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lunedì 31 ottobre 2005

l'Egitto costruisce una chiesa per onorare FI

Il 28 ottobre scorso, è arrivato a Sharm El Sheikh un volo charter con a bordo una delegazione spontanea di parlamentari italiani e autorità di governo nazionali e locali. I 170 ospiti italiani, informa una nota dell'ufficio stampa di Forza Italia al Senato, sono stati ricevuti all'aeroporto dal sindaco della città e dal console italiano a Sharm. L'iniziativa, promossa dal capogruppo azzurro al Senato Renato Schifani, aveva lo scopo «di testimoniare la solidarietà alla popolazione di Sharm e all'Egitto e di incoraggiare i turisti italiani a tornare in quei luoghi dai quali si sono significativamente allontanati dopo il noto attentato. Un'iniziativa politica spontanea e una breve vacanza, mercoledì torniamo a Roma. Soprattutto un modo per dire che occorre tornare, non facendolo faremmo un favore al terrorismo che con la sua violenza sanguinaria vuole colpire un Paese arabo moderato che con le sue iniziative diplomatiche dà un forte impulso alla pace e al dialogo». Oltre a Schifani della delegazione fanno parte anche l'azzurro Angiolino Alfano, il presidente della Regione Siciliana Salvatore Cuffaro e il sindaco di Palermo Diego Cammarata, il Vice Ministro della Sanità Maria Elisabetta Casellati, il vice presidente del Senato Francesco Domenico Contestabile e altri membri del Parlamento italiano. A tutti preme portare solidarietà alla «brava gente di Sharm che ha bisogno di lavorare con il turismo», ha spiegato ancora l'esponente azzurro. Ma c'è anche un problema economico nazionale : gli italiani sono gli unici turisti a non essere ancora tornati. Per russi, inglesi e tedeschi l'attentato è acqua passata. E a soffrirne sono le strutture di proprietà degli italiani (una cosa che avevo sostenuto io stesso subito dopo l'attentato). La missione non sarà l'ultima per il comitato "In futuro ce ne saranno altre sicuramente, vorremmo sostenere anche le imprese locali e portiamo avanti il progetto per cui abbiamo costituito questa realtà", dice ancora il portavoce di Schifani. «Per questo siamo arrivati con un charter dell'Eurofly e soggiorniamo in un villaggio italiano del Ventaglio. La sicurezza non è più un problema. Il governatore del Sud Sinai Moustafa Afifi ce lo ha assicurato». Oggi, la delegazione italiana incontrerà il ministro egiziano del turismo. Il Governatore del Sud del Sinai ha fatto sapere, tra l'altro, che a Sharm el Sheik sorgerà una Chiesa cattolica italiana, poco distante dal teatro dell'attentato degli integralisti islamici che nel luglio scorso provocò la morte di settanta persone fra cui sei turisti italiani e portò il terrore nel paradiso dei sub, dopo che il presidente egiziano, Hosni Mubarak, ha firmato il relativo decreto.

I Salesiani: non più quelli di una volta?

Alcuni giorni fa, a Torino, si è consumato un delitto efferato: un marocchino di 31 anni ha sgozzato, in piena strada e davanti a decine di persone, la sua ex-ragazza, una ventenne marocchina, da sette anni a Torino con la famiglia e studentessa modello all'ultimo anno nella scuola per maestre d'asilo. La ragazza era colpevole di averlo denunciato per violenza sessuale: due mesi prima, infatti, l'assassino l'aveva aggredita, buttata per terra, presa a schiaffi e molestata sessualmente. Una volta scarcerato, ha cominciato a mandarle messaggi minacciosi: "Se entro tre giorni non torni con me, ti ammazzo. Saluta la tua famiglia". Un delitto passionale tra i tanti: il 22 giugno scorso, un uomo - italiano - ha ucciso la propria ex e il suo nuovo convivente in pieno mercato rionale, sempre a Torino. Stavolta però c'è qualcosa di diverso, oltre ai paginoni de La Stampa dedicati al caso: i messaggi di minacce erano già stati inoltrati dalla madre della vittima alla polizia. Ma le forze dell'ordine non hanno mosso un dito: "minaccia non concreta". Avete capito? Una ragazza viene aggredita sessualmente dal suo ex, lo denuncia, lo manda in galera, quello esce e le manda messaggi dove la minaccia di morte è palese, e per la polizia la minaccia "non era concreta". Ben quattro denunce, tutte inascoltate. Ma per capire l'atteggiamento della polizia, non ci vuole molto, basta leggere la Stampa del 26 ottobre: il corpo della ragazza, che viveva in una casa di via Biella, con il Corano in libreria, tappeti e immagini del Marocco e il ritratto di Marilyn Monroe appeso alla parete, "è rimasto a lungo sul marciapiede, coperto da un lenzuolo, da cui si allargano spessi e contorti rivoli di sangue. La nonna e la mamma piangono, a poca distanza, davanti a decine di persone. Una litania in arabo, disperazione e rabbia. Gli studenti dell'Istituto Salesiano di Via Salerno si affacciano curiosi. Alcuni ridono, si divertono pare. Fanno il verso al pianto della nonna, sostenuta dalle donne con l'Hijab, il velo islamico". In effetti, a circondare la mamma della vittima nella sua casa di Via Biella, non c'era la Cialtrona di Via Bellerio, nota anche con il nome di Stefania Atzori, specializzata nella segnalazione dei casi di violenza domestica nella comunità islamica (e non nella propria), ma - racconta l'articolo - l' "affetto della comunità marocchina della zona". E a protestare con la direzione della Scuola Salesiana, per la caduta di stile e la maleducazione dei propri alunni - fermata solo da un intervento della polizia e non dagli insegnanti della stessa - non sarà di nuovo lei, ma il sottoscritto.

domenica 30 ottobre 2005

Conoscitore cercasi

Per Walter Giannò, il signore che lancia campagne a favore della rivoluzione in Iran ignorando che da quelle parti si parla il farsi e non l'arabo, il sottoscritto - che gli ha fatto notare l'orrore - sarebbe un "blogger arrogante" e la sua, invece, non sarebbe superficialità. La scusa? Ancora più superficiale: "non credo che in Italia tutti sappiano che in Iran vi sia un'altra lingua piuttosto che l'arabo". Io sarei pure un blogger arrogante, ma lui di certo è un blogger ignorante: il fatto che in Italia non tutti sappiano che in Iran vi sia un'altra lingua non è di certo una scusa, anzi. Il suo, afferma, sarebbe un errore "perdonabile": lo sarebbe se non volesse, dall'alto della sua ignoranza, organizzare gli iraniani senza nemmeno sapere che lingua parlano. Ad ogni modo, la sonora lezione che si è preso dalle pagine di questo blog è servita: la seconda richiesta urgente che ha lanciato per costruire il sito "Iran Freedom" è...."Un conoscitore della società iraniana". Già, ci voleva il sottoscritto per farglielo notare.
(Sopra, la copertina di "Tintin et le crabe aux pinces d'or", tradotta in persiano. Sotto, in arabo)

Cose persiane

Il sig. Walter Giannò, che si presenta sul proprio blog come "cristiano di destra, innamorato di Margherita, pellegrino della culla di Gesù bambino di Gallinaro, (gallinaro.ilcannocchiale.it), filoamericano e anticomunista, tifoso rosanero" critica dalle pagine del proprio blog le ultime esternazioni del presidente iraniano sul diritto di esistenza di Israele, e - fin qui - nulla da eccepire. Per farlo, ha preparato un banner e un messaggio da diffondere presso i blogger iraniani. Per dare risalto a questo suo appello, è "andato alla ricerca di blog iraniani che si oppongono ad Ahmadinejad e ho lasciato un messaggio anche a quei blog scritti in lingua araba con lo scopo di realizzare un blogroll che li possa unire in un'unica grande voce sensibilizzante". Nel farlo, si è imbattuto invece in un sostenitore del presidente in questione, che tra l'altro ha proposto - molto democraticamente - di diffondere comunque il suo messaggio di opposizione alla politica iraniana in formato audio. Giannò commenta: "Sapevo che avrei potuto sbagliare, come nel caso di Amir, ma non ho alcuna conoscenza della lingua araba". Ho letto bene??? Lingua araba??? Ma stiamo scherzando??? In Iran si parla il persiano, conosciuto anche come farsi o parsi. Prima dell'invasione araba, il persiano (detto anche pahlavi) veniva scritto con due diversi alfabeti: una versione modificata di quello aramaico e un alfabeto chiamato dîndapirak ("scrittura religiosa"). Un secolo e mezzo dopo l'invasione araba però, la lingua persiana ha adottato una versione modificata dell'alfabeto arabo che presenta quattro lettere in più rispetto a quello in uso nei paesi arabi e altre due la cui grafia è stata modificata. Ciò è dovuto al fatto che nel persiano vi sono alcuni suoni che non si ritrovano nell'arabo. Alcuni chiamano tale alfabeto "perso-arabico", ma benché accomunati dall'uso dello stesso alfabeto, il persiano e l'arabo sono due lingue completamente diverse, che appartengono a due famiglie distinte sia dal punto di vista fonologico che grammaticale. E studiare un po' prima di lanciare appelli, no?

sabato 29 ottobre 2005

Prodotto democrazia (no export)

«Io non sono mai stato convinto che la guerra fosse il sistema migliore per arrivare a rendere democratico un paese e a farlo uscire da una dittatura anche sanguinosa».

Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio dei Ministri Italiano.

L'immigrato che non c'è (ancora)

Il sogno infranto di Bilal Ibrahim

Così, nel giro di poche ore, il sogno del paese normale e la speranza di un miracolo di Bilal Ibrahim si sono infranti, la nuda realtà si è riproposta in tutto il suo squallore. L'ingresso clandestino di Bilal Ibrahim in Italia era atteso da anni e, infatti, in tanti hanno gioito alla notizia del suo arrivo. Per comprenderne i motivi, bisogna immaginare il senso d'impotenza di chi raccoglie la testimonianza della vittima di un sopruso. Un immigrato ti dice di essere stato malmenato, un altro ti confida d'essersi sentito proporre una fuga a pagamento, un altro ancora ti racconta di un uomo in divisa che bestemmiava Allah. E tu sai benissimo che quella storia, benché ti sia apparsa del tutto vera, non potrai renderla pubblica. Sia perché il tuo testimone ha troppa paura di ritorsioni per accettare di esporsi, sia perché, nel caso in cui questa disponibilità esistesse, avresti la parola di un immigrato, per giunta "clandestino", contro quella di una qualche piccola o grande "autorità". E' in quei momenti che cominci a sperare nell'arrivo in Italia di Bilal Ibrahim, cioè di un immigrato che possa parlare senza paura e sia così autorevole e attendibile da poter fronteggiare, con la sua parola, le inevitabili smentite dei suoi aguzzini. A sperare o, meglio, a sognare. Perché, non appena ci rifletti, ti rendi conto che quel genere d'immigrato non esiste. Chi è nelle condizioni di parlare (quindi è tornato in libertà e si trova ancora in Italia) ha ben altri problemi da risolvere, a partire da quello della sussistenza, e preferisce dimenticare le angherie subite. Allora è chiaro perché in tanti hanno accolto l'arrivo di Bilal con una gioia che non è stata offuscata dal fatto che, in realtà, non era l'immigrato eroico e autorevole tante volte sognato ma solo un giornalista coraggioso. Davanti ad un reportage come quello di Fabrizio Gatti dall'interno del Centro di permanenza temporanea di Lampedusa, anche l'amico George W. Bush avrebbe riconosciuto nel collega dell'Espresso un candidato al Pulitzer. Qua da noi, invece, una delle prime reazioni è stata quella di Alberto Di Luca, deputato di Forza Italia, il quale ha ricordato che "introdursi illegalmente in un Cpt è un 'reato penale' (sic) che viene perseguito d'ufficio, a norma di legge". Fabrizio Gatti lo sapeva benissimo quando ha deciso di diventare Bilal Ibrahim. E questo rende ancor più encomiabile il suo gesto.Abbiamo letto il reportage con lo stesso senso di sollievo di chi, in un processo ingiusto, vede levarsi in piedi il testimone oculare che inchioda il vero colpevole. Ma anche con la speranza che, a partire dal racconto della vita quotidiana all'interno del Centro, cominciasse in Italia una riflessione seria sulla natura di questi istituti, sulla necessità di chiuderli o di trasformarli in modo radicale per renderli compatibili con quanto è scritto nelle costituzioni di tutto l'Occidente, compresa la nostra, oltre che nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo.La speranza era fondata su un'altra speranza: che, anche quando lo scontro politico è duro, violento, asperrimo, sopravviva un terreno comune di valori di civiltà. E che quindi sul problema-immigrazione esistano dei principi di base condivisi, a partire da quello del rispetto della dignità della persona. Questa del "terreno comune" è una questione che nel centrosinistra viene dibattuta fin dalla prima vittoria di Berlusconi.Il riconoscerne o meno l'esistenza marca il confine tra le posizioni "dialoganti" e quelle di chi ritiene che, tra leggi ad personam e altre ignominie, un dialogo con l'ex maggioranza ancora al governo sia impossibile. In definitiva, il reportage di Fabrizio Gatti offriva, oltre che una circostanziata denuncia di una situazione vergognosa, anche un'occasione di verifica della possibilità del dialogo. Il sognare l'arrivo di Belil, in parte coincideva col sogno di un paese normale.A rafforzarlo, questo sogno, c'era una considerazione di merito: chiunque avesse una conoscenza anche approssimativa dei Centri di permanenza temporanea e delle regole del giornalismo non avrebbe avuto dubbi sulla veridicità del racconto. Non solo perché quanto Gatti ha visto corrisponde a quanto tanti immigrati hanno in questi anni raccontato e confidato, ma anche per l'evidenza di un fatto professionale: è del tutto evidente che il giornalista ha compiuto lo scoop nello stesso momento in cui è riuscito a infiltrarsi stabilmente nel Centro. Solo un pazzo, dopo aver ottenuto un simile risultato, l'avrebbe messo a rischio raccontando circostanze inventate.Purtroppo, il sogno del paese normale ha cominciato a vacillare quando l'Espresso era in edicola da poche ore. Pippo Fallica, un deputato di Forza Italia, ha diffuso questa dichiarazione categorica: "Nessun diritto è stato mai leso all'interno delle strutture di accoglienza di Lampedusa". Poi è stata la volta del capogruppo della Lega Nord al Senato, Ettore Pirovano, secondo il quale il collega Gatti, con la sua inchiesta, ha fatto "un bel regalo ad Al Qaida". Non poteva mancare l'europarlamentare Mario Borghezio (quello che chiama gli immigrati 'facce di merda') il quale, a dire il vero con inusuale moderazione, ha affermato di 'cascare dalla nuvole'. Il colpo finale è arrivato alle 18,07 col lancio Ansa di una dichiarazione di Roberto Castelli. Questi, come è noto, non è solo un esponente della Lega Nord ma anche un ministro della Repubblica, e non un ministro di secondo piano visto che regge, diciamo così, il dicastero della Giustizia. "Non credo a quanto affermato dal giornalista de 'L'Espresso', del resto da un giornale nel cui Cda siede qualcuno che ha frequentato le patrie galere ed è reo confesso di aver pagato tangenti non ci si può aspettare la correttezza di informazione".L'aspetto più straordinario di queste reazioni è come, nel loro combinato disposto, abbiano il potere di trasferire nei palazzi della politica quel clima malsano di conventicola cialtrona che Gatti ha raccontato dall'interno del Cpt di Lampedusa. Quella complicità fellona tra uomini in divisa che ridacchiano davanti alla bravata del collega sadico che mostra il film porno a un giovane musulmano praticante. Quello scambiarsi sguardi, ammiccamenti, gomitatine ignorando del tutto gli argomenti e anche i diritti dell'interlocutore: la mimica del familismo immorale portata nelle istituzioni. Così, nel giro di poche ore, il sogno del paese normale e la speranza di un miracolo di Bilal Ibrahim si sono infranti, la nuda realtà si è riproposta in tutto il suo squallore. Con una sola consolazione: un altro pezzetto del dubbio sull'esistenza di quel famoso "terreno comune" è scomparso. Con simili interlocutori l'unico dialogo possibile si riduce a poche parole, le stesse che Castelli, Borghezio e compagnia rivolgono da sempre agli immigrati: "L'Italia non può permettersi la vostra presenza. Per pietà, andatevene a casa".
Giovanni Maria Bellu, Repubblica

venerdì 28 ottobre 2005

Cieca Giustizia

Tutti noi conosciamo Clementina Forleo, il gip di Milano che ha denegato il carcere a quattro immigrati accusati di terrorismo, suscitando un vero e proprio putiferio politico e mediatico. In molti hanno chiesto, inutilmente, di vederla sollevata dall'incarico per poi invece ritrovarla a capo delle indagini relative al caso Ricucci. L'8 luglio scorso, Clementina Forleo era finita di nuovo sulle prime pagine dei quotidiani per aver difeso un egiziano malmenato sotto i suoi occhi dai poliziotti richiamati da un controllore che aveva accertato che l'extracomunitario in questione (clandestino che poi è stato stranamente rilasciato e di cui non risulta nessun mandato di arresto in procura dopo il fatto) era privo di biglietto. Una mossa che ha scatenato un nuovo putiferio e che è valsa al gip milanese un provvedimento disciplinare, voluto dal ministro leghista Castelli.
All'epoca, l’intervento del gip non è andato giù al segretario provinciale del sindacato degli agenti di polizia Uilsp, Agostino Marnati: "Quella della dottoressa Forleo - ha detto - è una versione che non corrisponde alla realtà. Perché è intervenuta dopo che i fatti erano già accaduti, e addirittura con toni isterici in merito all’operato degli agenti, che invece è stato ineccepibile". Toni duri, dunque, condivisi dall’europarlamentare leghista Mario Borghezio - già conosciuto per aver malmenato un bambino marocchino e per aver appiccato il fuoco ad un dormitorio di immigrati (è stato riconosciuto colpevole di entrambi i reati) - intervenuto per portare la sua solidarietà agli agenti di polizia. "Quello della Forleo è un caso emblematico di abuso da parte dell’autorità giudiziaria - ha detto Borghezio - la dottoressa Forleo è una vergogna per la città di Milano dal momento che attacca proprio coloro che ci difendono". Più tardi anche il ministro leghista Roberto Calderoli ha espresso la sua piena solidarietà agli agenti.
Ebbene, un piccolo miracolo è accaduto nel pianeta giudiziario della città dove la Forleo lavora. I poliziotti che avevano malmenato l'egiziano senza alcun motivo (ci sono anche italiani che non pagano il biglietto, ma difficilmente verebbero malmenati per strada. E l'essere clandestini non è certo una scusa) la Forleo poi se li è ritrovati al centro di un'indagine per aver malmenato un transessuale. Brutto vizietto, a quanto pare, degli agenti in questione: il primo è infatti proprio quello con cui l'8 luglio scorso la Forleo polemizzò aspramente per le modalità con cui era stato fermato il cittadino extracomunitario. L'altro è proprio quell'Agostino Marnati che dopo i fatti dell'8 luglio aveva organizzato una conferenza stampa di protesta dove partecipò anche l'europarlamentare della Lega Mario Borghezio.
Da gran signora, il gip Clementina Forleo si è astenuta dal giudicarli. Ha scritto al presidente del Tribunale, Vittorio Cardaci, e al presidente dei gip, Renato Samek Ludovici, informandoli di essersi astenuta dall'indagine relativa ai due agenti di polizia proprio perché erano quelli con cui aveva polemizzato. E questo nonostante le manifestazioni che all'epoca si erano tenute sotto il Tribunale, le lettere anonime di minacce e gli insulti anche verso i suoi genitori, al punto che gli stessi venivano sottoposti a misure di protezione, già in atto nei confronti della persona della stessa Forleo. Come dire? Ride bene chi ride per ultimo, visto che la giustizia è cieca!

giovedì 27 ottobre 2005

Gli agenti del Memri

Una delle fonti preferite dai propagandisti dell'anti-islamismo e dai creatori dell'islamofobia in rete è il Memri (Middle East Media Research Institute), un centro che traduce i media, soprattutto arabi e iraniani, in inglese, francese, tedesco, spagnolo, ebraico, russo, giapponese e italiano. Si presenta come "un'organizzazione indipendente, al di fuori delle parti, senza fini di lucro" con uffici a Berlino, Londra e Gerusalemme. Lo scopo dichiarato è quello di lanciare "un ponte tra Occidente e Medioriente, attraverso le traduzioni dei media arabi, ebraici e farsi, e mediante analisi originali delle tendenze politiche, ideologiche, intellettuali, sociali, culturali e religiose della regione". Il progetto di monitoraggio tv del Memri copre le principali reti televisive arabe e iraniane e si occupa della sottotitolazione e della distribuzione di brevi estratti, attentamente selezionati, di quelle televisioni. Lo scopo è quello di presentare come maggioritarie alcune correnti di idee fortemente minoritarie nella stampa e nei media arabi. E così, il lettore che non parla l'arabo e che si accontentasse della lettura di queste traduzioni avrebbe l'impressione che i media arabi siano dominati da un gruppo di autori fanatici, antioccidentali, antiamericani e violentemente antisemiti. Insomma, il lavoro del Memri consiste nel denigrare gli arabi e i musulmani agli occhi degli occidentali, presentandoli come persone fanatiche e piene di odio.
Il Memri è stato fondato nel 1998 dal colonnello Yigal Carmon, ex membro dei servizi israeliani di intelligence, con sede a Washington. Quando è stato costituito, su dieci membri del gruppo, tre erano ex funzionari dei servizi israeliani. Invitato a partecipare a una trasmissione di Al Jazira, il colonnello Yigal Carmon replica ai suoi accusatori: il Memri persegue un obiettivo scientifico, trasmettere all'Occidente la lettura che i media arabi danno degli avvenimenti in Medioriente. Brian Whitaker del Guardian lo sottopose ad una pesante inchiesta giornalistica con conseguente scambio di email: la posizione assunta da Carmon non cambiò. Il colonnello in questione conta su solide basi in Israele. Parla l'arabo, ed è stato consigliere per l'antiterrorismo di due primi ministri, Itzhak Shamir e Itzhak Rabin. Per giunta, può contare su solidi appoggi a Washington. È associato a Meyrav Wurmser, ex funzionaria del Memri, che dirige il dipartimento Medioriente presso l'Hudson Institute, organismo vicino ai neocons americani. Il Memri infine può contare su numerosi donatori, in particolare la Lynde e Henry Bradley Foundation, una delle più importanti fondazioni della destra americana.
L'efficacia del Memri consiste nel coordinamento molto stretto delle sue attività con i responsabili delle campagne di propaganda sul campo. I suoi agenti, in tutta Europa, spesso scrivono su giornali e blog, senza cambiare l'impostazione: postano o trattano a ripetizione articoli e scritti tratti dai siti fondamentalisti islamici, spacciando per maggioritaria una realtà minoritaria del mondo arabo ed aizzando implicitamente i popoli europei contro i musulmani. Gli agenti in questione spesso ricorrono anche alla falsificazione, e così un articolo firmato o tradotto da altri viene affibbiato al bersaglio designato per denigrarlo ed offuscarne l'immagine. Gliene viene attribuita la responsabilità e si tentano di creare reti di contatto inesistenti, legami segreti, collegamenti improbabili a scatole cinesi. E così, per esempio, secondo gli «esperti» del Memri, Abdel Karim Abu Al-Nasr - un giornalista libanese ben noto - è di nazionalità saudita, per il semplice fatto di scrivere editoriali su un giornale saudita. L'articolo che ha scritto il professor Halim Barakat, della Georgetown University di New York sul quotidiano londinese Al-Hayat con il titolo «Questo mostro creato dal sionismo: l'autodistruzione» è stato presentato dal Memri, spiega l'autore, con «un titolo che incitava all'odio: "Jews have lost their humanity" [Gli ebrei hanno perso la loro umanità]. Cosa che non ho detto ... Ogni volta che scrivevo "sionismo", il Memri sostituiva il concetto parlando di "ebreo" o "ebraismo", [il Memri] vuol dare l'impressione che io non intenda criticare la politica israeliana e che quello che ho detto è antisemitismo». Nel giugno 2004, il Memri ha scatenato una violenta campagna contro la visita a Londra dello sceicco Al-Qardawi. Per scrupolo di coscienza, il sindaco di Londra, Ken Livingstone, ha ordinato uno studio al termine del quale ha concluso che l'offensiva si inseriva, «con ogni evidenza, in un'ondata di islamofobia che mirava a impedire un dialogo tra musulmani progressisti e l'Occidente». Lo studio richiesto, precisava il sindaco, ha trattato «le 140 opere scritte dal dottor Al Qardawi. E i risultati sono stati veramente scioccanti. Quasi tutte le menzogne che travisavano il senso delle affermazioni del dottor Al Qardawi provengono da un'organizzazione di nome Memri, che si presenta come un istituto di ricerca obiettivo». Ebbene, concludeva Livingstone, «abbiamo scoperto che l'istituto in questione è diretto da uno ex funzionario del Mossad, l'intelligence israeliana. Travisa sistematicamente i fatti, non soltanto quello che dice il dottor Al Qardawi, ma anche quello che dicono molti altri esperti musulmani. Nella maggior parte dei casi, si tratta di una deformazione totale, e per questo motivo ho voluto pubblicare questo dossier».

mercoledì 26 ottobre 2005

Cose turche

Stefania Atzori, "nota" collaboratrice de La Padania, pubblica sul suo blog un post - ripreso dalla CNN - dove si comunica che la Turchia ha multato ben 20 persone per aver dipinto le lettere "Q" e "W" sulle ante di alcuni armadi durante le celebrazioni del capodanno curdo. Allarmata, esclama: "Senza parole". E, nei commenti, annota indignata: "Qui parliamo di una futura nazione europea che non accetta altro alfabeto all'infuori di quello turco". Ovviamente, la "grande esperta di Islam" che conosce "svariati dialetti arabi", non sa che la Repubblica turca, proclamata nell’ottobre del 1923, ha una costituzione che dichiara la Repubblica uno stato di diritto, democratico, laico, sociale, fedele al nazionalismo di Atatürk e basato sulle dottrine esposte nel Preambolo della costituzione stessa (*). Ma non è questo il punto. Il punto è che la costituzione dichiara anche, nell'art. 174, che nessuna delle sue norme può essere interpretata in modo da rendere incostituzionali un certo gruppo di leggi, miranti tra l’altro a salvaguardare il carattere laico della repubblica. Tra queste si possono menzionare la legge del 1924 sui copricapi, quella del 1927 sull'adozione del calendario gregoriano, quelle del 1934 sull’abolizione dei titoli nobiliari e sulla proibizione di alcuni capi di abbigliamento. Una di queste leggi è proprio quella del 1928 sull’adozione dei numerali internazionali e dell’alfabeto turco; che è - guarda caso - un alfabeto latino dove tra l'altro compaiono sia la lettera "Q" che la lettera "W" così come siamo abituati a conoscerle in Europa. E prima del 1928 indovinate un po' quale alfabeto veniva usato per scrivere il turco? Quello arabo. In altre parole, la legge della Turchia "in materia di alfabeto" fa parte di quel pacchetto di leggi laiche volute da Ataturk, padre fondatore della Turchia, per rinforzare il carattere filo-occidentale e filo-europeo della nazione nata sui resti dell'Impero Ottomano e quindi allontanare sempre di più la Turchia da quel mondo arabo-islamico che alla Atzori fa tanto orrore.
L'alfabeto curdo, invece, proprio in quanto alfabeto non codificato, prevede tre versioni: una latina, una cirillica e una araba. Quella latina è quella usata (o che dovrebbero usare) dai curdi che vivono in Turchia, quella cirillica da quelli che vivono nelle repubbliche ex-sovietiche e quella araba da quelli che vivono in Irak o in Iran. Dal momento che la corte turca ha multato quelle 20 persone, se ne può dedurre che le lettere dipinte non erano in latino (o in cirillico), bensì in arabo: l'incubo del progetto laico e filo-europeo di Ataturk. Ovviamente è demenziale disquisire sull'uso dei caratteri di un qualsiasi alfabeto ma una simile decisione trova comunque una sua "spiegazione" se calata nel contesto geopolitico della Turchia dove una buona fetta della popolazione sogna da sempre - e ora ancora di più in quanto incoraggiata da ciò che sta succedendo in Iraq - uno stato sovrano chiamato Kurdistan che priverebbe la Turchia delle sue fonti petrolifere più ricche: l'affermazione di un alfabeto estraneo al turco favorirebbe le spinte indipendentiste. Il punto, comunque è che la Aztori dimostra - per l'ennesimo volta - di non capire un'acca di ciò che riporta o scrive sul "mondo islamico": credendo che le lettere "Q" e "W" sanzionate dalla corte turca fossero latine, si è scagliata con veemenza contro un governo che invece soddisfa pienamente proprio le proteste demenziali del partito e del quotidiano dove milita: la Lega Nord e La Padania. Chi si scorda le indignate proteste per l'uso delle scritte arabe sui negozi del mercato di Porta Palazzo a Torino? "Hanno trasformato Torino in una casbah", "Non ci sono più negozi italiani con nomi italiani", "Ci stanno invadendo e colonizzando e non vogliono imparare o usare l'italiano". A quanto risulta invece alle persone di buon senso, non c'è nessun musulmano che voglia proclamare la nascita del Musulmanistan a Porta Palazzo. Quindi, piuttosto che protestare con la Turchia che cerca di avvicinarsi sempre di più all'Europa seppur in maniera discutibile, protesti con i vertici e i capi redattori della Lega Nord. Altrimenti, stia zitta e la smetta di dire cose turche (e cialtronerie varie).
(*) Vi si legge, tra l’altro, che le dottrine della religione non potranno in alcun modo essere coinvolte negli affari dello stato e nella politica, come richiesto dal principio del laicismo. L’art. 24 riconosce la libertà di coscienza, di fede religiosa e di convinzione. Gli atti di culto sono compiuti liberamente, ma nei limiti posti dall’art. 14 per l’esercizio dei diritti e delle libertà in generale. Nessuno può essere costretto a compiere atti di culto, a rivelare le sue convinzioni religiose né può essere accusato in base ad esse. Nessuno può sfruttare la religione al fine di basare, sia pur parzialmente, l’ordine sociale, economico e politico dello Stato su principi religiosi.

L'anno prossimo a Gerusalemme

A volte un "viaggio sul posto" può cambiare radicalmente le posizioni e le certezze di una persona. Questo concetto, purtroppo, è estraneo alle mentalità di alcuni individui abituati a pontificare sulla base del "mi hanno riferito"e delle informazioni propinate dai media, tutt'altro che imparziali. Ma se queste persone smettessero, una volta per tutte, di chiedere resoconti e opinioni in giro e decidessero di affrontare il viaggio in prima persona, probabilmente abbandonerebbero le proprie convinzioni arrocate e granitiche. Viaggiare e poi tornare con un'opinione, non importa se nel bene o nel male, cominciare ad avere dei dubbi, è il primo passo verso la conoscenza e l'obiettività. Non avere dubbi significa infatti non sapere e quindi essere in balia della propaganda, che al giorno d'oggi sa essere molto subdola ed efficace. Proprio per questo vi segnalo questo lungo - ma interessantissimo - resconto di viaggio a Hebron, a firma di Mario Vargas Llosa, pubblicato su Repubblica, e ripreso dal sito dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane: "Hebron, la città dei patriarchi dove i coloni dettano legge. Bambini attaccati mentre vanno a scuola e case bersagliate dalla spazzatura. I militari devono dissuadere i coloni da ogni atto di violenza, ma la consegna dell´esercito è netta: niente arresti". Un viaggio per capire che fondamentalismo e fanatismo non sono mai perogrative di una sola parte.

martedì 25 ottobre 2005

Lettere dagli amici ebrei

Caro Sherif El Sebaie,

A nome della Comunità ebraica di Torino raccolgo il suo grido d'allarme e d'angoscia spedito il 19 settembre a tutte le Comunità ebraiche.

Non solo in quanto ebrei che hanno vissuto secoli di vessazioni e persecuzioni in svariate aree geografiche, di cui la Shoa rappresenta l'apice, ma anche in quanto cittadini democratici di questo Paese, condividiamo tutte le sue preoccupazioni.

Riteniamo che la lotta al razzismo debba essere per tutti un impegno inderogabile insieme all'impegno per la salvaguardia della democrazia e della libertà.
Un caloroso shalom

Tullio Levi
Presidente della Comunità ebraica di Torino

Gentile signor El Sebaie,
Pubblicheremo la sua lettera (una mia protesta per l'introduzione data dal portale Informazionecorretta.com ai miei articoli pubblicati su Il Manifesto, ndr) nell'edizione di domani di informazione corretta.

Cordiali saluti

Fulvio Miceli
Redazione Informazione Corretta

lunedì 24 ottobre 2005

Screditare Magdi Allam? Chi, io?

Leggo ora sul portale "Informazione Corretta", un portale dei fratelli ebrei che monitora - come fa la IADL con le "questioni islamiche" - tutto ciò che riguarda Israele e le comunità ebraiche sui mezzi di informazione italiani (invitando quindi i lettori a protestare presso le redazioni, università, politici...ecc), la seguente introduzione ai miei ultimi due articoli pubblicati su Il Manifesto: "Il quotidiano comunista IL MANIFESTO ospita generosamente una campagna, condotta da Sherif el Sebaie per screditare e isolare Magdi Allam, giornalista già raggiunto da una condanna a morte islamica e colpito dall'accusa di apostasia e e di ipocrisia religiosa". Lo stesso concetto è stato ripreso anche da altri - pochi per ora - in giro per la rete ("fa il ruffiano con Allam per poi pugnalarlo alla schiena" è il commento della cialtrona Stefania Atzori, collaboratrice de La Padania - che tra l'altro legge questo blog "per raccogliere ciò che serve ai miei legali e passarlo anche ad altre persone “interessate”. Ebbene, dica ai suoi legali e alle altre persone "interessate" che sono convintissimo che lei sia una cialtrona), con lo scopo evidente di dipingere il sottoscritto come "il musulmano contrario all'integrazione, quello che vuole un Italia senza italiani". Niente di più falso: nessuno di questi signori mi conosce, o sa come vivo personalmente la fede islamica. Perché in effetti, ed è forse proprio questo il concetto che sfugge a molti, io non ho nessun interesse nello screditare o isolare Magdi Allam, che è un ex-allievo salesiano come il sottoscritto e l'esempio dell'immigrato che ha avuto successo in un paese che non era il suo.
Negli articoli "incriminati", mi sono limitato ad intervistare delle persone - i famosi musulmani moderati - in merito ad un appello lanciato da Allam sulle pagine del Corriere. L'articolo di Allam iniziava così : "In Italia sembra essere esplosa la moschea-mania. Da Genova a Firenze, da Verona a Reggio Emilia, da Napoli a Colle Val d'Elsa, tutti la vogliono. Ebbene, da cittadino italiano, musulmano, laico, lancio un appello a tutte le istituzioni dello Stato affinché sospendano la costruzione di nuove moschee". Ho fatto delle domande, e ho trascritto fedelmente le risposte che mi sono state date. Tutto qua. In poche parole ho fatto ciò che farebbe qualsiasi altro intervistatore. Se poi i musulmani moderati hanno deciso di prendere le distanze e criticare le posizioni di Magdi Allam, queste sono le loro opinioni e i loro pensieri, non quelli del sottoscritto o del quotidiano che le ha ospitate. Se fosse stato qualche altro onesto intervistatore a fare quelle domande, avrebbero risposto allo stesso modo e ciò non avrebbe cambiato di una virgola la nuova presa di posizione dell'Islam moderato nei confronti di Magdi Allam, un giornalista che può avere delle idee condivisibili e altre meno. Gli articoli pubblicati da Il Manifesto rientrano quindi nei limiti della dialettica e del confronto civile, della libertà di espressione e soprattutto di informazione. Nessuno può censurare o denigrare il lavoro del sottoscritto solo perché gli intervistati hanno deciso di criticare - tra l'altro civilmente - un pensiero, seppur espresso da Magdi Allam. E nessuno può accusare il sottoscritto di condurre "campagne di discredito e isolamento" nei suoi confronti perché mi sono limitato a riportare quelle critiche. Invito chiunque abbia intenzione di commentare questi servizi a calibrare meglio le proprie espressioni, perché non mi fa di certo piacere vedere la strumentalizzazione di fatti documentatissimi.

Ali Baba Faye - Allam: è rottura

Ali Baba Faye, Responsabile Nazionale Immigrazione e Coordinatore del Forum "Fratelli d'Italia" dei Ds, nonché firmatario del Manifesto per l'Islam moderato e membro della delegazione di moderati che ha incontrato il Presidente della Repubblica Ciampi in compagnia dell'editorialista del Corriere della Sera Magdi Allam (il quale l'ha anche sponsorizzato come probabile membro della Consulta Islamica), ha scritto al Direttore del quotidiano milanese, Paolo Mieli, una lettera pubblicata il 23 ottobre 2005 (ieri), in cui contesta le posizioni dell' editorialista in merito al diritto di voto agli immigrati. E' la seconda volta, dopo l'intervista concessa al sottoscritto e pubblicata su Il Manifesto il 21 ottobre scorso, che l'esponente politico prende le distanze dalle posizioni di Magdi Allam, sulla scia di numerosi musulmani moderati che hanno voluto esprimere il loro dissenso, il primo dei quali fu l'imam Feras Jabareen, del Colle Val D'Elsa.
Caro direttore,
Sul corriere della sera del 21 ottobre, il vice direttore Magdi Allam, intervenendo nel dibattito sulla partecipazione politica degli immigrati alle primarie dell’unione, sostiene la tesi secondo la quale quella della scelta dell’Unione di far partecipare gli immigrati sia una scorciatoia pericolosa.. Egli si spinge fino a bollare di “buonismo e ideologismo” tutti coloro i quali ritengo giusto concedere il diritto di voto agli immigrati. Condivido con lui l’esigenza di coniugare l’islam in italiano ovvero creare le condizioni di un islam italiano nel senso di garantire il diritto e la libertà di culto ai musulmani ma nel pieno rispetto dei dettami della nostra costituzione repubblicana. Le sue opinioni sul diritto di voto mi rendono chiaro che dissentiamo sulle strategie di integrazione e sulla concezione della democrazia. Lui è convinto che la linea dura significhi chiudere le moschee, non consentire le scuole arabe-islamiche, e non dare diritti politici agli immigrati (musulmani?). Io invece credo nel “negoziato permanente” e confido nel dialogo come metodo per riassestare le diversità in un quadro di convivenza civile e democratico. Pur non essendo sufficiente l’integrazione, rappresenta un elemento strategico per garantire non solo sicurezza ma anche coesione sociale. Mi rincresce solo il fatto che il suo articolo sconti di fatto una sorta di sospetto preventivo contro gli immigrati (musulmani?). Che gli immigrati avrebbero votato Bouchta a Torino è un’affermazione gratuita. Ma lui che è un musulmano naturalizzato italiano avrebbe votato Bouchta se residesse a Torino? Non lo credo affatto. Quindi, rifiutare il diritto di voto per “prudenza” è una concezione giustificata da sospetto preventivo. Gli immigrati non sono persone figlie di un Dio minore hanno uguale dignità rispetto agli italiani e confinarli come potenziali pericoli significa non tanto fare dell’allarmismo sociale ma del terrorismo psicologico. Bene ha fatto l’Unione e bene hanno fatto gli immigrati che si sono recati alle urna dando un chiaro messaggio al paese ovvero il destino del paese che ci ospita ci sta molto a cuore. Un messaggio per tutta la classe politica di destra e di sinistra, che ne dovrà tener conto. Ci sono infatti problematiche sulle quali l’ideologia va messa da parte in quanto non sono vicende di governo e di colore politico ma questioni attinenti alla sfera dello Stato e delle sue regole, la cittadinanza e il diritto di voto ne fanno parte. Quindi viva il partito trasversale!
Aly Baba FAYE
Responsabile nazionale Immigrazione. DS

domenica 23 ottobre 2005

L'ospite e l'inquilino

Ieri, sotto il post in cui ho commentato la proposta della Lega di prelevare un contributo di 50 euro da ogni immigrato che voglia (anche rinnovare) un permesso di soggiorno, ho ricevuto questo commento:
"Sempre più interventi in questo blog eh? Credo che tra non molto scierif dovrà inserire il post principale e poi loggarsi con diversi nicks per mettere anche i commenti. E questo, secondo qualcuno sarebbe un blog seguitissimo???Ma qualcosa a favore del popolo che ti ospita lo scrivi mai? Oppure preferisci sempre gli insulti, le minacce, le critiche, le offese verso chi la vede diversamente da te?Ma ti leggi ogni tanto? Ma vi leggete? Ma riuscite a vedere ogni tanto la carica di acredine, risentimento, sfida che avete nei confronti di chi gentilmente vi ospita?Ricordate che non è un dovere ospitare, mentre l'ospite ha il dovere di rispettare chi lo ospita... e a leggervi non mi sembra proprio che rispettiate i requisiti di cui sopra".
Vaicad
E a questo punto mi sembra doveroso rispondere. Una volta per tutte.
"Senta, caro Vaicad.

Punto primo: io sono un "cittadino straniero residente in Italia con un permesso di soggiorno", non un "ospite". In altre parole sono venuto qua di mia spontanea volontà, non perché mi hanno "invitato". Nessuno mi ha mai regalato o mi regala nulla: ho pagato il visto, i bolli, le assicurazioni, e pago tuttora le tasse, il mio affitto, il mio pranzo, la mia cena, l'elettricità e il telefono ecc ecc ecc. "Ospite" è invece chi sta - gentilmente - a carico dell' "ospitante" e a me non sembra che le cose stiano in quel modo. "Ospiti", per intenderci, erano forse gli italiani emigrati in Egitto fino al 1948, in quanto esenti dal pagamento delle tasse e intoccabili dalla giustizia egiziana, pur vivendo in Egitto. E l'Italia di oggi non è l'Egitto di ieri così come non è un ospizio o una struttura di accoglienza benefica. Quindi, caro Vaicad, gli ossequi e le lodi che pretende immeritatamente non li avrà mai, piaccia o meno.

Detto questo, non nego che l'Italia sia un paese che ha accettato la mia presenza. Però tenga ben presente che l'ha accettata cosi come il proprietario di un appartamento accetta la presenza di un inquilino, che paga l'affitto e che sta in virtù di un contratto che implica doveri ma anche diritti, che entrambi possono - e devono - far valere a norma di Legge. Io i miei doveri li ho sempre rispettati: sono entrato legalmente e non su "canotti o paperelle gonfiabili", non ho commesso reati e non ho nemmeno mai proferito gli "insulti, minacce, offese" di cui mi accusa. Lei, in realtà, ha visto solo "critiche" ed è sintomatico che le abbia inserite in mezzo alle "minacce, offese e insulti" che paventa. Vede, caro Vaicad, quello che le dà fastidio è in realtà il fatto che un "extracomunitario" si sia "permesso" di "criticare". Con buona pace della "democrazia", della "libertà di espressione", dei "diritti dell'uomo" che gente come lei pretende persino di esportare.
Caro Vaicad; siccome sono un inquilino e non un ospite, ho tutto il diritto di criticare quei proprietari (in questo caso co-proprietari, essendo la Lega solo uno dei movimenti politici italiani, anche al governo) che mi chiedono un aumento d'affitto di cinquanta euro subito dopo aver detto a centinaia di migliaia di immigrati "tornate a vivere con i cammelli". Sto ovviamente parlando delle frasi più gentili che questi signori hanno pronunciato nei confronti degli immigrati in questi ultimi decenni. Non parliamo poi degli atti, che spaziano dai pestaggi ai roghi nei dormitori. Ma i cinquanta euro, se mi verranno chiesti, li pagherò: non ho mai messo in discussione il diritto di questo governo e di questo paese di chiedere un aumento d'affitto agli extracomunitari che vi abitano. Ma ciò che mi indigna e mi offende è che siano quei co-proprietari che insultano quotidianamente me e altre centinaia di migliaia di immigrati a chiederlo. E' come dire: ci fate schifo, ma ci siete comunque utili, quindi fin quando ci sarete, cercheremo di prendere da voi tutto il possibile. Tutto qua.
Se a lei non piace ciò che scrivo o dico, ci sono milioni di altri blog. Molti sono gestiti da Cialtrone e cialtroni di varia estrazione. Se ne scelga uno e lo segua assiduamente. E se sarà tentato di rispondermi "Visto che non le piace l'Italia, si scelga un altro paese e ci vada a vivere", le rispondo subito che a me l'Italia piace, eccome. Ma questo è scontato, visto che sono ancora qua: se non mi piacesse avrei fatto i bagagli molto tempo fa, come ogni buon inquilino sa fare quando la misura è colma. Ma per sua conoscenza, esiste anche un'altra categoria di inquilini: quella che non smonta prima di aver condotto anni di battaglie legali con i proprietari o che smonta - volente o nolente - ma poi li querela. Tenga presente, caro Vaicad, che di quest'ultima categoria fanno parte anche gli immigrati con cittadinanza italiana, che non hanno altri appartamenti. E non tutti gli immigrati si calano nel ruolo del marocchino che non appena ottiene la cittadinanza italiana dà del "marocchino" ai propri connazionali solo per sembrare un po' più italiani, tra l'altro, senza riuscirci pienamente.
Quella, caro Vaicad, non è integrazione: è ipocrisia, è prendere per i fondelli i cittadini italiani autoctoni che tra l'altro ridono di buon gusto di fronte a queste patetiche acrobazie etniche. Avere la cittadinanza italiana è un valore aggiunto, non un privilegio. E questo valore non cancella nè le origini, nè le eredità culturali che invece possono benissimo arricchire il paese in cui l'immigrato vive, senza che costui se ne debba vergognare. Non si è "italiani" e nemmeno "italiani di origni marocchine", caro Vaicad, si è "marocchini naturalizzati italiani". E questo non vuole dire anteporre l'appartenenza ad uno stato straniero alla fedeltà all'Italia: significa semplicemente prendere atto del fatto che una persona nata, cresciuta e vissuta per vent'anni in Marocco è italiana solo per "naturalizzazione". E per questo rimarrà per sempre marocchina. E' un dato di fatto ed è inutile arrampicarsi sugli specchi per tentare di dimostrare che il sottoscritto "è contro l'integrazione". Nulla di più falso: io guardo le cose come stanno e le cose - nel mondo reale - stanno in questo modo, piaccia o meno.
E' proprio per questo che mi "permetto" di "criticare" civilmente situazioni e faccende che riguardano da vicino la mia vita, la mia permanenza, il mio futuro e il mio portafogli in questo paese partendo dalla mia percezione di cittadino straniero. Questo le potrebbe sembrare strano, inamissibile e persino offensivo. Mi dispiace, ma dovrà adeguarsi anche lei: un giorno avrà a che fare con un'intera generazione di figli di immigrati, che saranno invece cittadini italiani a pieno titolo: un giorno le affitteranno la casa, le rinnoveranno i documenti, le daranno una multa oppure la respingeranno all'ingresso della discoteca. O, e lei sa che sarà così, decideranno cosa mettere e cosa togliere dalle finanziarie del futuro. Spero non pretenderà di zittirli perché hanno nomi diversi o un colore diverso della pelle".

Parlamentari italiani fra 10-20 anni

sabato 22 ottobre 2005

Il "contributo"

Alla Lega gli immigrati fanno schifo, ma non i loro soldi. Non paghi dei fondi depositati, dei capitali investiti, delle tasse pagate, dei consumi e della forza-lavoro degli immigrati, i rappresentanti del Carroccio hanno proposto, sotto forma di emendamento alla legge finanziaria, una tassa di 50 Euro per ogni richiesta di permesso di soggiorno in Italia, compresi i rinnovi. Ogni anno - sono i conti della Lega - si contano un milione di richieste da parte degli immigrati per il permesso di soggiorno (rinnovi compresi). Se su ogni richiesta venisse pagato un "contributo" di 50 Euro, le risorse complessive ammonterebbero a 50 milioni di Euro. Ora, per carità, credo che gli immigrati pagherebbero molto volentieri la somma richiesta: è diritto di ogni Stato quantificare - come meglio crede - i contributi per le pratiche burocratiche. Gli immigrati hanno pagato il visto d'ingresso, i bolli richiesti per i moduli, l'assicurazione medica e ovviamente non è che si lamenterebbero per 50 euro. Ma certo ci vuole una bella faccia tosta se a chiedere quel "contributo" sono proprio quelli che rappresentano un movimento che riempie di insulti e di botte gli immigrati ad ogni piè sospinto (Varese, Borghezio e altri docet). Ma si capisce : 50 milioni di euro non sono uno scherzo. Quelli, infatti, sono veri.

Le voci dei moderati contro l'appello di Allam

«Nuove moschee in Italia? Perché no». Le voci dei musulmani contro l'appello di Allam: garantire la libertà di culto
SHERIF EL SEBAIE
L'appello contro la costruzione di nuove moschee in Italia, lanciato il 29 settembre dal vicedirettore del Corriere della Sera Magdi Allam, ha messo in allarme le diverse realtà dell'islam cosiddetto «moderato». Un vero e proprio coro di preoccupazione e disagio si aggiunge alle parole dell'imam di Colle Val d'Elsa (Siena), Feras Jabareen: «Quell'appello offende i sentimenti profondi dei musulmani», aveva detto il religioso, in passato sostenuto proprio da Allam quale candidato alla Consulta islamica del ministro dell'Interno Pisanu. Omar Camilletti, consigliere della Lega musulmana mondiale nonché firmatario del Manifesto dei musulmani moderati promosso dal Corriere è categorico: «Non condivido assolutamente l'appello di Magdi Allam. Ne ho anche parlato con lui, non appena è uscito il suo articolo contro la "moschea mania" (questo era il titolo, ndr). Credo che occorra trasformare le associazioni culturali in luoghi aperti al pluralismo, anche religioso, non gestito da una sola scuola teologica. Una delle battaglie dei moderati è proprio quella di aprire spazi maggiori per l'integrazione e il dialogo, incluse le moschee anche se gestite in maniera diversa. La loro costruzione almeno nelle grandi città nei prossimi anni è una conditio sine qua non. Ma anche uno spazio televisivo settimanale per l'Islam non sarebbe male. L'accesso alla televisione pubblica è uno degli obiettivi dei musulmani moderati». Ali Baba Faye, coordinatore nazionale del Forum «Fratelli d'Italia» dei Ds e membro della delegazione dei musulmani italiani che ha recentemente incontrato il presidente della Repubblica (era presente anche Magdi Allam) non ha dubbi: «Dissento radicalmente dall'appello di Allam. Un'iniziativa che non condivido affatto. Dobbiamo garantire la libertà di culto, non siamo in uno stato teocratico che vieta le altre religioni. Porre freni alla costruzione delle moschee moltiplica le aree dell'estremismo. Dal punto di vista dell'agibilità, bisognerebbe farne di più e chiudere quelle che sono nei garage offrendo dei locali che possano essere adibiti allo svolgimento del culto, con tutto il controllo sociale necessario. Io stesso darò il mio contributo ad un'intesa con le comunità islamiche, se ci saranno le condizioni». Khalid Chaouki, autore di un libro con prefazione dello stesso Allam, e da quest'ultimo indicato come probabile candidato per la Consulta islamica, la pensa allo stesso modo, pur rimanendo in polemica con l'Unione delle comunità e organizzazione islamiche in Italia (Ucoii): «Non condivido l'appello di Allam. La moschea è un luogo di culto importante per i musulmani, ma anche per tutta la società italiana. I criteri della costruzione e la capacità di selezionare coloro che portano avanti questa istanza è però fondamentale: tali moschee devono andare nelle mani giuste. Io non voglio fare l'intervista su Magdi Allam e su quello che fa. Magdi Allam è un giornalista che fa quello che vuole e non dobbiamo stare qui a perdere tempo a commentare ciò che lui fa o dice». Molto più duro Jawed Q. Khan, anch'esso firmatario del Manifesto dei musulmani moderati: «Se qualcuno dice che bisogna fermare la costruzione delle moschee, è totalmente fuori pista. Non ha capito niente. Può chiamarsi Magdi Allam o chissà come, ma non importa. Sarebbe come dire che siccome i mafiosi in Italia vanno in chiesa bisogna smettere di costruire o aprire le chiese. Se lo 0,01 % dei musulmani sono criminali o fanno del terrorismo, che facciamo, di tutta l'erba un fascio? Sono considerazioni banali. A volte i media, i giornalisti, la gente che dice di conoscere, i cosiddetti esperti mi sorprendono. Non so quale sia l'agenda o l'obiettivo di Magdi Allam ma ogni tanto mi lascia davvero perplesso».
Il Manifesto, 21/10/2005

venerdì 21 ottobre 2005

Nuove moschee in Italia? Perché no

Le voci dei musulmani contro l'appello di Allam: garantire la libertà di culto
di Sherif El Sebaie
L'appello contro la costruzione di nuove moschee in Italia, lanciato il 29 settembre dal Vice Direttore del Corriere della Sera Magdi Allam ha messo in allarme le diverse realtà dell'Islam cosiddetto "moderato". Un vero e proprio coro di preoccupazione e disagio si aggiunge alle parole dell'Imam di Colle Val d'Elsa (Siena), Feras Jabareen: "Quell'appello offende i sentimenti profondi dei musulmani", aveva detto il religioso, in passato sostenuto proprio da Allam quale candidato alla Consulta islamica del ministro dell'interno Pisanu.
Su Il Manifesto, 21/10/2005, P.7 (Società)

Jabareen-Allam: è rottura

JABAREEN: Il più moderato degli imam «scomunica» Magdi Allam.
di SHERIF EL SEBAIE, Il Manifesto 20/10/2005
Musulmano «da copertina» «Neanche Israele ha mai vietato la costruzione di moschee, l'anti-islamismo rischia di assomigliare all'antisemitismo», dice Jabareen, indicato proprio da Allam per la Consulta islamica. Nel settembre 2004 era sul Corriere Magazine come simbolo di «moderazione». Il religioso di Colle Val d'Elsa respinge la campagna anti-moschee del Corriere: «Sono luoghi di incontro».

Feras Jabareen, guida spirituale dei musulmani di Colle Val d'Elsa (Siena), è l'imam «moderato» per antonomasia, un uomo di pace e di dialogo. Il Corriere gli ha dedicato un anno fa la copertina del Magazine e Magdi Allam, vicedirettore del quotidiano, l'ha candidato alla Consulta islamica del ministro Pisanu. A lui però l'etichetta va un po' stretta: «La moderazione - precisa Jabareen - viene dal profondo del nostro cuore e della religione, riguarda dunque l'islam nel suo insieme». Insomma non va usata per dividere i musulmani. «Le mie idee - aggiunge - sono tutte condivise, da noi non ci sono minoranze integraliste».

E allora perché Allam, nella sua battaglia contro la costruzione di nuove moschee in Italia, propone di fermare anche il progetto di Colle Val D'Elsa?

Ringrazio Magdi Allam per le sue preoccupazioni e per aver sostenuto le nostre iniziative. Ma il suo appello offende i sentimenti profondi dei musulmani. In Israele, nonostante il conflitto arabo-israeliano e la presenza di gruppi come Hamas nelle moschee, non sono scesi a questo livello. Non hanno mai violato il diritto dei musulmani di costruire moschee. Allam pretende forse una legge che vieti la costruzione delle moschee? Perché gli ebrei, i cattolici e i buddisti possono costruire e noi no? Un domani rischiamo anche il divieto di costruire e comprare case... ma sarebbe un ragionamento da dittatori. Una legge così fu varata da Saddam Hussein contro gli sciiti e dai nazisti contro gli ebrei. Io ho paura, voglio bene a Magdi Allam, ma non capisco dove voglia arrivare. Prego per lui ma ho paura che l'anti-islamismo finisca per assomigliare all'antisemitismo.

Cosa fare per evitarlo?

In Italia abbiamo trovato il diritto e gente cortese. Ma il senso d'appartenenza a questo paese si nutre di uguaglianza. Se gli italiani continuano a guardarci come cittadini di seconda categoria, si rischia di far crescere la rabbia di essere visti come schiavi.

Dunque Allam suscita reazioni che vanno in senso opposto a quello dell'integrazione dei musulmani in Italia?

Si, esattamente. Costruire una moschea o comprare una casa o mandare i figli a scuola vuol dire integrazione. Gli italiani quando cercano un musulmano, quando il papa o altri cercano il dialogo con i musulmani, vanno nelle moschee. Dove dovrebbero trovarli? Nelle strade? Nei bar? O nei giornali? Li trovano nelle moschee, che sono luoghi di incontro. Ho visto italiani più orgogliosi di noi di costruire una moschea nella loro città. E questo dà la misura della civiltà moderna. Per me, musulmano, è un vanto poter dire «la mia chiesa» quando parlo della Chiesa della Natività a Betlemme.

Per i bambini musulmani, meglio la scuola pubblica italiana o la scuola privata islamica?

In questo momento delicato, i nostri figli dovrebbero andare alla scuola pubblica. Ma la scuola islamica esiste in tutto il mondo: è legittima, è un diritto. Quella di Milano l'hanno chiusa non perché era fuori legge, ma per ragioni di agibilità. Nessuno può dire che l'hanno chiusa perché islamica.

In che rapporti è con l'Unione delle comunità islamiche in Italia (Ucoii)?

Personalmente non ho un rapporto con l'Ucoii, che è un coordinamento di associazioni, ma loro hanno sempre sostenuto le nostre iniziative. Il nostro centro è stato costruito nel '93 grazie all'Ucoii. Finché si tratta di coordinamento tra musulmani, o tra centri islamici e gli altri, sono più che favorevole; non lo sarei se invece l'Ucoii fosse la casa ideologica di una sola parte.

Lei dunque non condivide l'accusa di fondamentalismo rivolta all'Ucoii?

Assolutamente no! Abbiamo sostenuto il loro appello contro il terrorismo e non c'è scritto da nessuna parte che l'Ucoii sia legata ai Fratelli musulmani. Peraltro non sarebbe la fine del mondo, i Fratelli musulmani sono fuorilegge solo nei paesi in cui mancano democrazia e libertà.

Jabareen: costruire moschee è integrazione

Una vignetta della Lega contro
la costruzione della moschea del Colle
APCOM - "Costruire una moschea o comprare una casa o mandare i figli a scuola vuol dire integrazione". Sono le parole di Feras Jabareen, guida spirituale dei musulmani di Colle Val d'Elsa, in provincia di Siena, intervistato oggi (ieri per i lettori) dal 'Manifesto'. "La moderazione viene dal profondo del nostro cuore e della religione, riguarda dunque l'Islam nel suo insieme" ha proseguito Jabareen, che il 'Corriere Magazine' nel settembre 2004 aveva scelto come volto di copertina dell'Islam italiano moderato, quello che il ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu vuole coinvolgere nel progetto di Consulta. All'intervistatore che gli chiedeva un commento sull'appello contro la costruzione di nuove moschee in Italia pubblicato nelle settimane scorse da Magdi Allam sul 'Corriere della Sera', Jabareen ha risposto: "Ringrazio Magdi Allam per le sue preoccupazioni e per aver sostenuto le nostre iniziative. Ma il suo appello offende i sentimenti profondi dei musulmani". "In Israele - ha fatto notare l'imam - nonostante il conflitto arabo-israeliano e la presenza di gruppi come Hamas nelle moschee, non sono scesi a questo livello. Non hanno mai violato il diritto dei musulmani di costruire moschee. Allam pretende forse una legge che vieti la costruzione delle moschee? Perché gli ebrei, i cattolici e i buddisti possono costruire e noi no? Un domani rischiamo anche il divieto di costruire e comprare case... ma sarebbe un ragionamento da dittatori". Secondo Jabareen, Allam suscita nel pubblico italiano reazioni che vanno in senso opposto a quello dell'integrazione dei musulmani in Italia. Il timore dell'imam è che "l'anti-islamismo finisca per assomigliare all'antisemitismo". "Se gli italiani devono cercare qualcuno con cui dialogare, lo troveranno nelle moschee, non nei giornali" ha proseguito Jabareen. L'imam di Colle Val d'Elsa è intervenuto poi nel dibattito sulle scuole islamiche, per dire che "in questo momento delicato, i nostri figli dovrebbero andare alla scuola pubblica". Del resto, ha aggiunto, "la scuola islamica esiste in tutto il mondo: è legittima, è un diritto. Quella di Milano l'hanno chiusa non perché era fuori legge, ma per ragioni diagibilità. Nessuno può dire che l'hanno chiusa perche' islamica". Infine, sulla discussa Unione delle comunità islamiche in Italia (Ucoii), Jabareen ha fatto notare che il Centro Islamico del Colle "è stato costruito nel '93 grazie all'Ucoii", che in molti vorrebbero esclusa dalla Consulta di Pisanu."Finché si tratta di coordinamento tra musulmani, o tra centri islamici egli altri, sono più che favorevole; non lo sarei se invece l'Ucoii fosse lacasa ideologica di una sola parte" ha affermato a questo proposito l'imam."Non c'è scritto da nessuna parte che l'Ucoii sia legata ai Fratelli musulmani - ha concluso - Peraltro non sarebbe la fine del mondo, i Fratelli musulmani sono fuorilegge solo nei paesi in cui mancano democrazia e libertà".
Red/Spr 20-OTT-05 17:03 NNNN

giovedì 20 ottobre 2005

Rottura clamorosa tra Allam e Jabareen

IMAM COLLE VAL D'ELSA, STOP A MOSCHEE IN ITALIA? COSI' SI OFFENDONO I MUSULMANI.
ADNKRONOS - E' polemica tra l'imam di Colle Val d'Elsa, Feras Jabareen, e il giornalista Magdi Allam, suo sostenitore in parlamento per la Consulta islamica del ministro dell'Intero Giuseppe Pisanu. A dividerli, dopo un 'sodalizio' che durava ormai da tempo, il tema della costruzione di nuove moschee in Italia, a cui il vice direttore del ''Corriere della Sera'' si e' detto contrario. La sua presa di posizione non e' piaciuta all'imam, considerato tra l'altro una delle guide religiose musulmane piu' moderate, e in un'intervista al 'Manifesto' Jabareen esprime tutta la sua sorpresa per le inaspettate dichiarazioni del giornalista. ''Ho paura, voglio bene a Magdi Allam, ma non capisco dove voglia arrivare - dichiara l'imam di Colle Val d'Elsa - Prego per lui ma ho paura che l'anti-islamismo finisca per assomigliare all'antisemitismo. L'appello di Magdi Allam in cui chiede di fermare la costruzione delle moschee in Italia offende i sentimenti profondi dei musulmani. Perche' gli ebrei, i cattolici e i buddisti possono costruire e noi no?''. ''Se gli italiani devono cercare qualcuno con cui dialogare, lo troveranno nelle moschee, non nei giornali -continua Feras Jabareen- La scuola islamica esiste in tutto il mondo: e' legittima, e' un diritto. Quella di Milano l'hanno chiusa non perche' era fuori legge, ma per ragioni di agibilita'. Nessuno puo' dire che l'hanno chiusa perche' islamica''. Alle parole dell'imam si unisce anche la Islamic Anti-Defamation League, che definisce 'meschino' il comportamento di Magdi Allam.
(Mcr/Pn/Adnkronos) 20-OTT-05 12:19 NNNN

L'imam "scomunica" Allam

IL PIU' MODERATO DEGLI IMAM
«SCOMUNICA» MAGDI ALLAM
di Sherif El Sebaie

Feras Jabareen, guida spirituale dei musulmani di Colle Val d’Elsa (Siena), è l’imam «moderato» per antonomasia, un uomo di pace e di dialogo. Il Corriere gli ha dedicato un anno fa la copertina del Magazine e Magdi Allam, vicedirettore del quotidiano, l’ha candidato alla Consulta islamica del ministro Pisanu. A lui però l’etichetta va un po’ stretta: «La moderazione — precisa Jabareen — viene dal profondo del nostro cuore e della religione, riguarda dunque l’islam nel suo insieme». Insomma non va usata per dividere i musulmani. «Le mie idee — aggiunge — sono tutte condivise, da noi non ci sono minoranze integraliste».

Oggi, su Il Manifesto, Giovedì 20 ottobre, P.7 (Politica)

mercoledì 19 ottobre 2005

L'Imam Bouchta: reazioni secondo Tempi

«ORA STIAMO MEGLIO». I MUSULMANI ESULTANO PER L'ESPULSIONE DELL'IMAM DI TORINO.
di Daniele Gigli e Mauro Pianta, Tempi (*) num.42 del 13/10/2005
Torino. Un po' di paura, qualche distinguo, ma nessuna nostalgia. A un mese dall'espulsione di Bouriki Bouchta, il marocchino che si era autoproclamato 'imam' di Porta Palazzo (il quartiere casbah della città), la comunità islamica torinese non si straccia le vesti per quel suo figlio rispedito in Marocco in applicazione delle norme anti-terrorismo emanate dal ministro Pisanu. Anzi, sembra quasi tirare un sospiro di sollievo. L'uomo riusciva a lodare Bin Laden («un fratello capace di tenere in scacco l'America» disse dopo l'11 settembre) e a miagolare parole di pace come il più candido dei boy scout. Un ambiguità in grado di fare breccia nei cuori dell'amministrazione cittadina di centro-sinistra, che lo ha spesso considerato un interlocutore credibile. Per il Viminale, il sedicente imam proprietario di tre macellerie e gestore di tre moschee, era un predicatore della guerra santa, un reclutatore di terroristi. Eppure, quando tra il 5 e il 6 settembre scattò l'espulsione, dalla sezione provinciale di Rifondazione Comunista si parlò di «un atto che poteva alterare il clima sociale». Anche i no global cittadini insorsero: «L'imam era il rappresentante reale dei maghrebini.».è davvero così? Un'immersione nel mare multiculturale di Porta Palazzo aiuta a capire. è lì che il controllo del marocchino era più serrato. Lì serpeggia ancora il timore tra i garzoni delle macellerie. Pochissimi parlano, quasi tutti per rinviarti a qualcun altro: «Torna dopo, parla con il padrone». Ma se si scava, si trovano ad esempio i 'Giovani Musulmani Italiani', che sul loro sito internet si dichiarano «figli di questa società». Parliamo con Fatima H., un'attivista, studentessa di Scienze internazionali all'Università di Torino. «Bouchta rappresentava solo se stesso e i suoi amici. Però ai media piaceva presentarlo come l'imam di Torino». Lui in questo equivoco sguazzava: «A noi giovani i suoi proclami creavano dispiacere e imbarazzo. Ci rendevano sospetti ai nostri stessi amici italiani». Agli islamici torinesi non manca la sua guida? «Credo proprio che non manchi a nessuno». «D'accordo - le fa eco lo scrittore iracheno Younis Tawfik - Bouchta in un certo senso l'ha inventato Bruno Vespa invitandolo al suo show, amministratori ingenui lo hanno legittimato, ma la responsabilità maggiore è della nostra stessa comunità, che non ha mai voluto prendere una posizione chiara contro persone e idee che sono un danno mortale per l'islam e per i musulmani». Qualcuno, per la verità, ci aveva provato ad isolarlo. Sued Benkdhim è una mediatrice culturale marocchina che vive in Italia da diciannove anni. «Nel 1998 e per due anni - racconta - Bouchta ha emesso una fatwa contro di me perché lo avevo accusato di integralismo. Ho dovuto cambiare casa e luogo di lavoro per tre volte. Poi, quando il re del Marocco mi ha premiata per il mio lavoro sui giovani migranti, l''imam' ha pensato di lasciarmi in pace». Il «rappresentante reale dei maghrebini», secondo gli investigatori, aizzava i giovani a obbligare le madri a svegliarsi all'alba per pregare e a picchiarle se non rispettavano i precetti del Corano. «Il cosiddetto imam - osserva Sherif El Sebaie, giornalista egiziano - non era un autentico punto di riferimento. E tuttavia il modo in cui è avvenuta l'espulsione mi lascia perplesso: determinate procedure legali andrebbero rispettate. Non gli hanno dato neanche il tempo di salutare la famiglia». è ancora più duro Ibrahim Abu Ma'him, il responsabile della comunità di San Salvario, altro quartiere simbolo della difficile convivenza tra residenti e comunità straniere. La cacciata di Bouchta? «Uno scandalo», risponde. Intanto il 5 ottobre è iniziato il primo ramadan del dopo Bouchta. E per la prima volta dopo diversi anni, alla grande preghiera che conclude i 28 giorni del tradizionale digiuno dall'alba al tramonto parteciperanno tutte le moschee cittadine. Un caso?
(*) Tempi è un settimanale che esce in tutte le edicole della Lombardia, di Roma e Bologna-Città il giovedì in abbinata gratuita a "Il Giornale".

Barbuti a EuroDisney

Una fotografia che ritrae pericolosi estremisti, musulmani, barbuti e armati, rintanati nei sotterranei di EuroDisney. La fotografia conferma quanto svelato dall'inviato de La Stampa a Parigi, Domenico Quirico, il 14 ottobre scorso. L'intraprendente giornalista aveva infatti svelato sul prestigioso quotidiano torinese la presenza di "insospettabili catacombe estremiste sotto il regno di Topolino!". Si, proprio così. Non scherzo, giuro.

martedì 18 ottobre 2005

Il patto Islamo-Comunisto-Fumettista

Un pericoloso sodalizio sconvolge gli equilibri della politica internazionale: il villaggio dei Puffi si è alleato a quello di Asterix & Obelix per sferrare un attacco devastante alle forze della Democrazia e allo Stato di Diritto. Ma il giornalista embedded più divertente il mondo, l'emissario del Mago Merlino nel Paese delle Meraviglie, Domenico Quirico (inviato a Parigi dal quotidiano torinese La Stampa) svela le origini dello sconvolgente patto islamocomunistofumettista.
Gli antefatti
Per il numero 33 di Asterix, la prima nuova storia da quattro anni, Albert Uderzo - autore unico dalla morte di René Goscinny nel ’77 - ha voluto stupire i lettori. E, mai come questa volta, ha schierato senza troppe metafore il piccolo eroe dell’orgoglio francese contro il «colonialismo culturale», effetto collaterale della globalizzazione, sulla quale ancora una volta trionferà la «gallicità». Uscito il 14 ottobre in 8 milioni di esemplari, in 13 lingue e 27 nazioni (in Italia è arrivato oggi per Mondadori, al costo di 10 euro), ha venduto in patria in un solo giorno 400 mila copie. E per evitare resse e proteste, altri 2,8 milioni di copie sono già pronte sugli scaffali d’Oltralpe. Stavolta Asterix se la deve vedere con un alieno che viene da Tadsylwine, anagramma di Walt Disney. Per risolvere l’enigma Asterix dovrà alzare la testa verso le stelle e vedersela niente meno che con il pianeta di Bush: il pupazzetto viola uscito dalla grande sfera d’oro che sta paralizzando il villaggio di Asterix racconta infatti che il «saggio» della sua luna si chiama Hubs, anagramma di Bush. Ma anche in Belgio, gli ometti blu - i Puffi inventati da Peyo - si schierano trasformandosi in testimonial per uno spot che nasce con l'intento di sensibilizzare l'opinione pubblica sulla condizione dei bambini nelle zone di guerra e raccogliere fondi per gli ex bambini del Burundi costretti a fare i soldati. Nella breve pellicola, il villaggio dei Puffi perde improvvisamente il tradizionale clima di simpatia e festa ed è devastato da bombe che provocano morti. Baby Puffo piangente fra le rovine è l'emblema del forte messaggio: "Non lasciate che la guerra colpisca la vita dei bambini", che è appunto la scritta finale dello spot.
Quirico svela il piano di invasione
Davanti a questo esercito di pericolosissimi fumetti no-global, La Stampa di Torino non poteva stare con le mani in mano: l'inviato del quotidiano a Parigi, Domenico Quirico, si è premurato di svolgere accurate indagini per svelare il segreto della scandalosa svolta politica del mondo dei fumetti con un articolo - a dir poco esilarante - in prima pagina (14 ottobre 2005) : "Cappella per Allah in casa di Paperino". "Infiltrati islamici anche a Eurodisney. Nel parco dei divertimenti di Parigi scoperte sale di preghiere clandestine". Nell'articolo, Quirico cita un rapporto del "Centre Francais de Recherche sur le Renseignement" che citerebbe esempi "clamorosi": "A Eurodisney sono state scoperte numerose sale di preghiera clandestine e le società che si occupano della sicurezza sono risultate infiltrate dagli islamisti. Insospettabili catacombe estremiste sotto il regno di Topolino!". Quirico ha probabilmente esagerato con i giri sulle montagne russe: mi sembra molto difficile che gli estremisti islamici abbiano preferito pregare nella casa di Peter Pan piuttosto che nella caverna dei sette nani, in un paese dove ci sono centinaia moschee e oltre 5 milioni di musulmani con i loro negozi e abitazioni. Questa storia delle catacombe estremiste, comunque, non è affatto nuova: l'aveva già "svelata" la polizia parallela DSSA - il cui capo è ora indagato per reati che spaziano dall' associazione per delinquere al razzismo - in un rapporto che citava non meglio identificate reti di moschee "sotteranee" a Milano. Senza per questo specificare in quali fogne fossero esattamente situate.
Il giornalista fumettistico
Sulla base di queste sconvolgenti informazioni, Quirico - il giornalista fumettistico - critica il ministro degli interni francese Sarkozy che "si ostina a dare la caccia agli estremisti nelle moschee" - una tattica "anacronistica, prevedibile" - invitandolo a "sguinzagliare i suoi segugi anti-islamici piuttosto negli uffici delle imprese e nei saloni dei supermercati". Sconvolto dall' indignazione, esclama: "Il rapporto cita anche un altro settore che i fondamentalisti adorano: le società di sicurezza private. Infiltrasi non è complesso: non sono richeste alle guardie qualifiche particolari. E le imprese preferiscono assumere neri e magrebini, per non essere accusate di razzismo nei controlli!". Ma qual'è il motivo che spinge l'intraprendente giornalista fumettistico a chiedere di sguinzagliare segugi "anti-islamici" nei supermercati e nelle imprese e ad indignarsi se queste ultime assumono "neri" e "magrebini"? La paura degli attentati come afferma? Non sembra: l'indagine dal titolo altisonante su cui si basa Quirico "è stata commissionata da imprenditori, soprattutto del settore della grande distribuzione e del trasporto, che per prudenza hanno chiesto di restare anonimi. Volevano sapere quanto la crescita del fenomeno fondamentalista può condizionare le loro attività".
Il pericolo del Sindacato islamico
"La versione francese dell'Islam Radicale che va per vie traverse" che condiziona le attività di questi imprenditori anonimi altro non è, in realtà, che il Sindacato islamico. Secondo Quirico, "si nasconde dietro la rivendicazione sindacale, controlla le liste delle assunzioni, modifica le abitudini dei consumatori con la minaccia e con la tentazione dei guadagni, ricatta il portafoglio dei grandi gruppi". E qui che il giornalista fumettistico si scatena: parla di "piovra islamista", di "Metodo subdolo, molecolare e pericolosissimo", di "islamisti che indossano le vesti di virtuosi sindacalisti, bandiscono richieste legittime, normali, politicamente corrette. Chiedono ad esempio sale di preghiera nei luoghi di lavoro, di modificare l'orario tenendo conto delle pratiche religiose, di rispettare i divieti di tipo alimentare. Aprono così le porte al proselitismo, il numero dei musulmani assunti cresce", di "preoccupazione leggitima" riguardo all' "islam che sta rimpiazzando sindacalmente la gloriosa CGT" e della "jihad che lavora con progressione di formiche". Emulando Borghezio avverte: "Così interi quartieri vengono rapidamente islamizzati, la clientela «europea» sparisce, si instaura silenzioso un nuovo ordine". Una roba del genere si è vista solo su La Padania, finora. Ma evidentemente i tempi cambiano: in peggio. Non pago, il fumettista cita anche altri esempi, parla di islamisti che boicottano i prodotti di Stati Uniti ed Israele, di commesse obbligate a indossare il velo, di dipendenti islamisti di un ipermercato che hanno convertito gli altri salariati francesi. Ma è evidente che non è questo il vero problema bensì quello che ha definito "un ricatto al portafoglio dei grandi gruppi". Le paure di Quirico sono infatti giustificate: immaginate cosa succederebbe all'economia italiana se gli operai e braccianti musulmani decidessero - e a ragione, direi - di incrociare le braccia dopo una dichiarazione di Gentilini o di Borghezio.

sabato 15 ottobre 2005

Il Manchukuo di Sancho Mancia

Ho già avuto modo di gettare un po' di luce su quella oscura e nefanda realtà annidata nella rete che risponde al (falso) nome di "Tocque-ville, la città dei liberi", un portale-aggregatore a cui fanno capo molti dei blog della neo-connarderie italiana e che ha dato vita, tra l'altro, ad un'altra rete di siti: Blogs for CDL (Casa delle Libertà). Ne avevo parlato soprattutto dopo l'orrore e lo scandalo della scoperta dei Comitati di Epurazione degli Indesiderabili istituiti da un gruppo di moderatori capeggiati da Andrea Mancia della rivista Ideazione, padrino fondatore del sito in questione. Poi ancora una volta quando è saltato fuori che dei bloggers aderenti a quella "setta templare" erano soliti recitare giuramenti crociati prima di lasciare le proprie postazioni informatiche, augurandosi la totale distruzione di chiunque la pensi in maniera diversa da loro. Ancora una volta però, la Gola Profonda di Tocque-ville ha passato delle informazioni assai interessanti che illustrano molto bene la preoccupante natura di questa ambigua realtà politica mascherata da aggregatore.
La "setta" in questione, si viene a sapere, è forte di circa 477 affiliati particolarmente invasati che considerano Andrea Mancia una specie di Duce se non addirittura la reincarnazione dello stesso. Non di rado, nelle loro discussioni, oltre i titoli cavallereschi e religiosi, salta fuori il retaggio lessicale del ventennio: "..ohibò, siamo/siete tutti una grande famiglia? E' come per T-V (Tocqueville) B4CdL (Blogs for Cdl), Rete delle libertà ecc...: un'esplosione di nuove realtà... composte sempre dalle stesse persone... :))) Il Master dovrebbe essere lieto di ciò: non era ai "bei tempi" che si spostavano le truppe da una città all'altra perché "Lui" pensasse di avere un esercito pronto alla guerra?" Risponde Andrea Mancia: "La componente psicologica è tre/quarti della guerra (a parità di truppe)." Perfino un semplice cambio dei titoli nell'Homepage richiede l'uso di un lessico da camicie nere. Nequidinimis il templar-crociato chiede a gran voce: "Andrea, due giovediesi su tre hanno votato, per cui, citando il Duce alla Battaglia del grano: "Camerata fascista, cambia l'apertura!" e Andrea Mancia risponde prontamente: "Obbedisco al ventre della nazione". Queste cose che questi apprendisti eversori di 40 anni tenteranno di far passare come innocenti facezie, acquistano un bagliore sinistro quando si leggono le dichiarazioni minacciose di un altro affiliato, Pseudosauro: "Inviterei chi minaccia l'uso delle armi a considerare che tra noi, biechi guerrafondai, c'e' gente che ha militato nei reparti speciali del nostro esercito e nella Legione Straniera: s'accomodino e ci dimostrino quanto sono bravi".
Questo comportamento va di pari passo con lo spirito fortemente anti-democratico che anima molti degli affiliati. Un tale, che risponde al nome di Robinik, afferma "Personalmente non sono dell'idea che i Blogger "Pro-Prodi" stiano in TV.." oppure "Basta leggere i tuoi post ed i tuoi commenti per capire che hai scelto quella parte dei radicali che è andata a sinistra". Comportamenti del genere potrebbero segnare l'inizio della fine del malcapitato: basta una sola accusa del genere per essere sbattuti fuori dall'aggregatore, grazie agli efficientissimi "Comitati di Epurazione". Ora mi chiedo e vi chiedo, non trovate un po' preoccupante che circa 400 persone si stiano radunando - seppur virtualmente - per propagandare idee simili? Anche il lessico usato è emblematico, sufficiente a catalogare questi figuri del neo-nazionalsocialismo: Comitati di Epurazione, Duce, Guerra, truppe, violentissimi giuramenti dove si preannuncia una battaglia per zittire qualsiasi voce dissidente o contraria, dove si pianifica la fine della Democrazia e dello Stato di diritto. Ho l'impressione che fervano i preparativi per qualcosa di grosso, anche se per ora non ci è dato sapere se sia lo sciocco divertimento di nostalgici del Ventennio o le grandi manovre di un manipolo di sovversivi. Ricordiamoci ciò che diceva Edmund Burke: "L'unico requisito affinchè il male si diffonda, è che le persone per bene non facciano nulla". E noi, da persone per bene, non rimarremo con le mani in mano ma continueremo a vigilare per proteggere lo Stato di Diritto dai facinorosi che vorrebbero vederne la fine.