranza. Ma una minoranza rumorosa. E il suo rumore è assordante. Non so se ve ne siete accorti, ma questi personaggi sono e si sentono rappresentati da molte autorità politiche, da giornalisti influenti che danno loro uno spazio illimitato e una visibilità preoccupante per condizionare l'intera società civile.
Uno dei più bei commenti mai lasciati su questo blog è stato quello di Lela. Era una citazione di Edmond Burke: "L'unico requisito necessario affinchè il male si diffonda, è che le persone per bene non facciano nulla". Ma non c'è solo Lia, non c'è solo Miguel, non c'è solo Dacia, non ci sono solo io. E non dobbiamo rimanere soli. Ci siete tutti voi. E ognuno di voi può fare qualcosa, per quanto piccola, insignificante o addirittura ridicola possa sembrare. Potete, per esempio, diffondere gli scritti che trovate interessanti via internet, postandoli sui forum o inviandoli via posta. Potete segnalare questi blog e altri ad amici e conoscenti. Potete, e forse questo sarebbe più interessante, stampare, fotocopiare e distribuire questi scritti presso chi internet non ce l'ha. O discutere di queste cose con i vostri compagni e amici dopo cena.
Oggi Lia ha dato una grande lezione di democrazia, perché da alcune parti molti cianciano di democrazia senza capirne pienamente il significato. Dopo aver pubblicato il suo post sull' articolo di Guido Olimpio (quello che ho commentato pure io), post ripreso tra l'altro anche da Libero Blog (vedi immagine sopra), con una visibilità tutt'altro che di secondo piano, non si è rassegnata. Ha mandato una lettera alla redazione esteri del Corriere. Una lettera che recita:
Gentile Redazione, in riferimento all'articolo di G. Olimpio "La divisa dell’euro-jihadista", mi sorgono dei dubbi che spero vogliate chiarirmi: 1) se, come dice il vostro giornalista, gli estremisti islamici "mangiano spiedini" e i terroristi "mangiano hamburger e ciambelle" per depistare, cosa dovrà mai mangiare l'immigrato che non sia né estremista né terrorista? Spero vogliate approntare quanto prima il menù dell'immigrato perbene. 2) Se, come dice ancora il vostro giornalista, pantaloni, maglietta e scarpe sono un trucco dei terroristi per passare inosservati, come dovrà vestirsi il suddetto immigrato perbene? Su qualche blog stanno suggerendo costumi da Star Treck, turbanti con la mezzaluna gialla cuciti sopra, forse kilt o semplici foglie di fico. Rimango in attesa di un parere definitivo dei vostri esperti, primo fra tutti l'attento Guido Olimpio, e con l'occasione vi porgo distinti saluti, nella speranza di ritrovare, prima o o poi, un Corriere dignitoso e dalla serietà all'altezza della sua fama."
Un altro suo lettore ha avuto la medesima idea. E ognuno di voi potrebbe farlo. Anzi, io vi invito vivamente a farlo. Basta un copia-incolla e inviarlo da qui. Forse non otterremo nulla. O forse otterremo che cercheranno, un giorno, di zittire definitivamente chi non la pensa come loro e lo dice apertamente. Ma è importante, finché ci è permesso, non tacere. Far sapere che esistiamo. Che c'è una maggioranza, fino ad oggi silenziosa, a cui non piace questa maniera di trattare argomenti delicati e sensibili, vitali per ognuno di noi, per il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti. E che questa maggioranza ha deciso di cominciare a far sentire con forza la propria voce.
Da un po' di tempo esiste un'organizzazione laica (a dispetto del nome), democratica, civile, che si chiama IADL (Islamic Anti Defamation League). Che ha scelto la Costituzione e le leggi democratiche e civili di questo paese per far valere i diritti delle minoranze (a partire da quella islamica attualmente nel mirino), che solidarizza con ebrei e cattolici, e che difende l'intera società civile, la prima a pagare le conseguenze dei tempi che stiamo vivendo. Un'organizzazione che manda quotidianamente comunicati stampa, lettere di protesta, denunce e di cui, personalmente, apprezzo pienamente l'operato. Ma che non può e non deve rimanere sola.
Ognuno di voi, senza farne parte, da libero cittadino non schierato, può agire secondo coscienza e combattere le ingiustizie a modo proprio. Perchè prima sono venuti per gli ebrei. Ora sono venuti per i musulmani. Domani sarà qualcuno di voi a pagare con la propria libertà, con la propria tranquillità, con la propria vita. Scegliete il modo che più vi aggrada per difenderla. E applicatelo. Senza indugi. Affinché non trionfi l'Ignoranza e il Razzismo legalizzato. Per dire NO al genocidio della Ragione.
Un caro saluto a tutte/i.
Sherif El Sebaie
(PS: visto che mi è stato chiesto: per ottenere gli indirizzi permanenti e diretti ai singoli post basta cliccare l'ora di pubblicazione. Cliccando la busta invece si può mandare in giro il contenuto via email)

mercoledì 20 luglio 2005

Conciato così



"Siccome gli arabi, come tutti sanno, normalmente vanno in giro per l'Europa in gallabeya damascata, turbante, scimitarra d'oro e pantofoline ricamate con la punta all'insù, l'astuto Corriere della Sera ha pensato bene di metterci in guardia contro l'ultimo, diabolico trucco dei feroci Saladini: mettersi i pantaloni, una maglietta e un paio di scarpe. Pensa che perfidi. Pare che quest'inaudito, brillante trucco per ingannare l'ignaro europeo sia venuto in mente nientedimeno che a "chi organizza le cellule", il quale "ha studiato a lungo le nostre società" (fino a capire che indossiamo i pantaloni, e non è poco) e "ha preparato un piccolo manuale, utile per quanti hanno conservato abitudini e costumi del loro Paese d’origine." Ma dai. E 'sto manuale, dunque, è finito nelle mani dell'astuto Guido Olimpio che, dalle pagine del Corrierone, ci svela tutti i trucchi".
Leggete il resto su Haramlik, visto che Lia ha analizzato egregiamente un argomento che anch'io avrei voluto affrontare su questo spazio: possibile che i media stiano cercando in tutti i modi di creare un clima di psicosi collettiva che induca le persone a insospettirsi del più pacifico dei vicini, del più integrato degli immigrati, basandosi perfino sull'abbigliamento e uno stile di vita assai diffuso e condiviso in tutto il mondo? Anche in Egitto portavo "Scarpe da ginnastica alla moda, zainetto, cappellino da baseball, pantaloni larghi, iPod, jeans e cravatta". Prendevo pure "le ciambelle dolci all'americana" dal Donut's. E di certo non ho cambiato abitudini immigrando in Italia. E cosi come frequentavo, in Egitto, "i piccoli chioschi che preparano spiedini e cibo arabo" li frequento qua, dal momento che proprio vicino a casa mia c'è una simpatica famigliola egiziana (in Italia da vent'anni) specializzata nel settore. Ma pare che, come dice una commentatrice da Lia, visto che "Di solito gli estremisti che risiedono in una città europea frequentano i piccoli chioschi che preparano spiedini e cibo arabo", a questo punto anch'io - come lei "e tutta la mia famiglia inglese siamo senza dubbio pericolosissimo estremisti, visto che almeno due volte al mese mangiamo kebab!". Io sono forse messo peggio, visto che non solo frequento quei covi di assassini sanguinari dove fanno a fettine la carne d' agnello con coltelli halal, ma mi faccio pure "vedere nei locali più «occidentali»", esattamente come facevo in Egitto, frequentando alberghi, ristoranti, discoteche e volendo anche l' Opera, ammesso che tutti questi posti siano una prerogrativa del modo di vivere "occidentale" in un mondo in cui la Wind e Harrod's sono possedute da egiziani, mentre gli alberghi di Sharm e Hurghada sono proprietà di italiani e francesi.
La verità però, nonostante tutto ciò non mi sento - come invece l'analisi di Olimpio suggerirebbe di fare - un' "estremista". E non ho di certo nessuna intenzione di farmi di saltare in aria. E se no a che sarebbe servito sputare sangue per superare le interrogazioni dei salesiani, migliaia di euro spesi per venire a studiare in Italia e tutto il resto? Non saprei come spiegarvelo ma... a me, egiziano residente in Italia, non fa di certo piacere vedere un'insigne giornalista scrivere sul Corriere che gli "aspiranti qaedisti" cercano di "imitare il loro coetaneo francese o italiano" affinché "in caso di un controllo della polizia, nessuno si insospettisca", che ti racconta che - per loro, e cioé gli aspiranti qaedisti - "è decisivo sembrare normali". Acciderbolina...e come avrei dovuto vestirmi, normalmente, visto che la gallabeya l'ho portata solo una volta a Carnevale? Non sarà mica come dice un'altro dei commentatori di Lia: "Bè, se si vestono da arabi sono sospetti terroristi, se si vestono da occidentali sono sospetti terroristi... Potrebbero provare ad andare vestiti come i Teletubbies o come i personaggi di Star Trek (e poi me li voglio vedere gli esperti da quotidiano come se la spiegheranno questa moda)"?.
Non saprei nemmeno dirvi, veramente, come mi sono sentito quando ho letto il passaggio in cui la Fallaci parla, nel suo ultimo articolo (Il nemico che trattiamo da amico, ndr), di "Un Mostro che (a nostre spese) ha studiato nelle università, nei collegi rinomati, nelle scuole di lusso. (Coi soldi del genitore sceicco od onesto operaio). Un Mostro che non s'intende soltanto di dinamica, chimica, fisica, di aerei e treni e metropolitane: s'intende anche di Arte. L'arte che il loro presunto Faro-di-Civiltà non ha mai saputo produrre". Oppure, quando - prima ancora - nel suo primo famigerato articolo, scrisse "Nessuno gli proibisce (allo studente arabo, ndr) d'iscriversi a un'Università (cosa che spero cambi) per studiare chimica e biologia: le due scienze necessarie a scatenare una guerra batteriologica", o quando nel suo articolo sull'antisemitismo parlò degli studenti che "spadroneggiano nelle università europee" (beh, lì erano palestinesi, ma tanto per la Fallaci e consimili non fa differenza, sono tutti arabi).
Cavoli, quella sembra indicare proprio me come "Mostro", ovviamente secondo la sua perfida logica. Certo, come no? Vado a pennello: ho studiato in licei rinomati, studio ingegneria (ma a me risulta di essere in Italia a spese mie, visto che - preferendo Torino - avevo declinato una borsa, incluso vitto e alloggio, del Ministero degli Affari Esteri Italiano per studiare a Catania), seguo da anni corsi di storia dell'arte e dell'antiquariato, organizzo conferenze proprio sulle meraviglie dell'arte islamica che lei fa finta di non aver mai visto in vita sua. Non dimentichiamo poi che vado alle riunioni - in veste di rappresentante degli studenti - in giacca e cravatta, e che nel tempo libero, magari dopo aver mangiato un kebab, vado in discoteca con gli amici, ovviamente tutti in jeans e maglietta. Mi è permesso allora sentirmi diffamato, anche personalmente, da ciò che scrive sia Olimpio che la Fallaci ? Ad ogni modo, dopo aver letto quelle cose, e per evitare di essere indagato o sospettato, ho deciso di andare in giro vestito come da foto. In fin dei conti costa solo 129 euro, tutto incluso (tranne la spada, che mi tocca rimediare in qualche modo). Non c'è bisogno di un genitore sceicco per permetterselo, considerato che sarà l'unico vestito da portare per il resto della vita....Ah, dimenticavo....a quando l'ordine di appiccicare- per evitare possibili ulteriori equivoci - anche una mezzaluna gialla sul turbante?

In abbondanza...


Anche a Miguel di Kelebek non manca la dose quotidiana di "critiche intelligenti"
(eh si, ci scambiamo anche queste chicche...)

ho letto le vostre insulse recensioni, la Fallaci ha visto giusto, siete voi che nascondete la testa sotto la sabbia, e comunque ha più coglioni lei che voi tutti messi assieme.

Francesco

Credo che abbia ragione. Lei è uno dei suoi coglioni?
Miguel Martinez

Kamikaze pro Blair



Colloquio con il regista Ken Loach di Mario Fortunato, pubblicato su "L'Espresso"

Ken Loach è appena rientrato a Londra. Era in Manda, dove stava finendo di girare il suo nuovo film, "The Wind That Shakes the Barley" che uscirà l'anno prossimo e che segnerà il ritorno del regista ai temi cari dell'impegno sociale e della riflessione politica. Loach non avrebbe voglia di parlare di ciò che è successo nella sua città perché non era a Londra, dice, e non vorrebbe affermare cose generiche e inesatte. Insisto: un intellettuale come lui ha il dovere di ragionare su quanto accaduto. Sorride timido: potrebbe essere materia per un nuovo film, quasi sussurra.

Perché, dopo tanti anni di coesistenza pacifica con la comunità musulmana, questo atto di sfida deliberata?
«Il danno non risale a oggi. Il danno lo ha fatto Tony Blair quando ha deciso di seguire Bush in Iraq. Lì si è creata la rottura. Era impensabile che qualcuno, nella comunità musulmana, non reagisse. Oggi la televisione è piena di gente che discute e distingue fra musulmani moderati e musulmani fondamentalisti. Ma chi parla del fondamentalismo cristiano? La verità è che Blair e Bush ci hanno trascinato in un'avventura assurda, spaccando le nostre società».
Eppure, nei giorni scorsi, per la prima volta i leader delle comunità musulmana, cristiana ed ebraica di Londra hanno condannato le bombe del 7 luglio.
«Vero. E hanno fatto benissimo. È quello che dovevano fare. Però vorrei chiedere: dove erano questi leader religiosi quando la città di Falluja veniva bombardata? Chi ha esecrato il fondamentalismo di Bush e Blair, in quella occasione? Siamo continuamente motivati da una doppia morale. È questo che non mi piace. Non possiamo da un lato accettare con tranquillità l'uso della tortura, come si fa a Guantanamo, e poi scandalizzarci per atti di terrorismo».
Non teme, così ragionando, di fornire una specie di alibi possibile al terrorismo?
«Ha ragione. Oggi bisogna fare molta più attenzione, nell'esprimere il proprio punto di vista. È uno dei motivi per cui ritengo che questi terroristi siano degli stupidi. O almeno, che la loro strategia sia stupida: perché sono riusciti nel miracolo di unire tutto l'Occidente che invece era diviso, ed esprimeva posizioni differenti. D'ora in avanti, sarà infinitamente più difficile sostenere che l'Iraq è stato ed è un atto illegale. Alla fine, l'ironia è che le bombe di Londra offriranno un gran beneficio politico proprio a Blair».

In Inghilterra e non solo, si comincia a parlare di fornire armi legali più ampie agli apparati di polizia, per meglio prevenire atti di terrorismo. Che cosa ne pensa?

«È quello che più mi preoccupa. Trovo sia pericolosissimo invocare leggi speciali. Altrimenti avremo trovato la scusa perfetta per avere governi più autoritari. Contro questo dovremo combattere, nei prossimi tempi. Il terrorismo da sempre una buona mano alle tendenze autoritarie».
In che cosa dovrebbe allora consistere la nostra risposta al terrorismo di matrice islamica?
«Al Qaeda recluta kamikaze nelle fasce giovanili musulmane oppresse e diseredate. Questi ragazzi vivono concretamente il fatto che l'Occidente ha sfruttato e rubato le loro risorse economiche, ha corrotto le loro classi dirigenti, ha distrutto il loro tessuto sociale, senza esportare altro che volontà di dominio e Coca-cola. Noi dobbiamo rimuovere le ingiustizie nelle loro società, se vogliamo provare a venire a capo di questo complesso fenomeno».
La sola risposta possibile è la politica...
«Una buona politica. Risolviamo il conflitto israelo-palestinese, ritiriamoci immediatamente dall'Iraq, rimuoviamo le cause di povertà e di ingiustizia che affliggono il mondo musulmano: sono certo che tutto questo rappresenterebbe un'eccellente risposta al terrorismo e al fondamentalismo. Certo non sarà facile ma chi ha detto che è impossibile?».

Ma se questo è vero per i giovani musulmani reclutati nelle aree più povere del Medio Oriente, cosa ne dice di quei ragazzi nati in Inghilterra che scoprono il fondamentalismo nei quartieri londinesi?

«È lo stesso. Anche questi sono circondati da ingiustizie, anche per loro la religione diventa una specie di rifugio in cui sentirsi protetti. È il rifùgio da tutte le cose orribili da cui sono circondati anche in una città come Londra».

martedì 19 luglio 2005

IADL vs La Padania


Dopo "La Padania vs IADL", ora è il turno della "IADL vs La Padania"

Critiche costruttive


sceriffo come tutti gli arabi non capisci una sega.
Vi cacceremo tutti da questo paese
[Un esempio di critiche intelligenti che ricevo quotidianamente nella casella]

Fallaci, le Dieu Bon et le Dieu infanticide


Evidemment, nous nous attendions à l'article de Fallaci sur les attentats de Londres. Il était en effet impossibile qu'elle nous épargne une énième philippique raciste et xénophobe. Sur la requête du Corriere, désormais spécialisé dans ce type d'activité éditoriale, elle a publié comme d'habitude un long article qui reprend les mêmes concepts qu'elle répète – c'est elle qui le dit – depuis quatre ans: “Guerre-à-l'Occident, Culte-de-la-mort, Suicide-de-l'Europe, Réveille-toi-Italie-Réveille-toi”. Evidemment, le tout est assaisonné de la négation de l'existence d'un Islam modéré, décrit comme une “fraude” et de la dénigration de musulmans coupables de professer un crédo “barbare”. Cette fois-ci, Fallaci va plus loin et traite le judaisme et l'islam de religions infanticides, comparant le Dieu “barbare” et “sanguinaire” des musulmans et des juifs, pour lesquels “le bon Abraham, fin d'obéir à Dieu, était prêt à égorger son enfant comme un agneau” au “Dieu ère, Dieu bon, Dieu affectueux qui prêche l'amour et le pardon” du christianisme. Et pourtant, c'est justement au nom de ce Dieu Bon que les juifs et leurs synagogues ont été jetés aux flammes, et les chrétiens orthodoxes et les musulmans ont été passés au fil de l'épée pendant les Croisades. C'est justement au nom de ce Dieu Bon qu'on a justifié l'esclavage et l'extermination d'entières populations indigènes. C'est justement au nom de ce Dieu Bon que les médecins pratiquant l'avortement sont abattus devant leurs cliniques aux USA. C'est justement au nom de ce Dieu Bon que les enfants armés de l'Uganda tuent et éventrent pour construire un Etat érigé sur les Dix commandements. C'est justement au nom de ce Dieu Bon, et avec des rosaires accrochés aux canons, que des villes comme Falluja sont assiégées et rasées au sol. [...] Les attentats de Londres n'ont pas tant démontré l'échec de la société multi-ethnique que celui des stratégies adoptées par les pays hôtes pour affronter l'extrêmisme meurtrier. Ils ont démontré qu'en Europe aussi, d'entières classes sociales d'émigrés qui auraient dû ranimer et revitaliser les sociétés qui les hébergent, vivent dans des conditions réelles comparables à celles du Tiers Monde, dans l'indifférence totale de ceux qui gaspillent les deniers publiques en finançant des spectacles inutiles et des journaux xénophobes. Il est inutile de demander sans cesse aux musulmans résidant en Occident de condamner, ou même de s'exprimer sur n'importe quel argument, si on met en doute ensuite leur bonne foi: leurs condannations du terrorisme vont de soi, comme celles de tout autre citoyen occidental, ou de tout autre être humain digne de ce nom. Le fait que trois-quatre-dix-cent terroristes – et même s'ils étaient cent mille ou cent millions – aient choisi la violence armée pour faire valoir leurs raisons politiques, ne doit pas nous induire à traiter de terroristes le reste du milliard et plus d'autres persones, “coupables” de professer – ou de ne pas professer – le même crédo de ceux qui ont choisi de se faire exploser pour “racheter” dans l'au-delà une vie terrestre misérable et tourmentée, rendue encore plus misérable et tourmentée par les guerres “libératrices”, par les bombes “umanitaires” et par les campagnes de haine de la presse. Et c'est justement pour cela qu'il est inutile de faire taire et d'accuser hystériquement d'“apologie du terrorisme” ou de “connivence avec l'ennemi” les personnes qui veulent en revanche simplement dépasser la condamnation et analyser les motivations et les objectifs de ceux qui ont choisi de se tuer en tuant: de telles considérations pourraient s'avérer vitales pour vaincre définitivement le terrorisme. La réponse au terrorisme n'est pas de continuer à vivre sa vie comme si de rien n'était, ainsi que les médias nous le demandent, parce que nos vies ne pourront plus jamais redevenir celles d'avant: aujourd'hui, tous ont un peu peur et la vie ne sera plus la même, surtout celle de qui a perdu un parent ou un ami cher dans les attentats qui ont ensanglanté sans cesse notre planète ces dernières années. La réponse au terrorisme n'est pas d'entonner sans cesse "Nous vaincrons", dans une bataille dont l'issue est tout sauf connue, et qui risque au contraire de dégénérer et de déclencher des guerres mondiales et des guerres civiles. La réponse au terrorisme, c'est de continuer à vivre, mais en réfléchissant sur les causes de ces tragédies, et en parvenant inévitablement à la conclusion que la réponse au terrorisme peut seulement être une plus forte intégration, plus de respect envers tous, et – surtout – moins de généralisations. Nous ne devons pas tomber dans le piège tendu par Fallaci et ses semblables, par les lobbies qui veulent nous faire croire qu'au monde, il n'y a que ceux qui sont “avec nous” et ceux qui sont “contre nous”: Il n'y a qu'un seul monde, et il appartient à tous. Engageons-nous donc, tous ensemble, pour vaincre tout type de terrorisme, y compris le terrorisme littéraire, qui cherche à nous entraîner dans un cercle de violence où seuls quelques uns – protégés par leurs voitures blindées et leurs gardes du corps – ont à gagner et beaucoup, au contraire, ont à perdere.
Traduction de Claude Almansi. Le texte italien complet se trouve sur http://salamelik.blogspot.com/2005/07/fallaci-il-dio-buono-e-il-dio.html. L'article d'Oriana Fallaci se trouve sur http://eddyburg.it/article/articleview/3101/0/153/ La version en anglais est içi.

Fallaci, the Good God and the Infanticidal God


Of course, Fallaci's paper on the London bombings was expected. It was unthinkable that she would spare us her umpteenth racist and xenophobe rant. At the request of the Corriere – which has been specializing in this type of publishing for a while – she has published one of her usual long articles, proclaiming once more the same concepts she has been repeating, as she says herself, for four years: “War-Against-The-Western-World, Europe's-suicide, Wake-Up-Italy-Wake-Up. Of course, all this is topped with a negation of the existence of a moderte Islam, which she describes as a “fraud” and with a debasing of millions of Muslims, guilty of professing a “barbarous” creed. But this time, Fallaci goes even further, and calls Judaism and Islam children-murdering religions, in a comparison between the “barbarous” and “blood-thirsty” God of Muslims and Jews, for whom “Good Abraham, in order to obey God's command, eas ready to slaughter his child like a lamb” and the “Father God, Good God, Affectionate God, who preaches love and pardon” of Christianism. And yet, it was in the name of this Good God that Jews were burned at stake and fire was set to their synagogues, and that Orthodox Christians and Muslims got butchered during the Crusades. It was in the name of this Good God that slavery and the elimination of whole indigenous peoples was justified. It is in the name of this Good God that abortionist doctors are shot down in front of their clinics in the US. It is in the name of this Good God that soldier children in Uganda kill and rip bellies, in order to establish a state based on the Ten Commandments. It is in the name of this Good God, with rosaries hanging from cannons, that cities like Falluja are besieged and destroyed.
[...]
Military strategy though, as it is normal that it should be so, is accompanied by a hammering and constant propaganda commissioned by those lobbies that have every interest in removing the attention of their own citizens from problems of daily life, and they can’t wait to justify their own political line. Even if it is a failure seeing that it is essentially set up to enrich some multinationals in which they are the principal investors. The uncomfortable truth is that these lobbies, Ms Fallaci, and together with them various minor versions that are turning up every day through the national newspapers, want to hide to the general public that there is no such thing as terrorism that is born out of nothing. And therefore, there can not even be a terrorism that is born from a “senseless” hatred of the West, of its civilisation and values. To put it briefly, there is no such thing as a terrorism that is aggressive as an end in itself, because terrorism is nothing more than a method that part of a specific social reality uses in order to obtain a political result. The truth is that terrorists do not attack because they are “jealous of the Twin Towers” or of the “Western metropolis’s”: all it takes is for a quick look in some Arab cities to assure oneself of this. They don’t care one way or the other about how Westerners dress and what their TV stations propose at two o’clock in the morning. And they don’t attack because they want to “destroy the West or conquer or convert it to Islam”, even if their pompous rhetoric seems to sound that way to non-experts. The terrorism of Al Qaeda is not at all a religious terrorism, even if it is tied into religion: it is a political terrorism, with methodologies and finalities that are plainly geo-strategic and economic. Al Qaeda does not kill the English, the Spanish or the Americans because they are “Christians”, even if it makes rhetorical use of the term “infidels” (the Egyptian ambassador whose throat was cut, with wife and daughters wearing veils, had been in fact also defined as ambassador “of the infidels”). But because, according to the perverse logic of Al Qaeda, they are citizens who have decided with their free vote to support governments that have brought about and maintained politics considered unjust not only by those fanatics that – in a barbaric and unacceptable way – have self-assumed the duty of “defending” and “vindicating” their communities, but even a large part of the public opinion of the Middle East, Christian Arabs included. The terrorists aim at overthrowing the Middle Eastern governments sustained by the West, especially in countries rendered unstable – and therefore substantially made “appetising” and “accessible” – by Western military intervention, such as in Iraq, or to reinstate fundamentalist governments that had previously existed, such as in Afghanistan. Until they have reached their goal, the attacks will continue because they are functional to their image of themselves as “vengeful heroes” for the Arab masses, continually put to the stress and pain of photograms of the victims of American bombs or of torture perpetrated by Western soldiers. Islamic terrorism, with great banality, models itself after all of the terrorist movements that have political demands, while conserving the religious rhetoric that is functional for justifying – always according to the extremist point of view – certain actions before the Middle Eastern populations who are, essentially, populations that are religious believers and sensitive to the calls of their religion. But these populations are also driven by serious situations of social, political and economic deprivation, which as lasted a long time both in the Middle East as in Europe, where the integration of the Muslim community is – differently from the United States – substantially a failure. It is certainly not for the fault of Islam or of the Muslims themselves, but for the fault of the European governments who have ghettoised the Muslim communities, inducing some of its members to follow the fundamentalists who rather accept them with open arms, notwithstanding the sentences and useless requests of extradition advanced by their countries of origin. Fundamentalists who have been coddled and pampered and not, as some would have us believe, in the name of democracy and the freedom of thought, but to exercise ulterior pressure on the Arab world, which is already wrung through and through by Western military threats, by embargos, by social conflicts between the rich who are always more rich and the poor who are always more poor, from the demographic explosion, to unemployment and illiteracy.
[...]
The London bombings evidenced a failure: not so much the failure of multi-ethnic society, as of the strategies used by hosting countries to face murderous extremism. They proved that even in Europe, whole social classes of immigrants, who should have brought new energy and vitality to hosting societies, live in conditions similar to those of the Third World, amid the complete indifference of those who waste public money on useless shows and xenophobic newspapers. There is no point in continuously asking Muslims who live in the West to condemn terrorism, if whenever they say aything about whatever issue, their good faith is doubted: their condemnation of terrorism goes without saying, as does its condemnation by any Western citizen and by any human being worth of being called so. The fact that one, four, ten, a hundred terrorists – and even if they were a hundred thousand or a million – chose armed violence to express their political reasons, must not incite us to treat as terrorists over a billion others, “guilty” of professing – or not professing – the same creed as those who chose to explode themselves in order to “redeem” in the Other World a miserable and tormented earthly life, made even more miserable and tormented by “liberating” wars, “humanitarian” bombs and hatred campaigns waged by media. For this very reason, it is pointless to silence and to hystericaly accuse of “apology of terrorism” or of “conniving with the enemy” those who simply want to go beyond condemnation and analyze the motivations and goals people who chose to kill themselves as they kill others: such reflections might well prove vital in order to fully defeat terrorism. The answer to terrorism is not continuing to live as if nothing had happened, as media ask us to. Our lives will never return to what they were: today, everybody is slightly afraid, and life will never be the same, particularly for those who lost a relative or a dear friend in the attacks that have ceaselessly bloodied this martyred planet for the last years. The answer to terrorism is not to keep chanting “We shall prevail!”, in a battle where the outcome is anything but known, and which might degenerate into world and civil wars. The answer to terrorism is in living on and reflecting at the same time on the causes of such tragedies – and in reaching perforce the conclusion that the answer to terroris can only be a greater integration, more respect towards all and – mainly – fewer sweeping statements. We must not fall for the trap prepared by Fallaci and people like her, from lobbies who would have us believe that the world is divided exclusively between those who are “with us” and those who are “against us”: the world is only one and it belongs to all. Let us therefore strive, all together, to defeat terrorism, including literary terrorism, which attempts to draw us into a circle of violence where a few – protected by their bullet-proof cars and bodyguards – stand to profit, whereas many stand to lose.
Translation by Claude Almansi. Central part translated by "The Cutter". Full Italian text in http://salamelik.blogspot.com/2005/07/fallaci-il-dio-buono-e-il-dio.html. Oriana Fallaci's paper is in http://eddyburg.it/article/articleview/3101/0/153/. French version is here.