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mercoledì 30 novembre 2005

Su denuncia della IADL

La Digos a TelePadania. Indagato il direttore.
Caro Direttore,
Visto che la notizia sulle indagini a mio carico è ormai di pubblico dominio, tengo a entrare nei dettagli per non dare adito a ricostruzioni fantasiose.Come molti sanno TelePadania fu oggetto, nel mese di luglio, di un violentissimo attacco da parte di molti organi di stampa che ci accusavano di aver detto il falso raccontando che a Cento (Ferrara) alcuni extracomunitari avevano festeggiato gli attentati di Londra. Fatti che erano stati raccontati in primis dal “Resto del Carlino” e dal “Corriere della Sera” e poi confermati davanti alla nostra telecamera da Erminio Gamberini, il testimone oculare. A seguito di quella campagna stampa calunniosa nei nostri riguardi ricevetti, nel mese di luglio, una telefonata da parte di un avvocato della Islamic Anti Defamation League (la Lega contro la discriminazione degli islamici) che mi preannunciava querela per istigazione all’odio razziale e diffusione di notizia falsa. Io replicai che quella notizia era stata dapprima ripresa senza modifiche dal “Resto del Carlino” e poi verificata sul posto. Aggiungo inoltre che la questione fu oggetto di una interpellanza urgente fatta dagli On. Gibelli e Polledri e a cui il governo rispondeva senza mai smentire la veridicità del fatto.Questione chiusa? No, perché il sottoscritto che ha osato fare il suo dovere di libero giornalista è oggi sotto inchiesta per quella vicenda. Il giorno 25 novembre, infatti, funzionari della Polizia Giudiziaria, peraltro cortesi e correttissimi, sono venuti nel mio ufficio per acquisire copia di quel telegiornale dell’11 luglio in cui si dava la notizia. Non so nulla di più, se non che il materiale è stato richiesto dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma e che io sono «persona nei cui confronti vengono svolte le indagini». Che dire? A Londra ci sono state decine di vittime, in Italia i quotidiani hanno scritto di quei festeggiamenti, Berlusconi e Pisanu hanno lanciato più volte l’allarme terrorismo, e l’indagato è Max Ferrari. Non è inquietante?
Max Ferrari, La Padania, 30/11/2005, Primo Piano

Oggi, la consulta

Consulta islamica, tutti dentro
Pronte le nomine di Pisanu, ci sarebbe anche l'Ucoii sgradita a Magdi Allam. Nuove moschee.
SHERIF EL SEBAIE
Il ministro degli interni Giuseppe Pisanu renderà noti oggi i nomi dei componenti della Consulta islamica (Sala Stampa del Viminale, ore 12:00, ndr), la cui istituzione è stata annunciata per decreto a settembre sollevando polemiche e aspettative. C'è grande riserbo ma i giochi sembrano fatti: della consulta di nomina governativa dovrebbero far parte....
Il Manifesto, 30/11/05, p.6

Forleo: vince lo stato di diritto

«Non vinco io ma lo stato di diritto»
LA GIUDICE: Era finita sotto accusa per averli prosciolti: «Attacchi vergognosi»
SHERIF EL SEBAIE
Il Manifesto, 29/11/2006, p.6
La giudice Clementina Forleo non vorrebbe fare commenti anche perché «non si tratta - precisa - di una sentenza definitiva», ma poi qualche parola la dice: «La ritengo un'importante vittoria per lo stato di diritto, per il rispetto delle regole penali e processuali nei confronti di tutti gli individui, al di là del colore della loro pelle, del loro sentire o non sentire religioso. Soprattutto se ciò viene considerato - aggiunge - alla luce degli attacchi gravi e vergognosi che ho dovuto subire a causa della mia pronuncia, che è stata la prima sul punto». Ancora si interroga, la giudice Forleo, sulla virulenza degli attacchi che seguirono la sua decisione del 24 gennaio scorso con la quale prosciolse in primo grado Mohamed Daki, Bouyahia Maher e Alì Toumi Ben Sassi. «Forse il mio appartenere al sesso femminile o il mio non appartenere a nessuna corrente della magistratura possono avere inciso, anche se non lo posso dire con certezza. Ma gli attacchi sono stati ancora più gravi - osserva - perché provenienti da persone che il diritto dovrebbero conoscerlo, come una collega magistrato al tribunale dei minori che si è improvvisata esperta d diritto internazionale sul set di Porta a Porta». L'assalto mediatico ha sconcertato la giudice milanese: «Mi riferisco soprattutto a Porta a Porta dove addirittura si è inscenato un vergognoso interrogatorio con toni veramente da caserma, senza offesa alle caserme, in presenza di esponenti delle istituzioni e di magistrati che avallavano il modo in cui veniva condotta la trasmissione. Non voglio certo mettere freni al diritto di critica - chiarisce Forleo - ma sottolineare i toni e le gravi lesioni alla mia dignità professionale. Peraltro gli attacchi non hanno riguardato solo la mia persona ma anche gli imputati che erano, bisogna ricordarlo, innocenti fino alla sentenza definitiva. E questo non vale solo per gli imputati eccellenti ma per tutti».Nei mesi scorsi la giudice ha distribuito un buon numero di querele per diffamazione: «Ho fatto quelle cause - spiega - per tutelare la mia dignità personale oltre che professionale, come magistrato a cui tocca affrontare argomenti che hanno una certa interferenza con le decisioni del potere esecutivo. Volevo quindi affermare l'indipendenza della magistratura». Solo una battuta sul ministro leghista Roberto Calderoli: «Spero che stavolta non abbia mal di stomaco». Ma forse ce l'ha ancora perché è stato il primo a tuonare che «il rito ambrosiano ha colpito ancora», invocando un giudizio di Cassazione «espresso in una città diversa da Milano». E Oriana Fallaci? E Magdi Allam? «No, guardi, non sparo sulla croce rossa...».

martedì 29 novembre 2005

Bocconi amari

Diecimila euro di ammenda e l' ammonizione

Il colore dei soldi questa volta non c’entra. Ricco o povero, soffri. Perché gli effetti del razzismo si fanno sempre sentire. Cambia poco se ti umiliano in uno stadio o per la strada. Marc Zoro, il calciatore del Messina che domenica ha preso il pallone tra le mani e ha detto «basta, io non gioco più» di fronte agli ennesimi cori razzisti, è un ragazzo intelligente. E dunque non si illude che la sua denuncia cambi la difficile realtà con la quale convivono in Italia coloro che non sono bianchi.

Però, Marc sa anche una cosa: che il suo gesto è servito per sollevare il caso. Un caso che però, il giorno dopo, lo ha quasi stufato: «Adesso basta con questa storia. Devo pensare a giocare e far bene per la mia squadra. Devo ammettere però che non mi aspettavo tanta solidarietà. Ho ricevuto molte telefonate e attestati di stima da tutta Italia. Ciò significa che hanno capito che il problema esiste. Anche perché non coinvolge solo Zoro e gli stadi.AMilano mi è capitato di entrare nei negozi di qualche griffe e il modo con il quale mi hanno trattato mi ha fatto male tanto quanto i fischi e gli urli di Messina».
Storia, denuncia sociale e soprattutto amore: sono queste le parole che Zoro, 22 anni, difensore della Costa d’Avorio, protagonis ta suo malgrado d i Messina–Inter, ripete più spesso.
Quei cori beceri provenienti dal settore riservato ai tifosi nerazzurri hanno avuto l’effetto di uno schiaffo. Perché ci sono tanti modi di reagire: c’è chi si immalinconisce e chi affronta le avversità a petto in fuori. Come ha fatto Marc provando a bloccare la partita del San Filippo. Aveva mandato giù troppe volte. Troppe volte aveva detto che non faceva niente.

«Quel che è successo a me nei negozi o al ristorante, è accaduto anche a Samuel Eto’o, la stella del Barcellona, e sempre a Milano. Ma non è un problema di Nord o Sud. Girando spesso per l’Italia ho dovuto ingoiare molti bocconi amari. Non basta avere un portafogli gonfio se sei di colore. Ti guardano con sospetto, ti squadrano e farebbero a meno di servirti. Capita al ristorante come in discoteca. Ma non a Messina, dove ho conquistato la fiducia della gente. Ricordo quanto è capitato a Napoli a unmio compagno ai tempi della Salernitana: non volevano neppure servirlo perché pensavano che non avesse i soldi per comprare un paio di scarpe costose». È tutto un problema di cultura e di rispetto verso il prossimo, qualunque sia il colore della sua pelle. «Sono molto orgoglioso di ciò che sono e delle mie radici. Vorrei che tutti capissero quanto male fanno, quando si comportano da razzisti. Quest’anno mi era già capitato a Roma con la Lazio e a Siena dove, per protesta contro i cori, una volta segnato il gol del momentaneo pari, per festeggiare ho reagito con una sorta di danza tribale».

Ma qualcos’altro ha ferito l’ivoriano del Messina domenica pomeriggio. Lo ammette a spizzichi e bocconi. «Confesso che mi aspettavo maggiore solidarietà in campo da Adriano e Martins. Mi è sembrato che avessero più a cuore le sorti del match, che io volevo far sospendere, piuttosto che una reazione contro quei tifosi e i loro cori carichi d’odio. Ma non voglio creare altre polemiche. L’Inter come società non c’entra niente. Anzi, da questo momento non voglio essere solo ricordato per l’episodio di domenica. Vorrei che i media parlassero di me come calciatore e basta».

Dovrà aspettare un po’. Ieri, tutti parlavano di lui per quel gesto coraggioso. Anche il Messina ha ricevuto sul suo sito centinaia di attestati di solidarietà da parte di moltissimi tifosi e non. Su tutti spicca il Comune di Cursi, nel Salento, in provincia di Lecce. Fino a ieri il piccolo comune pugliese era noto soltanto per aver dato i natali aMichele De Pietro, senatore della Repubblica Italiana dal 1948 sino al 1958, vicepresidente del Senato e ministro di Grazia e giustizia sotto i governi di Amintore Fanfani e Mario Scelba.

Da oggi sarà ricordato perché il sindaco Edoardo Santoro ha deciso, d’accordo con la giunta di centrosinistra, di concedere la cittadinanza onoraria a Marc Zoro: «Quanto accaduto al giocatore africano ci ha davvero colpiti. Noi siamo molto vicini ai problemi della gente: siamo abituati a lavorare duramente nelle nostre cave e sappiamo cosa vuol dire emergere con il solo sudore e la fatica delle braccia. Ci aspettavamo un gesto importante dal sindaco di Milano, ma evidentemente non è sensibile a certi episodi. E allora ci penseremo noi a consolare Zoro. Lo aspettiamo nel nostro paese. E con tutti i quattromila abitanti lo acclamerò come uno di noi».

Roberto Gugliotta
Corriere della Sera, 29 novembre 2005

Sentenza Forleo

«Non vinco io ma lo stato di diritto»
La giudice: era finita sotto accusa per averli prosciolti: «Attacchi vergognosi»

SHERIF EL SEBAIE

La giudice Clementina Forleo non vorrebbe fare commenti anche perché «non si tratta - precisa - di una sentenza definitiva», ma poi qualche parola la dice: «La ritengo un'importante vittoria per lo stato di diritto, per il rispetto delle regole penali e processuali nei confronti di tutti gli individui, al di là del colore della loro pelle, del loro sentire o non sentire religioso...
Il Manifesto, 29/11/2005, p.6

lunedì 28 novembre 2005

Shalom fratello arabo

In Israele è arabo un abitante su cinque, virtualmente cittadino di uno Stato democratico, in realtà vittima di una discriminazione che rasenta l'apartheid. Questa la testimonianza durissima di una coraggiosa donna ebrea che ha scelto di condividere la loro sorte e di impegnarsi, lei, sionista, in una lotta nonviolenta per la giustizia. Susan Nathan è emigrata dall'Inghilterra in Israele per ricongiungersi alla sua Terra Promessa. Ma dopo una breve permanenza a Tel Aviv ha preferito toccare con mano l'altra faccia del Paese e si è trasferita nella cittadina di Tamra, abitata esclusivamente da arabi. Qui ha potuto constatare come tutto sia organizzato per scoraggiare la pacifica integrazione fra i due popoli e per attuare la repressione dei palestinesi: lo stato, che possiede il 93% del territorio, toglie spazi vitali elargendoli ad altri; rende invivibili città sul punto di esplodere negando i più basilari servizi, fomenta l'odio razziale inculcando nei giovani l'idea che gli arabi siano primitivi e pericolosi; impedisce i matrimoni misti. Perfino la sinistra progressista sancisce questa posizione caldeggiando la soluzione "due Stati per due popoli". Ma per l'autrice arabi ed ebrei, figli della stessa terra, possono e devono imparare a convivere in armonia, ed è possibile che questa accada se "ciascuno riconosce se stesso nell'altra". Un libro scomodo, sincero e appassionato, indispensabile per cogliere i lati oscuri di una realtà troppo spesso misconosciuta.
Seconda di copertina del volume "Shalom fratello arabo. La voce critica di un'ebrea che ha scelto di vivere in pace tra gli arabi " di Susan Nathan, Sperling & Kupfer, 2005, € 16.00

Perle di saggezza

Ricevo e pubblico volentieri:

Da SaxVegas@aol.com

"Hai cacato il cazzo tu e la tua merda Araba. il problema e' semplice e risolvibile : tornatene nel tuo paese di merda. E goditi il tuo immondezzaio".

domenica 27 novembre 2005

Islam d'Italia

"Conoscere il vero volto dell'Islam al di là di stereotipi superficiali è l'unica strada civile per la convivenza e l'integrazione''. E' questo il messaggio che la giornalista e scrittrice Angela Lano ha voluto lanciare attraverso il suo ultimo libro dal titolo 'Islam d'Italia' (Edizioni Paoline, 2005, 248 pagine, 9,50 euro). Il volume contiene il viaggio che la scrittrice ha condotto attraverso le più importanti comunità islamiche italiane. Angela Lano parte da Torino, la città dove vive, per smascherare quelle che denuncia come falsità, generalizzazioni, strumentalizzazioni lievitate sul mondo arabo. Arriva a Milano, a Genova, a Firenze. Va a Roma e anche a Napoli. Parla con imam e fedeli, fondamentalisti, integralisti, moderati, giovani musulmani e convertiti, donne velate e non, uomini con o senza barba. Scopre che non esiste un solo islam, ma tanti modi di vivere la fede. E per dimostrarlo ai lettori, dà la parola ai suoi stessi interlocutori. La galleria di personaggi che ne viene fuori è ampia e differenziata. Ci sono le voci ufficiali di chi rappresenta una comunità cresciuta intorno a un’organizzazione, un centro culturale, una moschea e i modi di vedere la religione della gente comune. Sono realtà spesso contrastanti, sempre immerse nelle città che fanno da sfondo. Al lettore la riproduzione fedele del pensiero dei protagonisti, discorsi diretti trascritti senza filtri. C’è l’imam di Torino Mohammad el-Idrissi che spiega il suo mestiere: “Guido la preghiera e mi tengo lontano dalle tentazioni politiche e ideologiche”. O shaikh ‘Abd al-Wahid Yahya Pallavicini, fondatore della Comunità religiosa islamica italiana (Coreis), a denunciare: “Il perdersi nella dicotomia destra-sinistra è un segno di appiattimento della spiritualità”. E anche Hamza Piccardo, segretario generale dell’Ucoii, l’Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia, che insieme ad altri avverte: “Il risentimento non è tanto contro la società occidentale, quanto contro le sue scelte politiche e militari”. Con loro anche i musulmani senza incarico, quelli che difficilmente parlano ai microfoni, quelli che piacciono alla Lano e meno all’informazione che la giornalista torinese contesta. Perché trasforma le persone in personaggi solo se spaventano o consolano rispetto alle certezze grandi e piccole di cattolici e laici. Ecco Iman, diciannove anni, italiana di origine siriane, spiega cosa vuol dire uscire di casa indossando lo hijab. Sarah, stesse origini e una sorella rockettara, descrive i terroristi e dice: “sono prodotti politici”. Anis, ventidue anni, tunisino arrivato dalla Francia, racconta la sua vita di immigrato innamorato di una ragazza italiana. Secondo l'autrice, dell'Islam conosciamo in prevalenza quello che i mass-media ci trasmettono e, non di rado, è accompagnato da immagini di violenza, o quantomeno di disagio e di insofferenza. Quello che viene trasmesso, però, non è l'Islam in se'. Semmai, ritiene l'autrice, è un'idea di Islam che ''fa comodo a qualche potente e anche al cittadino comune che, in questo modo, giustifica diffidenza e paura nei confronti dell'altro. E tutto questo vale anche per l'Islam d'Italia; ne conosciamo solo gli aspetti esteriori, condizionati come siamo da un'informazione in qualche caso affrettata e parziale, oltre che da una situazione politica internazionale che non favorisce il dialogo e l'integrazione''. Nicola Lombardozzi, caporedattore esteri di la Repubblica, nella prefazione al libro spiega che "in queste pagine l'autrice traccia il quadro politico, sociale e religioso della presenza dell'Islam in Italia, offrendo la possibilità di approfondire i concetti con riferimenti storici e teologici, registrando le testimonianze di un numero impressionante e variegato di protagonisti'' poi aggiunge "Diciamo la verità: qualche brivido è anche legittimo provarlo…Leggete cosa dice ad un certo punto di questo libro il signor Abdurrahman Pasquini, settantenne laureato in legge residente a Milano, convertito all’islam dal ’74: ' L’Europa stessa diventerà musulmana: quando prenderà coscienza del fallimento di tutte le ideologie umane si orienterà naturalmente verso l’Islam…". Il cronista spiega poi come nel libro vengano spiegate ''piccole, ma fondamentali cose: che vuol dire 'sufi', cosa fa un 'imam', coinvolgendo quelli che non hanno come lei una profonda conoscenza della materia". Nell'introduzione al libro Paolo Branca, docente di arabo presso l'Università Cattolica di Milano, riassume il lavoro di Angela Lano scrivendo "una parola di cinque lettere…quattordici secoli di storia, circa un miliardo e trecento milioni di fedeli…troppo per essere riassunto in una semplice definizione…E’ salutare, dunque, che al lavoro dei teorici si affianchino indagini sul campo, condotte con perizia e sistematicità…". Otto i capitoli: i giovani, Torino, Milano, la Liguria, la Toscana, Roma, Napoli e le coppie islamo-cristiane. Due sono le tendenze principali che emergono dall'indagine di Angela Lano: c’è chi vive la fede interiormente, in casa o in moschea, o nelle pause di lavoro, e si sforza di integrarsi nella nuova società. E’ un "Islam privato". E c’è poi la categoria del "laici", coloro che non frequentano i luoghi di culto e i centro islamici, che non pregano in pubblico e si limitano a un legame di tipo culturale: una piccola élite colta. C’è poi l’Islam dei giovani, ragazzi tra i tredici e i ventotto anni, nati in Italia o arrivati da piccoli e cresciuti insieme ai compagni italiani, con cui condividono sogni e desideri, valori e bagagli culturali. Ci sono infine le pagine dedicate all’editoria islamica, con edizioni in lingua araba o con traduzioni di testi sulla civiltà araba e/o islamica e altre. L’autrice affronta anche il problema spinoso e delicato delle coppie islamo-cristiane. Il numero di coppie aumenta infatti di anno di anno, e quelle serene e stabili sono numerose. Ma alto è anche il numero delle separazioni e dei divorzi. Non solo per la religione, ma per una tradizione diversa, dove c’è il tentativo di fagocitare il partner per tirarlo dalla propria parte e "recidergli le radici e assimilarlo all’interno della propria cultura". Il volume si apre con l’incontro con alcuni giovani, ragazzi e ragazze, quasi tutti di seconda generazione che amano la loro patria (l’Italia) e che si sentono anche profondamente musulmani. La loro identità non entra in conflitto con il loro essere italiani e sembrano dimostrare una grande volontà di affermarsi, di vivere una vita sociale attiva e produttiva senza mai dover negare il loro essere arabi e musulmani. “Una sessantina di ragazzi, quasi tutti tra i quindici e i vent’anni: i maschi seduti sulla fila di destra, le femmine su quella di sinistra. Sorridenti, disinvolti e cordiali l’uno con l’altro. Vestiti secondo la moda degli adolescenti di oggi, ma con un’unica particolarità: le ragazze indossano lo hijab, il foulard islamico e un soprabito sopra i pantaloni modernissimi. Italiani ma ancora arabi, arabi ma già italiani.” Non c’è però un unico tipo di “giovane musulmano”, così come non c’è un unico tipo di giovane cattolico o ebreo. "Scrivere di Islam in Italia - afferma la Lano - non è facile, né definitivo: si tratta, infatti, di una realtà in continua evoluzione, contraddistinta da una forte eterogeneità e complessità. Innanzitutto, all'interno del generale fenomeno immigratorio, la componente islamica si aggira intorno al milione e trecento mila individui". “Islam d’Italia” è una bussola, uno strumento per orientarsi tra le “mille vie dell’Islam”, come scrive l’autrice, che scaturisce da un percorso cominciato senza guide che indirizzano lo sguardo, condizionandolo inevitabilmente. Senza pregiudizi, dunque, e senza sconti. “Esistono musulmani che contestano fortemente il modo di vivere occidentale – ammette Angela Lano – non dobbiamo negarlo. Ma da qui a pensare che viviamo circondati da presunti terroristi ce ne vuole”. Allora serve capire. E un libro può aiutare a farlo.
Si segnala:
La presentazione del volume, in presenza dell'autrice, il 30/11/05 ore 20:45 presso il Sermig, Salone della Pace, Piazza Borgo Dora, Torino.
Angela Lano, giornalista torinese, laureata in lingua e letteratura araba, da anni scrive articoli sul mondo arabo-islamico e sulle comunità musulmane in Italia. Collabora con il quotidiano la Repubblica, con le riviste Missioni Consolata e Nigrizia, con il sito www.aljazira.it e, come formatrice, con enti pubblici e scuole superiori piemontesi. Ha pubblicato, con la EMI di Bologna "Voci di donne in un hammam", "Quando le parole non bastano" e "L'Iraq, la guerra dei bugiardi". Si occupa inoltre del rapporto tra mass-media e Islam, attraverso articoli e conferenze.

sabato 26 novembre 2005

Puoi contribuire anche tu! (gratis)

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venerdì 25 novembre 2005

L'Islam e l'ethos condiviso

Hans Kung è uno dei più grandi teologi viventi. Maestro, amico e collega di Joseph Ratzinger ai tempi del Concilio Vaticano II, i due si allontanarono quando il futuro Papa intraprese la sua lunga carriera di uomo dell'ortodossia per poi riavvicinarsi di recente in un incontro in cui hanno cercato di non parlare delle antiche divergenze. Ma basta la sua ennesima opera, Islam. Passato, presente e futuro (Rizzoli, 29,50 euro), che chiude la trilogia sulle religioni monoteistiche alle quali il pensatore ha dedicato l'intera vita, per ricavare i motivi profondi che hanno spinto Kung fuori dagli schemi di una certa visione della Chiesa. Primo fra tutti una ricerca continua del mutare dei paradigmi che una religione (in questo caso l'Islam ma sono continui i richiami anche a ebraismo e cristianesimo) storicamente attraversa nel suo divenire e l'analisi delle forze spirituali che invece rimangono intatte anche nel presente e sulle quali è possibile stabilire contatti critici.
Nel nostro modo di pensare l'Islam, sostiene Kung, dobbiamo liberarci di un sospetto: che tutti i musulmani siano violenti o potenziali terroristi e che invece tra loro, come tra i cristiani e gli ebrei ci sono persone (una minoranza) che scelgono la violenza e persone (una maggioranza) che vivono secondo i principi umanitari. ''Siamo onesti - scrive Kung -: chi vuol fare dell'Islam il responsabile delle rapine, degli attentati suicidi, delle autobombe e delle decapitazioni ad opera di alcuni estremisti accecati, dovrebbe contemporaneamente condannare ''il cristianesimo' o ''l'ebraismo' per i barbari abusi sui prigionieri, i bombardamenti e gli attacchi con carri armati (100.000 morti tra i civili solo in Iraq) dell'esercito USA e il terrorismo dell'esercito israeliano di occupazione in Palestina. Chi spaccia la guerra per il petrolio e l'egemonia nel vicino Oriente e altrove come ''lotta per la democrazia' e ''guerra contro il terrorismo', inganna il mondo - certamente senza successo''. ''Dobbiamo dunque continuare a rinfacciarci le colpe a vicenda, cosa che porta soltanto ad una piu' profonda desolazione? No, e' necessario un altro atteggiamento fondamentale nei confronti di violenza e guerra, un atteggiamento che in fondo i popoli auspicano ovunque, se essi - sia nei paesi arabi sia negli USA - non vengono fuorviati da politici ossessionati e accecati dal potere, e se non vengono rincretiniti nei media da ideologi e demagoghi. La violenza e' stata praticata nel segno della mezzaluna, ma anche nel segno della croce, dai ''crociati' medioevali e contemporanei, che hanno stravolto la croce, trasformandola da segno di riconciliazione in un segno di guerra. Nella storia entrambe le religioni hanno esteso il loro ambito di influenza aggressivamente ed hanno difeso il loro potere con la violenza. Esse hanno propagandato nel loro ambiente non una ideologia di pace, bensi' di guerra. Il problema e' dunque complesso''.
Il noto teologo sostiene che il centro e fondamento permanente delle tre religioni abramitiche in parte coincide ed e' condiviso. Ma nessuna delle religioni puo' conservare tutto senza incorrere nel pericolo dell'integralismo, allo stesso modo che non puo' rinnegare tutto con il passare del tempo, cedendo completamente alla secolarizzazione. ''Non tutto deve essere conservato, bensi' la sostanza della fede'' sostiene Kung. E questa sostanza va inserita e vissuta nei doversi contesti culturali delle varie epoche. oggi i nuclei della fede cristiana, ebraica e islamica deve essere vissuta nel contesto della modernita'. ''Molti ebrei, cristiani e musulmani, che accettano il paradigma moderno, si comprendono tra di loro meglio che con i propri correligionari che vivono secondo altri paradigmi. Viceversa, i cattolico-romani fermi al Medioevo possono, ad esempio nelle questioni di morale sessuale, legarsi con i ''medioevali' presenti nell'Islam e nell'ebraismo (cfr. la conferenza dell'ONU sulla popolazione, al Cairo nel 1994). Chi vuole riconciliazione e pace non si sottrarra' ad una analisi critica e autocritica dei paradigmi." Solo in questo modo - secondo Hans Kung - e' possibile rispondere a questioni come queste: dove sono, nella storia del cristianesimo (e naturalmente anche delle altre religioni) le costanti e dove le variabili, dove continuita' e dove discontinuita', dove accordo e dove resistenza? Questa e' una quarta considerazione: da conservare e' soprattutto l'essenza, il fondamento, il nucleo centrale di una religione e, a partire da qui, le costanti presenti fin dalle origini. Da non conservare senza riserve e' tutto cio' che, a partire dalle origini, non e' essenziale, cio' che e' guscio e non nocciolo, cio' che e' costruzione successiva e non fondamento. Possono essere abbandonate (o anche sviluppate in modo alternativo), qualora si dimostri necessario, tutte le svariate variabili. Cosi', infatti, una analisi dei paradigmi, di fronte a tutta la babele religiosa, aiuta, proprio nell'epoca della globalizzazione, ad ottenere un orientamento globale.
"Noi - conclude Kung - ci troviamo senza dubbio in una delicata fase decisiva per la nuova configurazione delle relazioni internazionali, del rapporto tra Occidente e Islam, e anche delle relazioni tra le tre religioni abramiche: ebraismo, cristianesimo e Islam. Le opzioni sono diventate chiare: o rivalita' delle religioni, scontro delle civilta', guerra delle nazioni - oppure dialogo delle culture e pace tra le religioni come premessa per la pace tra le nazioni! Di fronte alla minaccia mortale per tutta l'umanita', invece di erigere nuove barriere dell'odio, della vendetta e dell'inimicizia, non dovremmo piuttosto demolire pietra su pietra i muri del pregiudizio e costruire cosi' ponti del dialogo, ponti proprio anche verso l'Islam?''. Anche l'Islam, in definitiva puo' concorrere alla formulazione di un ethos mondiale condiviso, ritrovarsi su alcuni elementari valori etici che sono patrimonio di tutta l'umanita'.

giovedì 24 novembre 2005

Porta qualcosa per noi

Negli svariati episodi di razzismo che hanno coinvolto dei minorenni in questo ultimo periodo, un dettaglio mi ha particolarmente colpito: quello dei bambini-adolescenti che chiedono ai loro coetanei extracomunitari di essere in qualche modo pagati per accettare la loro presenza. Leggiamo per esempio la testimonianza della mamma di una bambina di sei anni, riportata sul portale "Gli altri Noi" di Repubblica: "Era un giorno della fine di luglio, una bellissima giornata. Laura giocava nella sua stanza e fuori di casa sentivo le voci degli altri ragazzini. Viviamo in una strada di villette a schiera, in una zona di quelle che vengono definite signorili. I nostri vicini sono impiegati, artigiani, insegnanti, funzionari, professionisti. E i nostri figli sono cresciuti assieme, si può dire che si conoscono fin dalla culla. Ho riconosciuto subito la voce di Anna, una bambina di sette anni, la prima delle amiche di Laura. Ho guardato oltre la tenda che ripara la nostra veranda e l'ho vista. Allora ho chiamato Laura e le ho detto di uscire finalmente, di andare a giocare. Ha ubbidito. E' uscita, ho sentito i suoi passi, nuovamente la voce di Anna. Ero sempre in veranda, dietro la tenda, sentivo benissimo le voci dei bambini e loro non mi vedevano".E' qui che la voce della madre di Laura si spezza "Sporca negra". Era Anna. "Sporca negra, perché sei venuta? Ti avevamo detto di non venire. Oppure di venire ma di portare qualcosa da casa, qualcosa per noi". Un'altra madre riferisce la sua esperienza in risposta alla prima: "Sono sposata da parecchi anni con un uomo della Costa d'Avorio, abbiamo un figlio mulatto di otto anni. Non ho mai avuto nessun problema. Anzi, fino a pochi mesi fa la gente mi fermava per dirmi com'era bello. Da qualche mese invece mio figlio, tra l'altro di carattere molto solare e socievole, frequenta un parchetto giochi vicino al negozio di mio marito. In questo parco ha conosciuto dei bambini che continuano a chiedergli soldi ("Prendili dalla cassa del negozio di tuo padre", gli dicono) per permettergli di giocare con loro. Mi sono accorta di queste continue richieste di moneta e gli abbiamo chiesto di raccontarci tutto. Ci ha detto che come 'diverso' gli avevano chiesto di 'pagare' per stare con gli altri al parco. Gli hanno chiesto perfino di rubare dei gelati al bar. Da allora non gli diamo più soldi, a meno che non li debba spendere con noi. Così è andata a finire che l'altro giorno un bambino ha picchiato mio figlio con violenza in pieno viso ed io adesso vivo nell'angoscia che queste cose succedano ancora e soprattutto che lui cominci a capire. A capire la cattiveria gratuita della gente e l'ignoranza generale dell'Italia in cui dovrà crescere". Ma anche la piccola Oriana, la bimba sfregiata da una svastica nel biellese ha dovuto sopportare simili ricatti. L'hanno punita perché ha voluto difendere il fratello e, come scrive La Stampa, "Che il fratello fosse nel mirino dei bulli si sapeva già: qualcuno gli aveva rubato il telefonino, chiedendogli 10 euro per la restituzione."
Episodi simili sono segnali moto gravi: non solo dimostrano che il mondo dell'infanzia non è immune dal razzismo e dalla xenofobia, o che questo è il risultato di una cultura di intolleranza e razzismo coltivata dagli adulti e dai mezzi di informazione (Un bimbo della scuola elementare privata religiosa, riporta una testimonianza pubblicata sul portale Gli altri noi, afferma: ''Io odio i negri perché mia madre odia i negri'), ma anche che c'è il rischio che persista nelle nuove generazioni una cultura del ricatto materiale e dello sfruttamento nei confronti degli extracomunitari (in questo caso, in realtà, italianissimi bimbi di origini extracomunitarie che diventeranno italianissimi cittadini) che non promette nulla di buono sul piano sociale. Gli immigrati vengono sfruttati sufficientemente dai datori di lavoro che li assumono in nero, negando loro i diritti più elementari. Le procedure burocratiche complicate li obbigano a vivere in un regime di clandestinità che favorisce lo sfruttamento ed eventuali derive malavitose. Si spera quindi che almeno i figli di origini extracomunitarie o "meticce" sfuggano a questo destino, specie se cittadini italiani o regolarmente residenti sul territorio nazionale. La cultura del "dammi soldi" per essere accettati non deve prevalere. E' significativo l'esempio del bambino extracomunitario a cui è stato chiesto di andare a rubare per conto dei coetanei autoctoni : è una metafora minorile di ciò che succede nel mondo degli adulti: gli spacciatori, i delinquenti della strada, ecc di cui si lamentano tanto gli autoctoni sono solo la bassa manovalanza e l'ultimo anello, sacrificabile e sostituibile, di una lunga catena le cui redini non sono di certo tenute da extracomunitari. Davanti a simili sciagurate prospettive, gli insegnanti e gli educatori hanno un preciso ruolo morale: non solo spiegando agli alunni che simili comportamenti sono maleducati e disdicevoli ma informandoli delle normative in materia di anti-razzismo e xenofobia. Battute come "sporco negro" dette nelle classi nei confronti di alunni di origini extracomunitarie o atteggiamenti aggressivi o ricattatori non devono passare senza precise azioni educative ed esemplari: note disciplinari, sospensioni, lettere ai genitori e se necessario anche denunce presso le autorità competenti. Siamo entrando in un'era dove accettare simili comportamenti in nome dello "scherzo tra bambini" può portare a minacce gravissime tipo il "stanotte ti brucio la casa" rivolto alla piccola Oriana. E quindi ai roghi "per divertimento" appiccati da minorenni, in cui rischiano di morire o sono morti decine di poveri immigrati, come è successo ultimamente in Francia. E quindi, di conseguenza, a disordini in stile parigino. Reprimere sin d'ora questi comportamenti che non hanno nulla a che fare con gli innocenti scherzi è una garanzia per un futuro di pace e di serenità per tutti: se i genitori non sono in grado di educare, che lo facciano le autorità, possibilmente coadiuvate da associazioni volontarie che forniscano psicologi e legali, sia per assistere le vittime dei soprusi che per recuperare i piccoli delinquenti. Inasprire le pene in materia di razzismo anche per i minorenni recidivi, prospettare corsi di rieducazione in stile statunitense per i genitori incapaci di essere portatori di una cultura di integrazione o prospettare eventualmente l'affidamento dei figli a strutture alternative in grado di garantire una cultura di coesione sociale che trascenda le razze e la religioni è la strada migliore per la tutela delle minoranze e dell'intera società.

mercoledì 23 novembre 2005

Non c'è solo Smith

Articolo tratto da La Stampa del 18/11/2005

Da giudice a imputato, in nome del principio di laicità e uguaglianza. È questa la storia del giudice Luigi Tosti che ormai da mesi porta avanti una personale battaglia contro la presenza nei luoghi pubblici del crocifisso. Una protesta che l'ha portato davanti al giudice del Tribunale de L'Aquila, che oggi l'ha condannato a sette mesi di reclusione e un anno d'interdizione dai pubblici uffici per omissione di atti di ufficio. Dal 9 maggio scorso, infatti, il giudice Luigi Tosti ha incrociato le braccia e si rifiuta di tenere le udienze nelle aule in cui è esposto il crocifisso. La sua battaglia personale, andata avanti anche a colpi di lettere alle istituzioni, dura già da tempo, iniziata già nei seggi elettorali della sua città d'origine. A giugno, infatti, durante il referendum sulla fecondazione, il giudice e sua moglie si rifiutano di votare perchè nei seggi di Rimini è esposto il simbolo cattolico. «Per l'ennesima volta io e mia moglie ci siamo recati al seggio - raccontava il giudice- e abbiamo chiesto che accanto al crocifisso fosse esposta anche la 'menorah', il candelabro ebraico. La Prefettura non ha acconsentito, imponendo anzi di rimettere il crocifisso al proprio posto, così noi non abbiamo votato». Dal 9 maggio, la sua protesta si sposta all'interno del Tribunale di Camerino dove il giudice lavora. Anche qui il ministero della Giustizia non lo autorizza ad esporre la menorà ebraica a fianco della croce. Per farlo recedere dal suo sciopero, l'amministrazione giudiziaria pensa anche di allestire all'interno del Tribunale di Camerino un'apposita aula senza crocifisso. Questa proposta, però, non piace al giudice che la respinge immediatamente, bollandola come 'un'intollerabile ghettizzazione ai danni di un dipendente che non si identifica nel crocifisso dei cattolici«. Ad ottobre Luigi Tosti decide di scrivere alle istituzioni per far conoscere loro la sua vicenda. Il giudice scrive prima di tutto al ministro della Giustizia Roberto Castelli e alla Corte dei Conti per chiedere di essere rimosso dalla magistratura o che gli venga sospeso lo stipendio. »Dal momento che ritengo che i cittadini italiani abbiano il diritto, nella loro qualità di contribuenti, di non veder sperperato il proprio danaro - si legge nella lettera- invito l'Amministrazione della Giustizia ad essere coerente con sè stessa, e cioè o a rimuovermi dalla Magistratura, visto che l'Amministrazione ritiene di essere nel giusto, o a sopendere il pagamento degli stipendi«. «Ho iniziato a rifiutarmi di tenere le udienze - spiega poi il giudice - perchè l'ammnistrazione giudiziaria si rifiuta di rimuovere i simboli religiosi di parte dalle aule giudiziarie e comunque non mi autorizza ad esporre i miei simboli, così violando il principio supremo di laicità ed altri diritti soggettivi assoluti di rango costituzionale». Il giudice di Camerino scrive anche al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, proponendo quindi di sostituire il crocifisso con una sua immagine come simbolo 'neutralè nel quale tutti gli italiani, al di là delle confessioni religiose, possano riconoscersi. «Ritengo che l'esposizione di un unico simbolo religioso nei locali deputati all'esercizio di pubbliche funzioni -scrive Luigi Tosti nella lettera al presidente Ciampi- sia incompatibile con l'obbligo dello Stato di essere neutrale, imparziale ed equidistante nei confronti delle altre religioni e dei cittadini che credono in religioni diverse o non credono in nessuna».

18/11/2005
L'AQUILA. Sette mesi di reclusione e un anno d'interdizione dai pubblici uffici. È questa la condanna emessa dal Tribunale Penale de L'Aquila nei confronti del giudice Luigi Tosti, accusato di omissione di atti di ufficio per essersi rifiutato di celebrare i processi nel tribunale di Camerino. Una forma di protesta, la sua , contro la presenza in aula del crocifisso. Il Tribunale ha deciso anche la sospensione della pena e il pagamento delle spese processuali.

martedì 22 novembre 2005

E salutami Pisanu

Io, giornalista algerina scambiata per terrorista
COGNOME e nome: Benali Nacéra, cittadinanza algerina, ma residente a Roma, titolare di regolare carta di identità, rilasciata dal Comune in data 17 marzo 2005. Professione: giornalista. E come giornalista nel ’93 fui incarcerata e processata ad Algeri dall’allora governo militare perché mi ero rifiutata di rivelare la fonte di un mio articolo sulla prima strage di gendarmi compiuta dai terroristi del Gruppo islamico armato. Chiarisco subito: sabato sera alle 20, quando alla stazione della metro di Piramide ho visto tre poliziotti che mi guardavano mentre ero sulla scala mobile diretta all’uscita, sono stata contenta. Sollevata. Ho pensato: sono state opportunamente rinforzate le misure di sicurezza. Quando li ho incrociati, sono cominciati i guai: spero non per me. E vi spiego perché. Infatti gli agenti mi hanno fermato e chiesto i documenti. Vedono la carta di identità italiana e subito scambiano la data del rilascio con quella della scadenza: mi danno del tu e mi chiedono il permesso di soggiorno. Io spiego che non lo devo portare con me in quanto residente. Uno dei tre dice a voce alta, dandomi del tu: sei fortunata che sei in un paese libero, se no ti avremmo arrestata. Io riprendo la carta di identità, ma aggiungo: il fatto che io sia straniera non vi autorizza a darmi del tu e a dirmi a voce alta questo tipo di cose. A quel punto, mi hanno ripreso il documento e mi hanno intimato di seguirli nel loro ufficio, se non volevo essere trascinata con la forza. Quindi è stato chiamato il loro capo: ho detto, lui capirà la situazione. Invece ha confermato che dovevo andare con loro. Negli uffici della Polfer dell’Ostiense sono rimasta in una stanza senza spiegazioni. Finché sento nell’altra stanza che pronunciano la parola “giornalista” e il capo riappare per darmi il mio documento, senza una parola. Io dico: ora che avete capito che non sono una criminale, non pensate che abbia diritto a delle scuse visto il modo con cui mi avete trattato? Allora lui riprende il mio documento, sparisce di nuovo. Io aspetto poi busso alla porta e un agente mi dice: stai zitta e sbatte la porta. E’ passata quasi un’ora e arriva uno degli agenti che mi dice: firma questo foglio, se vuoi uscire. Chiedo: cos’è? Risponde: una denuncia contro di te per resistenza a pubblico ufficiale (poi diventata denuncia per rifiuto di esibire documenti). A questo punto io rifiuto, questa volta sì, di firmare la denuncia e sottolineo che a questo punto devo chiamare l’avvocato e denunciare loro, magari per sequestro di persona. Passa qualche minuto e finalmente la porta si riapre: un agente compare e mi dice «arrivederci, fai pure la denuncia e salutami Pisanu». Ieri mattina, ripresami dallo choc e dal senso di umiliazione, sono andata al commissariato della Garbatella, dove abito, a fare denuncia per quanto mi era capitato. Il funzionario, dopo avermi ascoltato, mi ha detto che secondo lui non c’erano gli estremi. A questo punto ho chiamato il ministero. All’ufficio stampa mi hanno chiesto una lettera riassuntiva dei fatti, mi hannno dato del lei e mi hanno promesso di far luce sull’accaduto.
Nacera Benali, Fonte: Il Messaggero, 16/11/2005

Nacera Benali, è corrispondente del quotidiano algerino indipendente Al Watan. Vive da dieci anni in Italia, perché minacciata di morte dagli integralisti islamici del Gia a causa di un suo reportage sul terrorismo algerino. E' autrice del libro "Scontro di inciviltà" (Sperling & Kupfer, pp. 344, euro 16,00). Un libro inchiesta, pamphlet e testimonianza che rompe il velo delle apparenze e demolisce, uno ad uno, i luoghi comuni che condizionano negativamente il rapporto tra l'Italia e Islam. Racconta che i musulmani sono stati le prime vittime del terrorismo islamico e hanno lottato, spesso pagando con la vita, contro la barbarie integralista. Un'ulteriore prova di come lo scontro di civiltà sia unicamente il risultato dell'ignoranza e della diffidenza reciproca, di un clima di deterioramento delle relazioni, in un paese dove i pregiudizi nei confronti del mondo musulmano sono in continua crescita e dove i musulmani vengono descritti come terroristi, fanatici e violenti con le donne. E poi, ancora, irrispettosi verso i simboli cristiani, col chiodo fisso di voler conquistare l'Italia con il rischio di trasformare nel senso comune ogni arabo in un potenziale kamikaze.

lunedì 21 novembre 2005

Dalle stelle alle stalle

Dalle stelle alle stalle. Allam dixit
Il Manifesto, 20/11/05
Sherif El Sebaie
Feras Jabareen, l’Imam della moschea di Colle Val d’Elsa (Siena) ha ricevuto un invito a partecipare ad uno spettacolo organizzato dalla sede diplomatica degli Stati uniti d’America di Firenze in collaborazione con l’amministrazione comunale colligiana. Il nome di Jabareen, è salito agli onori delle cronache nazionali anche grazie alla «sponsorizzazione» del vicedirettore del Corriere della Sera Magdi Allam, che lo ha ha annoverato tra i volti dell’«Islam moderato». Ma le cose cambiano in fretta, e da Imam moderato si può tranquillamente discendere negli inferi dell’Islam estremista e pericoloso. Che l’idillio tra l’Imam di Colle Val d’Elsa e il vicedirettore si fosse interrotto lo si poteva intuire dall’intervista rilasciata dallo stesso Imam a questo giornale il 20 ottobre scorso. L’appello lanciato da Allam per fermare la costruzione di nuove moschee in Italia (inclusa quella voluta dal Comune del Colle), venne definito da Jabareen come un appello che «offende i sentimenti profondi dei musulmani». L’opinione dell’«Imam moderato», è stata condivisa anche da altri musulmani, gli stessi abitualmente indicati da Allam come la voce dell’ Islam moderato in Italia. Già in occasione dell’intervista, Feras fece sapere: «Ho paura, voglio bene a Magdi Allam, ma non capisco dove voglia arrivare». Paure pienamente giustificate, dice oggi Feras: ieri, in un’intervista concessa a Il Giornale, Magdi Allam ha dichiarato: «Voglio ribadire che Jabareen non è l’Imam del Colle Val D’Elsa, è semplicemente un funzionario religioso (...) E’ voler sostenere un’impostura, dato che il suo ruolo può essere svolto da chiunque guida una preghiera (...) All’interno della Comunità musulmana del Colle non esiste soltanto lui come referente: nessuno l’ha eletto». Aggiungendo «e poi dietro Feras ci sono i Fratelli musulmani e l’Ucoii». «Falso - risponde Jabareen – sono stato eletto in elezioni democratiche e ho ottenuto 130 voti. Se non mi vogliono, facciamo le elezioni un’altra volta e vediamo quanti voti prendo io e quanti ne prende Allam. E poi non sono dei Fratelli Musulmani. Mi dispiace questo comportamento ma sono ancora una persona che crede nel dialogo. Noi andiamo avanti, con la costruzione della moschea o senza, non possiamo vivere nella paura. Di Magdi Allam penso quello che pensano tutti: se cerca una persona da utilizzare la cerchi sotto il proprio letto e non a Colle Val D’Elsa. Mi hanno chiamato tanti italiani, anche sindaci, e mi hanno espresso la loro solidarietà ma la comunità è preoccupata da questo suo atteggiamento: ho cercato di calmarli». Ma la cosa che ha più sconvolto Jabareen è la seguente affermazione di Magdi Allam: «Voglio denunciare questa impostura e chiedere al Consolato americano perché, per una manifestazione così apprezzabile e prestigiosa, sia stato scelto proprio Jabareen come referente». Eppure è stato proprio lui a sponsorizzare per circa due anni la candidatura dell’Imam Jabareen per la Consulta Islamica voluta dal ministro Pisanu definendolo un «religioso riformatore» e uno dei «nomi che potrebbero offrire l’immagine di un Islam compatibile con le nostre leggi e i valori fondanti della nostra società». Ha affermato che era «un musulmano praticante con un radicato rispetto per la fede altrui». Ha descritto la sua decisione di indire uno sciopero della fame per protestare contro il terrorismo come una «coraggiosa iniziativa che segna un’altra tappa rilevante nel processo di maturazione di una società civile e di un islam moderato in Italia, che fa seguito alla pubblicazione sul Corriere del «Manifesto contro il terrorismo e per la vita», di cui Feras è uno dei firmatari». Per non parlare dell’appello: «Bisogna dare una mano a uomini di fede illuminati come Feras, affinché il loro impegno costruttivo non rimanga un atto isolato» (*). «Ma il primo a volere isolare Feras oggi», afferma l’Imam, «è proprio Magdi Allam».
(*) Tra le altre affermazioni di Magdi Allam si ricordano: le parole di Jabareen descritte come una "precisazione più che mai doverosa e fondamentale in un contesto dove serpeggiano troppe ambiguità". Feras Jabareen descritto come “un arabo-israeliano che ha deciso di dare concretezza all'impegno di affermare un Islam tollerante, pacifico, aperto e compatibile con le leggi e i valori dell'Italia” e la sua moschea come un “centro di un serio e sincero dialogo ecumenico tra le tre grandi religioni monoteiste rivelate e le fedi che si ispirano alla comune civiltà dell'uomo”.

domenica 20 novembre 2005

Dalle stelle alle stalle. Allam Dixit

Feras Jabareen, l’Imam della moschea di Colle Val d’Elsa (Siena) ha ricevuto un invito a partecipare ad uno spettacolo organizzato dalla sede diplomatica degli Stati uniti d’America di Firenze in collaborazione con l’amministrazione comunale colligiana. Il nome di Jabareen, è salito agli onori delle cronache nazionali anche grazie alla «sponsorizzazione» del vicedirettore del Corriere della Sera Magdi Allam, che lo ha ha annoverato tra i volti dell’«Islam moderato». Ma le cose cambiano in fretta, e da Imam moderato si può tranquillamente discendere negli inferi dell’Islam estremista e pericoloso.
Oggi, su Il Manifesto, a p.7 (Società), "Dalle stelle alle stalle. Allam Dixit", di Sherif El Sebaie

sabato 19 novembre 2005

La battaglia degli Ambrogini

"Ieri sera la lista dei candidati all'Ambrogino d'Oro era depositata a Palazzo Marino. I partiti hanno indiacto i loro candidati. Ed è già polemica. La Lega candida Oriana Fallaci e Alessandro Maggiolini, vescovo di Como, entrambi famosi per la loro visione del presente come uno "scontro di civiltà", una battaglia che dobbiamo combattere se non vogliamo soccombere. A conferma di quanto questo sia un tema clado, Forza Italia punta su Magdi Allam, firma di punta del Corriere della Sera".
"Milano: sugli Ambrogini è già polemica", di Sara De Carli, Vita.it, 27/10/2005
"La lunga notte degli Ambrogini d'oro. Trattativa ad oltranza per l'assegnazione delle civiche benemerenze di Milano, conferite ogni anno il 7 dicembre. La riunione tra i capigruppo di Palazzo Marino e l'ufficio di presidenza si è arenata soprattutto su due nomi, quelli di Oriana Fallaci e di Magdi Allam, proposti rispettivamente da Lega e da Forza Italia ma entrambi sgraditi al centrosinistra.«La Cdl - fa sapere il capogruppo della Lega a Palazzo Marino Matteo Salvini - si è ricompattata sulla candidatura della scrittrice. Ora attendiamo che i consiglieri di opposizione prendano una decisione». E a notte fonda la decisione deve ancora arrivare. «Aspettiamo, nonostante l'ora restiamo fiduciosi», fa sapere all'una Stefano Di Martino, capogruppo di An in Consiglio comunale. Per il resto, una lunga sequela di candidature più o meno previste.L'Unione, con Basilio Rizzo, aveva proposto di premiare i lavoratori della Scala. A questo punto, una delle ipotesi di mediazione che circola nei corridoi di Palazzo Marino è quella che vorrebbe la medaglia d'oro andare a Stephane Lissner, sovrintendente del Piermarini, simbolo della ritrovata armonia tra l'ente lirico e le maestranze. Più sfumate, invece, le possibilità per l'arcivescovo di Como monsignor Alessandro Maggiolini, anche lui indicato dalla Lega.La seduta, iniziata alle 21.00 si è sviluppata subito sotto il segno della tensione. La mediazione è sembrata fin dall'inizio difficile e l'accordo sembrava essere possibile solo sui nomi meno «compromettenti».
"Ambrogini, scontro su Fallaci e Allam", Enrico Lagattolla, Il Giornale 17/11/2005
"Alle cinque del mattino e dopo nove ore di combattutissima trattativa, il Consiglio comunale milanese ha diramato la lista delle personalità che saranno insignite degli Ambrogini d’Oro. Grazie all’insistenza della Lega Nord, la prestigiosa onorificenza sarà assegnata anche ad Oriana Fallaci. Insieme all’autrice de La rabbia e l’orgoglio verrà premiato anche il giornalista Magdi Allam. Aspra la resistenza della sinistra, che pur di evitare che ai due personaggi venisse attribuito il riconoscimento, le ha provate tutte".
"Ambrogino alla Fallaci La Lega convince Albertini", La Padania, 18/11/2005

venerdì 18 novembre 2005

La Legge di Ramin

di Alice Varsami, 21 luglio 2005
Una stanza affollata, la coda ad uno sportello, il caldo afoso, l’indolenza degli impiegati. Scene di ordinaria burocrazia all’Ufficio Immigrati, Questura di Catania. In pochi metri quadri si consuma l’attesa di una speranza o di una conferma: il permesso di soggiorno, il ricongiungimento con i propri cari. Sullo sfondo, un'umanità dolente, levantina e colorata che continua, come sempre, ad attendere il proprio turno. Questura di Catania. Ufficio Stranieri. La fila ogni giorno comincia molto presto, fuori, mentre l’ufficio è ancora chiuso: si organizza tutto in modo civile, in base all’ordine di arrivo. Alle ore 8.00 le porte si aprono e la diligente organizzazione si dissolve, di colpo, perché all’interno bisogna prendere un numero. L’ordine d’arrivo non conta più. Entra in ballo un’altra legge, quella più vicina alla natura: vince il più forte. Nascono i primi scontri, generalmente in lingue diverse. Nessuno ha l’intenzione di capire o di farsi capire in questa babele, importante è solo riuscire ad arrivare allo sportello prima degli altri.
Lo spazio è stretto, troppo piccolo per il numero di persone, e la calura rende l’attesa snervante. Qui dentro non ci sono stagioni, il caldo è lo stesso a gennaio e a luglio, come se il tempo si fermasse: dalle ore 8,00 alle ore 13,00 di un giorno qualsiasi.Verso le 8.40 un primo, timido cenno di vita dietro i vetri sporchi degli sportelli: un impiegato, masticando tranquillamente l’ultimo pezzo di colazione, si siede al posto di lavoro. Senza fretta. Anche all’interno dei loro uffici c’è caldo e sembra che sia un vetro troppo sottile, quello che separa i due mondi di funzionari e immigrati. Anche loro, i funzionari, appaiono già stanchi prima di iniziare il lavoro: un lavoro che non regala molte sorprese. Tutto è monotono, tutto è burocrazia, tutto è prevedibile. Quando il numero dei clandestini supera una certa cifra, viene fuori una sanatoria che regolarizza tutti. E l’eccezione ridiventa norma. Ore 9.00. Chi ha vinto lo scontro per la pole tira fuori il biglietto con il numero 01 e si avvicina trionfalmente allo sportello Informazioni. Prenotazioni. Richiesta moduli. Gli altri restano in attesa, si scambiano informazioni su come bisogna comportarsi per non dover tornare un’altra volta. Perché si torna sempre, c’è sempre una seconda volta: per un documento che manca, per una fotocopia non chiara. Anche queste sono forse anomalie della legge: non sta scritto da nessuna parte quali siano tutte le carte e le scartoffie necessarie per un rinnovo o per un rilascio del permesso di soggiorno. E se anche si trovasse scritto, in quante lingue, in quali lingue bisognerebbe tradurlo?
Così ci pensa Ramin a mettere una pezza, volenterosamente, alle smagliature della legge: trentacinque anni, bassino, pelle olivastra. Difficile dire da dove provenga: da Le Mille e una notte, si direbbe, per i suoi vestiti orientali e colorati. Ramin sembra più informato del funzionario e dispensa perle di saggezza ai presenti. «Non devi parlare molto italiano, fratello». Prima regola, dunque: fingere di non capire la lingua. Così si prende per stanchezza l’impiegato. Alla fine, pur di liberarsi di te, farà qualsiasi cosa: compilarti il modulo di persona, chiudere un occhio sullo stesso contratto d’affitto presentato da quattro o cinque famiglie, o su una busta paga scaduta abbondantemente da vari mesi. «Io non capire italiano fratello». Poi, all’uscita, il miracolo: il cellulare squilla e la lingua si scioglie, come d’incanto: «Ciao, Salvo. Sì, tutto bene. Non si è accorto di nulla, è tutto a posto». Ore 10.00. Il caldo è sempre più soffocante. Ramin continua ad ammaestrare le folle su documenti, contratti di lavoro, carta di soggiorno, diritto di cittadinanza. Sono in pochi, anche tra i rappresentanti nel Parlamento Europeo, a conoscere tutti questi aspetti della legislazione riguardante gli immigrati: ogni problema, per Ramin, ha la sua soluzione. Troppo prosaica, a volte: «Vuoi fare richiesta per ricongiungimento familiare per portare tuo figlio? Non ti conviene, meglio adottare altro figlio».
Da un punto di vista strettamente economico, il ragionamento di Ramin non fa una grinza: nonostante tutto, nonostante i tempi lunghi, la pratica per le adozioni risulta comunque meno ostica di quella per il ricongiungimento. Il che significa, in linea teorica, che è più semplice ottenere un figlio nuovo che ricostituire la famiglia con quelli già esistenti. Qualcuno, invece, i figli li ha già in Italia. Gli immigrati africani, soprattutto, tirano fuori i permessi di soggiorno pieni di foto di familiari, come vecchi album di ricordi. Non tutti si commuovono, anzi: i più si lamentano della lentezza con cui la coda adesso si muove, per l’esame accurato che richiedono questi fascicoli. Ore 11.00. Si dice che la pazienza viene sempre ripagata e ogni piccolo passo avanti accorcia la distanza che separa dallo sportello. Non è consigliabile uscire a prendere un po’ di aria perché non si sa se si potrà rientrare senza aver perso il turno. Anche l’attesa dentro questo locale sembra una metafora dell’immigrazione: uscire, è semplice; entrare, sembra sempre più complicato.La vita, per un immigrato, non è mai facile. A prescindere dalla situazione migliore o peggiore che trova nel paese che lo accoglie, persino quando – raramente – la ruota gira per il verso giusto, è comunque un dramma dover adattare le piccole abitudini alla nuova situazione, entrare nella mentalità e nei costumi del posto per non restare a vita un estraneo. Integrarsi, cioè.
E nel tentativo di appropriarsi della nuova vita l’immigrato, spesso, si allontana dalla precedente, perde le proprie radici, senza saper «sciogliere - come scriveva Ungaretti - il canto del suo abbandono». Estirpare le proprie radici, senza poterle trapiantare in una nuova terra: abbandonarle lì, nella vecchia terra, sepolte assieme alla tua origine. Ore 12.00. Il caldo ha già logorato i nervi: il funzionario dietro il vetro sbraita all’indirizzo di una signora che vorrebbe prenotare il rinnovo del permesso di soggiorno senza aver portato dietro il vecchio, ma soltanto la carta d’identità. «Il tuo documento in Italia e il tuo permesso di soggiorno» grida lui, paonazzo. «Il Suo permesso di soggiorno», corregge polemicamente la signora. E aggiunge: «Se ho una carta d’identità è logico che ho un permesso di soggiorno in regola, in Italia non mi è mai stato rilasciato un documento senza questo permesso». «Se ti trovano i carabinieri sprovvista», insiste il funzionario, «passi un giorno in caserma». «Senta, ho addosso una giacca che costa il suo stipendio di un mese e guido una macchina di settanta milioni; secondo lei mi chiederanno mai il permesso di soggiorno»? Un colpo basso all’impiegato: e la signora abbandona il palcoscenico con atteggiamento maestoso. «Questo non va bene per extracomunitario», chiosa saggiamente Ramin. «Perché se sei extracomunitario non puoi stare meglio del cittadino medio europeo». A meno che – sono sottili, a volte, le distinzioni – non si tratti di altri extracomunitari. Americani, giapponesi. Nessuno, però, li definisce così. È un termine che ha acquisito ormai una connotazione sociale, più che geografica e politica – una connotazione dispregiativa, comunque – e che sembra mal attagliarsi a immigrati benestanti. Solamente agli immigrati di serie B, di serie C: nordafricani, europei dell’Est, cinesi. Senza che nessuno di preoccupi troppo delle motivazioni che li hanno portati via dalla loro terra. Ore 13.00. Orario di chiusura. Si chiude lo sportello, si sfolla attraverso le porte. Qualcuno ha risolto tutto, qualcuno dovrà tornare. Il tempo è fermo fra le 8.00 e le 13.00 di un giorno qualsiasi.

Scovando Osama

"Un arabo in vestiti afghani venne verso l'auto. Lo riconobbi subito dal nostro ultimo incontro in un villaggio in rovine. "Sono spiacente signor Robert, ma devo essere il primo a perquisirla", disse, mettendosi a cercare nella mia borsa da fotografo e tra i giornali. E così partimmo per tragitto che Osama bin Laden aveva costruito durante la sua jihad contro l'esercito russo nei primi anni '80, una terrificante, scivolosa, odissea di due ore tra gole spaventose sotto la pioggia e la pioggia mista a neve, con il parabrezza che vaporizzava mentre scalavamo la fredda montagna. "Quando credi nella jihad, è facile", disse, combattendo con la ruota di sterzo mentre i sassi fuggivano dai pneumatici, cadendo giù nel precipizio, verso le nuvole di sotto. Poco alla volta, brillarono nella nostra direzione da molto lontano, nell'oscurità. "I nostri fratelli ci stanno facendo sapere che ci vedono", disse"...

Estratto da 'The Great War for Civilisation: the Conquest of the Middle East' (La Grande Guerra per la Civiltà: La conquista del Medio Oriente) di Robert Fisk, reporter dal Medio Oriente per l'Independent, che è stato pubblicato da 4th Estate il 3 ottobre 2005. Per leggere il resto, ovvero il racconto dei due incontri avuti con Osama Bin Laden, in Sudan e in Afghanistan, cliccare qui.

giovedì 17 novembre 2005

La retorica dell'Energumeno

Un po' di tempo fa, su questo sito, interveniva un individuo antipatico, meschino e patetico - anche se buffo - che si cela dietro il nick "Castruccio" e che scriveva dall'Ip 81.208.83.xxx (*). Da un po' di tempo non lo si vede più da queste parti perché è stato bannato, ovvero gli è stato impedito di postare commenti: una decisione poco democratica, certo, ma necessaria per le ragioni che elencherò più avanti. Ma il Castruccio, che d'ora in avanti battezzerò l'Energumeno (aggiungendolo tra l'altro alla lista dei "miei diffamatori" nella colonna a destra), non demorde: non potendo dire "la sua" qui, va a dirla sul blog di Dacia Valent oppure su quello della Cialtrona di Via Bellerio, alias Stefania Atzori, confidando nel fatto che i miei abituali lettori - a seconda dei punti di vista - si recano su uno o sull'altro blog. L'energumeno in questione non disdegna inoltre farsi vivo nei siti dove eventualmente vengo nominato o che abitualmente frequento. Nulla da eccepire: per quanto mi riguarda può farsi sparare sulla luna da un cannone come il Barone di Munchausen per dire tutto quello che vuole e gridarlo anche coi megafoni. Ma qua - semplicemente - non gli sarà più permesso farlo, anche a costo di usare la moderazione preventiva dei commenti. Almeno fin quando non si screditerà da solo a tal punto che perfino la "censura" diventerà superflua, visto che questa "museruola terapeutica" avrà compiuto la sua opera educatrice. Sono fermamente convinto che sia sulla buona strada per raggiungere quell'obiettivo.

Ora, intendiamoci, Castruccio l'Energumeno non è l'unico. E' solo il primo di una schiera di imbecilli che insistono nell’imbrattare questo spazio o altri, lasciando ogni tanto qualche commento, sempre dello stesso tenore e della stessa povertà lessicale o "argomentativa". Questo, ovviamente, non dimostra che Castruccio ha - in qualche modo o secondo qualche logica perversa - ragione, ma più semplicemente che la mamma degli energumeni è sempre incinta: ne sforna così tanti che mi viene addirittura il sospetto che questa mamma sia in realtà una fabbrica, non ce l'hanno mai detto per non spaventarci. Prendo quindi il Castruccio come esempio perché è stato il primo, e gli va riconosciuto il demerito di aver riscoperto le virtù di un vecchio metodo "politico", usato maggiormente da quelli che non hanno argomenti per confutare – in maniera sensata e pacata – quanto io scrivo. Badate bene, non dico che sia impossibile farlo, anzi, il problema è che una certa genia è sprovvista delle capacità intellettuali che consentirebbe loro di farlo. Il metodo è semplice: non puoi controbattere, quindi attacca la figura del tuo interlocutore.

Mi spiego meglio: come ha già avuto modo di dire un brillante commentatore di questo blog, Saber, il sottoscritto è un "personaggio scomodo" per varie ragioni: la prima delle quali è che non incarna l'immagine del musulmano da vignetta che alcuni presentatori televisivi hanno dato in pasto all'immaginario collettivo di questo paese. Sono anche abbastanza giovane, per cui - scava scava - nella mia vita non c'è praticamente nulla da strumentalizzare: altre persone vengono screditate perché hanno militato di qua o erano iscritte di là, cose che il sottoscritto non ha nemmeno avuto il tempo di fare, francamente. Ci hanno quindi provato con altri metodi: la Cialtrona che mi ha dipinto come dispensatore di fatwe virtuali, beccandosi una denuncia della IADL, il temerario Luca che mi ha presentato come un "negazionista dell'olocausto" salvo poi cancellare la frase in cui lo affermava, il leghista travestito da “musulmanofilo” che mi chiede "come può liberare la Cecenia" e via dicendo.

Castruccio invece è stato - ammettiamolo - più "intelligente". Intuendo che quella non era una strada praticabile, ha scelto il mio curriculum come strumento per screditarmi. Si, proprio quello riportato là sopra a destra. Un curriculum lungo una trentina di righe (purtroppo il limite imposto da questo portale fissa la presentazione in soli 1200 caratteri :)), riportato li - in quei termini - apposta. Il perché questo curriculum possa sembrare arrogante, megalomane, egocentrico, insomma il perché stia “sulle balle", passatemi il termine, mi sfugge. L’unica spiegazione che riesco a trovare è che alcuni cittadini di questo paese, purtroppo, hanno in mente un'immagine stereotipata dell'immigrato, specie se arabo e musulmano. Deve essere sbarcato da un gommone e quindi "gentilmente ospitato", deve essere indigente quindi stare "zitto e buono", deve abitare in un garage con altri dieci connazionali e lavorare in una pizzeria così "pensa a sgobbare per sopravvivere e non rompe", deve avere la barba lunga e sciorinare versi del Corano a ogni piè sospinto come fa Andrea Sartori, un'altra indegna presenza che capita in questo blog, e quindi essere "ghetizzato" e assai ridicolo in quanto ad argomenti. Potrebbe darsi che il mio curriculum li disorienti. A questo aggiungete il fatto che mi trovo perfettamente à l’aise in questo paese, che non proietti una sensazione di precarietà, tutt’altro e che, soprattutto, non ho assolutamente l'intenzione di stare zitto o di farmi impaurire dai ricatti xenofobi e razzisti di taluni individui. Se si è un esemplare della specie degli Energumeni c’è davvero di che essere scombussolati.

Questa cosa ha mandato in bestia tanti, non abituati e assolutamente impreparati a confrontarsi con questo tipo di immigrato. Effettivamente l’eloquio è il solito: "sei un ospite", "ma nel tuo paese succede...", "se non ti piace vattene", ecc ecc. Una retorica che tutto sommato ho avuto modo di analizzare in più di un'occasione. Il metodo dell'energumeno invece consiste in una pratica assai ricorrente per sbarazzarsi - in senso figurato - di un potenziale "guastafeste" come il sottoscritto - descritto addirittura da un altro emulo del Castruccio come "il classico esempio di ospite scomodo, di quelli che dopo tre giorni puzzano". Sono scomodo e "puzzo" perché pongo interrogativi e sfide sconvenienti: come rispondi ad uno che non ha paura del solito ricatto "ora-ti-ritirano-il-permesso"? Come lo spaventi, come lo riduci al silenzio se manco il dipingerlo come un dispensatore di condanne sul quotidiano delle bufale lo impressiona? Ecco che salta fuori l'Energumeno che, oltre a far man bassa dei soliti luoghi comuni, si concentra in particolar modo sullo "smontare" la presentazione del sottoscritto.

E così vediamo questo deficiente girare per i blog per parlare di mia madre in termini assolutamente inaccettabili, della mia laurea, del mio corso di arabo, dei miei voti alle elezioni studentesche, della mia collaborazione con i quotidiani, del mio permesso di soggiorno, della "medaglietta Mattel" che poi medaglietta non è bensì un orsacchiotto con cui dormo tuttora, insomma.... la sua fissazione lo fa assomigliare più ad un pedofilo ossessionato che ad un semplice navigatore del web, seppur inacidito dalla pensione e dalla panza che non riesce a calare. Oddio, potrei dire tante cose per rispondergli, potrei spiegargli perché il sottoscritto non ha la cittadinanza greca, che tutte le cose che mette nella mia bocca sono solo palesi storpiature di quanto c'è scritto nero su bianco qua e dappertutto, tipo l'affermare che avrei detto di essere "un docente universitario con una cattedra" per il semplice fatto che c'è scritto che tengo un corso di lingua nell'ambito di un prestigioso ed apprezzato progetto culturale che si svolge grazie al sostegno di un ateneo che non è nemmeno un ateneo umanistico, o che sono un "giornalista iscritto all'albo" quando c'è scritto che collaboro in veste di opinionista ecc. ecc. o che mi sono stufato di dire che no, non è vero che non sono stato eletto rappresentante degli studenti nel mio ateneo (un incubo per i nemici dell'integrazione, quelli contrari al diritto di voto agli immigrati) e che quelle "prove" che porta a sostegno delle sue affermazioni si riferiscono a votazioni completamente diverse o che il fatto che sul sito del mio Club Rotaract non ci sia il mio nome è semplicemente dovuto al fatto che il sito non è aggiornato da due anni.

L'ho fatto, avrei voluto farlo di nuovo adesso ma poi la risposta è stata che quel curriculum è una montatura, una scrittura ambigua che induce gli altri in errore, che è tutto un "vorrei ma non posso", "fumo senza arrosto" e allora ti viene voglia di sbattergli sotto il muso i documenti, le lettere, i certificati, quanto necessario per dimostragli che non è cosi, che non c'è nulla di falso o di ambiguo in quanto c'è scritto ma che è solo la sua malafede a storpiarlo apposta. Ma poi mi sono detto: ma tanto troverà il modo comunque per proseguire, per ribattere, per dire che ha ragione… Tanto il concetto è "diffami la persona per diffamarne il messaggio" e poi hanno la faccia tosta di dirmi che io "diffamo le vite private". Leggetevi l'ultima sua dichiarazione: "Tornando a sua madre, probabilmente, non è questione di fertilità degli imbecilli ma di eccessive frequentazioni e rapporti". Non c'è che dire, un vero signore: uno di quelli che, stando alle sue parole "nelle aule di giustizia, ci entrano a testa alta, da signori e padroni..". E ne escono probabilmente in manette, oserei aggiungere. Oppure "Ora le ricordo, nuovamente la precarietà della sua situazione "amministrativa" sul territorio nazionale italiano...Qualcosa mi dice che, la sua pratica di rinnovo verrà accuratamente esaminata, foglio per foglio, dichiarazione su dichiarazione... uno spulciamento totale." Già... ma chi cavolo è quell'energumeno affinché io debba rendergli conto dei miei esami, dei miei voti, delle mie attività, del mio permesso di soggiorno, della mia cittadinanza? Una patetica macchietta, una nullità, un individuo che passa tutto il santo giorno davanti al computer per disquisire di legge copiando da Internet, millantando lauree ed imprese che probabilmente esistono solo nella sua testa. Ma un “Castruccio” dove si laurea (ben due volte), a Eurodisney? Ne scrivo perché è seccante pensare che l’essere italiano venga così svilito da siffatti esemplari. A leggerli nei commenti in questo blog ed altrove è sconsolante rilevare che il popolo di navigatori, inventori, santi e poeti sia rappresentato da Energumeni, Cialtrone, Giullari e Maghe Lisistrate, che basandosi unicamente sulla loro casuale nascita in questa terra pensano di valere più degli altri. Scommetto che ci sono un sacco di italianissimi genitori che prendono a pietrate le cicogne e a calci i cavoli.
(*) Prima che mi minacci di nuovo "per la pubblicazione di dati privati e sensibili", gli voglio ricordare che il suo IP è stato pubblicato cosi come appare pubblicamente quando interviene nei commenti dei blog ospitati dalla piattaforma de Il Cannocchiale, ovvero dalla Cialtrona: quanto basta affinché bloggers e lettori lo riconoscano virtualmente quando mostrerà l'irrefrenabile desiderio di parlare di me.

mercoledì 16 novembre 2005

Da immigrato a cittadino

La decisione dell’Unione di far partecipare gli immigrati alle primarie per la scelta del candidato premier alle elezioni politiche del 2006 è un fatto di grande rilevanza politica. Una scelta che consente agli immigrati di partecipare alla scelta del candidato premier e per converso alla definizione del profilo politico-programmatico dell’Unione. E evidente che si tratta di elezioni primarie ma con questa scelta l’Unione si impegna a concedere il diritto di voto agli immigrati se vincerà le elezioni. Ed è una fatto importante che consente di ridisegnare i confini e la qualità della democrazia italiana. Infatti, la democrazia, come sistema politico e come modello di società, si fonda su due dimensioni: il riconoscimento dei diritti di cittadinanza e delle libertà politiche agli individui da un lato e dall’altro la creazione di condizioni necessarie all’assunzione collettiva del destino della comunità. Il fatto che una parte cospicua della popolazione non gode di alcuni benefici della cittadinanza e non può partecipare alle decisioni che riguardano il destino collettivo non può che essere in contraddizione con i principi stessi della democrazia. Bene dunque la partecipazione degli immigrati alle primarie come primo passo verso la concessione del diritto di voto. Non c’è dubbio che il diritto di voto costituisce una delle forme tra le più importanti di partecipazione politica. La preclusione di un tale diritto rappresenta una esclusione e di conseguenza un venire meno di quelle condizioni che sono indispensabili per l’integrità della persona. Senza partecipazione politica, l’individuo non può accedere alla cittadinanza.

Finora il tema della partecipazione politica degli immigrati è stato demandato all’iniziativa dei singoli comuni che hanno deciso se e come favorire la partecipazione degli cittadini non comunitari residenti sul loro territorio. In questo contesto la realtà ci consegna un quadro a tinte fosche dove le forme di partecipazione politica degli immigrati, specie se provenienti da stati terzi, rimane quella negli organi consultivi. Quindi con la decisione dell’Unione di concedere il diritto di voto alle elezioni primarie che prefigura un impegno conseguente di dare il diritto all’elettorato attivo e passivo alle elezioni amministrative, si registra un salto di qualità sul piano politico rispetto al dibattito sulla partecipazione politica degli immigrati stabilmente residenti. Inoltre c’è da dire che non è una novità il fatto di affrontare il tema ma per la prima volta viene fatto in termini unitaria con un’assunzione di responsabilità collettiva di diverse forse politiche. Ed è in questo che va visto l’importanza della scelta dell’Unione. Infatti, dalle diverse forme di rappresentanza degli immigrati a livello locale alle proposte sul voto alle amministrative, il dibattito si è riaperto sulla partecipazione politica. Oggi vi sono diverse proposte giacenti in Parlamento che hanno come oggetto la concessione dell’elettorato attivo e passivo per i residenti di lunga durata. Vi è persino una riconversione républicaine della destra di Fini su questo tema che rivela la maturazione dei tempi anche in Italia per conseguire il riconoscimento di questo diritto fondamentale per l’integrazione degli immigrati nella comunità “nazionale”.

Infine, si spera che accanto a questa scelta dell’Unione si affrontino la questione dei diritti di cittadinanza, che oltre all’elettorato attivo e passivo, dovrebbe riguardare cimentarsi sulla riforma della legge sulla cittadinanza con il passaggio dal jus sanguinis al jus solis. E’ assurdo che ancora oggi in Italia si dà la cittadinanza a discendenti di emigrati italiani che non hanno mai messo piede in Italia e pagano le tasse altrove e questo diritto venga negato a figli di immigrati nati in Italia i cui genitori lavorano e pagano le tasse nel nostro paese. Vanno altresì affrontati alcuni temi urgenti come il diritto d’asilo e le libertà religiose. Infine L’Unione dovrebbe varare una nuova legge quadro sull’immigrazione che superi la Bossi-Fini e innovi rispetto alla Turco-Napolitano a cominciare da politiche di ingresso che raffigurino le condizioni per disincentivare la clandestinità.. Tuttavia va detto che, per una governance qualitativa dell’immigrazione, non bastano delle buone leggi ma vanno promosse anche delle politiche pro-attive di inclusione sociale degli immigrati per una convivenza civile e democratica nel senso di una comunità coesa.
Ali Baba Faye
Responsabile Nazionale Immigrazione DS
Un altro intervento di Ali Baba Faye a favore del diritto di voto agli immigrati, si può leggere qui.

martedì 15 novembre 2005

Quelle barriere agli immigrati

di Giovanna Zincone, La Repubblica 11/11/2005

In politica repetita non juvant, spesso è meglio cambiare strada. Le politiche di integrazione non fanno eccezione. Molti paesi europei lo hanno già capito, e i francesi sono costretti a capirlo in questi giorni. Quanto a noi, è meglio che ci sbrighiamo. Finora abbiamo soprattutto compiuto un´anacronistica marcia indietro. La legge di riforma della cittadinanza del 1992 privilegia sfacciatamente i cittadini stranieri di origine italiana, come se fossimo ancora un paese di emigrazione. Con quel provvedimento hanno riacquistato la nazionalità circa 164.000 discendenti da emigrati che l´avevano persa. Gli altri, che se la erano, magari sbadatamente, tenuta, non rischiano di perderla. Basta un solo, singolo lontano antenato per mantenere la nostra cittadinanza, insieme con quella del paese di residenza, illimitatamente. Non è necessario conoscere l´italiano, né aver visitato l´Italia, e in effetti molti dei neo-cittadini non contano di farlo. Infatti il passaporto italiano serve sia ad entrare negli Stati Uniti senza obbligo di visto, sia a circolare e lavorare liberamente nell´Unione Europea. Una ricerca di Gallo e Tintori (per FIERI) rende conto dell´entità del fenomeno: dal 1998 al 2004 quasi 540.000 persone hanno ottenuto il passaporto italiano presso un consolato. Per gli altri, invece, per gli immigrati nel nostro paese che non hanno gocce di antico sangue italico, ma che in compenso qui stanno e qui lavorano, acquistare la cittadinanza, dal 1992, è diventato più difficile: 10 anni di attesa invece di 5. E´ vero, il passaporto non fa il cittadino, non integra, e vari casi europei lo dimostrano. Ma una legge nazionalista, come la nostra, contiene un messaggio pubblico molto rischioso: "non siete dei nostri, non vi vogliamo". Fortunatamente, in Italia, abbiamo ancora tempo per correggere la nostre politiche di integrazione. In confronto ad altri paesi europei, l´Italia ha oggi diversi vantaggi. Sono vantaggi che le derivano paradossalmente da evidenti svantaggi o arretratezze. L´Italia, meno ricca, è arrivata relativamente tardi rispetto alla capacità di attrarre flussi migratori. Perciò le temibili seconde generazioni stanno già nascendo, ma sono fatte soprattutto di bambini piccoli. I nati da genitori stranieri sono oggi circa 500.000, saranno un milione nel 2012, secondo le stime di Stefano Molina (per la Fondazione Agnelli). Per ora, però, la loro età media è di 6 anni. Quindi possiamo ancora correggere i problemi educativi di questi ragazzi: minore successo scolastico, maggiori abbandoni, concentrazione nelle scuole professionali. Possiamo farlo attraverso politiche attive dell´istruzione, che dovrebbero coinvolgere tutte le fasce e le aree culturalmente deboli del nostro paese. Rispetto alle minoranze immigrate, un altro tratto negativo, comune ad altre società europee, si è profilato anche da noi: la discriminazione nelle assunzioni. A parità di caratteristiche i datori di lavoro italiani prediligono nettamente i connazionali, almeno stando ai risultati di una ricerca empirica FIERI-ILO. Se non vogliamo la rabbia dei ragazzi disoccupati domani, dobbiamo sbrigarci a contrastare la discriminazione nelle assunzioni dei giovani lavoratori di origine immigrata oggi. Lo stesso vale per l´aggressività e la prepotenza nei confronti degli immigrati di una parte delle nostre forze dell´ordine. Questo fattore scatenante della rivolta francese, può scattare in futuro anche in Italia, se non formiamo polizia e carabinieri al rispetto dei cittadini e non reclutiamo al loro interno minoranze etniche. L´Italia dunque ha qualche tempo in più, rispetto ad altri colleghi europei, per correggere i propri errori ed ha qualche vantaggio che le deriva dai suoi fallimenti. Può contare così sul "vantaggio" di una esperienza coloniale marginale, tardiva e breve che non ha prodotto imponenti ed omogenei flussi migratori dall´ex-impero, come in Francia. L´immigrazione in Italia è oggi molto frammentata; questo pone problemi organizzativi, ma evita blocchi etnici compatti e potenzialmente antagonisti. L´Italia ha pure il "vantaggio" di una ben modesta politica di abitazione per le fasce deboli. Non abbiamo costruito interi quartieri per i poveri, come le Habitation à Loyer Modérè francesi. Da noi, le case popolari sono poche e ci convivono italiani e stranieri, anche se i conflitti pratici e politici sui criteri di assegnazione di questa risorsa scarsa sono notevoli. Abbiamo il "vantaggio" di affitti cari, perciò anche gli stranieri hanno cominciato a comprare casa e le ricerche di mercato rivelano che, quando lo fanno, non ci tengono affatto ad accorparsi tra loro. Quindi, nel pubblico e nel privato, nazionali e immigrati coabitano. I quartieri etnici per ora sono pochi. Le eccezioni riguardano soprattutto una comunità, quella cinese, capace di tenere un forte ordine interno. Insomma, abbiamo un po´ di tempo e possiamo contare su qualche opportunità che ci deriva dai nostri fallimenti. Ma corriamo anche grossi rischi se non agiamo tempestivamente. Dobbiamo dotarci di strumenti di integrazione che non abbiamo: una scuola capace di promuovere socialmente, un sostegno all´alloggio per le fasce deboli che eviti i ghetti degradati, un´educazione al rispetto dei cittadini e della legalità da parte delle forze dell´ordine. Non sono strumenti che si costruiscono in fretta, ma hanno l´indubbio vantaggio di essere indispensabili anche per gli italiani, e per qualunque società decente.

lunedì 14 novembre 2005

Se la misura dovesse colmarsi

Il linciaggio di new Orleans. Obiettivo: gli italiani. Si racconta che le mamme con i bambini in braccio si chinavano sui cadaveri per inzuppare i fazzoletti nel sangue come souvenir.

Spesso e volentieri alcuni cialtroni/e mi accusano di "offendere e diffamare l'Italia e gli italiani", di "prendersela con chi gentilmente mi ospita" e di "sputare nel piatto dove mangio". Sono accuse false che più volte ho affrontato, e che voglio - repetita juvant - ricordare brevemente prima di proseguire: disquisire civilmente - come faccio io tra l'altro - del fenomeno migratorio in Italia, delle difficoltà e degli ostacoli che un immigrato incontra in questo paese non è nè un offesa nè un insulto. E' prendere atto della realtà, è fare critica costruttiva, è segnalare dei problemi per ovviare in tempo a problematiche che potrebbero esplodere violentemente, come succede oggi nelle banlieues parigine. Tra l'altro ho sempre contestato, e duramente, la descrizione di "ospite" e di "piatti dove si mangia": fino a prova contraria, è il sottoscritto ad investire la propria forza lavoro, i propri soldi e la propria creatività in questo paese, che ha accettato la mia presenza come "inquilino", che ha doveri ma anche - è importante che qualcuno non se lo scordi - diritti.
Frequentemente ritrovo nei commenti degli articoli pubblicati su questo sito risposte allucinanti per razzismo e maleducazione. Sempre più frequentemente trovo articoli e commenti denigratori nei miei confronti in giro per la rete. Ma le risposte che mi sconvolgono molto più del razzismo distillato che emerge da certe affermazioni, molto più delle diffamazioni, sono quelle che "avvertono" gli immigrati, che "ammoniscono" del momento in cui "gli italiani avranno le balle piene". Tempo fa mi era capitato un individuo che affermava: "l'italiano è pericoloso signor scierif se lo ricordi, perché pensa solo a salvarsi il proprio orticello. Non amando la patria, non sa quindi cosa significhi la fratellanza e di conseguenza non speri di poter ottenere aiuto in caso di bisogno e qualora la fortuna dovesse girarle le spalle. Gli italiani convertiti poi sono i peggiori, perché vivono perennemente la condizione di coloro che devono dimostrare di appartenere". L'altro giorno un altro individuo invece ha affermato: "Ricordatevi però voi musulmani che gli italiani sono stati dominati da cani e porci ma se ne sono sempre liberati... borboni, arabi, tedeschi, austriaci, barbari... chiunque è venuto qui a fare il padrone, se n'e' dovuto poi tornare con la coda tra le gambe... ricordatevi cari musulmani, che gli italiani hanno in casa 4 mafie, hanno avuto terrorismo, quindi non sono proprio degli sprovveduti nella gestione di queste calamità. Non pensate quindi che delle ipotetiche "banlieues" possano replicarsi qui da noi e gli italiani fermi come i francesi a vedersi distrugegre le città. I francesi vivono con il senso di colpa verso algerini, magrebini, ma gli italiani no. Quello italiano è un popolo "matto", che può farvi entrare in Italia a gruppi di 500 senza battere ciglio, ma poi rispedirvi a casa a gruppi di 5000 quando la misura dovesse colmarsi più del dovuto".
Gli stessi individui accusano il sottoscritto di offendere "l'Italia e gli italiani". Loro però possono tranquillamente dire che gli italiani sono "un popolo matto", un "popolo pericoloso", che "non conoscono la fratellanza", che "non amano la Patria", che "pensano a salvare il loro orticello", che non "danno aiuto in caso di bisogno". Queste affermazioni non sono nè offese, nè insulti, nè tantomeno diffamazione dell'Italia e degli italiani ? E se fosse stato il sottoscritto a scrivere queste cose raccapriccianti, a dire queste bestialità, non sarei stato accusato di offendere il paese e probabilmente anche espulso stanotte? Se le avessi tradotte in inglese e pubblicato su qualche giornale statunitense come descrizioni autoctone del popolo italiano non sarei stato accusato di recare danno all'immagine internazionale dell'Italia? Credo che l'esempio di questi due individui, che non sono nemmeno gli unici, visto che ci sono decine e decine di altri esempi in giro per la rete, riassumi in sè la natura di questo movimento razzista, cappeggiato da alcuni individui senza scrupoli: il punto non è ciò che dice lo straniero, ma il fatto che lo dica. Lo straniero, anche se risiede legalmente, se lavora, se paga le tasse, non ha il diritto di parlare, di dire alcunché nemmeno civilmente, nemmeno su ciò che riguarda la sua vita, il suo futuro e quello dei suoi figli: deve subire e stare zitto. L'autoctono invece ha tutto il diritto di dire tutte le scempiaggini di questo modo, di sputare sul paese di cui ha - e passatemi il termine - immeritatamente la cittadinanza, ma lo può fare perché è un autoctono.
Cosa dovrebbe pensare un immigrato, leggendo quelle affermazioni? Che è meglio prepararsi per il peggio? Che forse è il caso non investire in Italia, non comprare casa, tenere delle scorte alimentari in cantina e un'arma per difendersi in caso di" insurrezione autoctona"? Che c'è il rischio di deportazione, di genocidio, di campi di concentramento, di leggi razziali come in passato o di linciaggi come quelli attuati nei confronti degli immigrati italiani negli Stati Uniti o come stava quasi per succedere a Varese poco tempo addietro ? Ma questi individui si rendono conto dell' allarme sociale che stanno alimentando in un momento critico dell'attualità europea? Provengo da un paese fortemente nazionalista. Ogni mattina, a scuola, ci mettevamo in fila e salutavamo la bandiera militarmente mentre veniva innalzata sull'asta e rieccheggiava l'inno nazionale. Amo il mio paese d'origine e lo rispetto perché è quello che mi ha visto nascere, crescere, dandomi gli strumenti per diventare ciò che sono oggi. Sono conscio che ha i suoi problemi e i suoi difetti, ma non mi permetterei mai di fare affermazioni simili a quelle fatte da questi signori, e non per paura - so in effetti che qualcuno direbbe che è per quello - ma per semplice rispetto. E questo è un valore che voglio trasferire anche verso questa patria di adozione, e se critico, se oggi scrivo in italiano - e non in inglese o francese o arabo - denunciando delle cose che secondo me, come immigrato, non funzionano, è perché amo questo paese, perché sono conscio che il suo benessere è anche il mio. E mi fa davvero male vedere che mentre io mi sforzo per digerire ciò che succede, ciò che mi è successo, per farne un esempio e offrirlo all'attenzione pubblica interna, nell'ottica di risolvere i problemi ed evitare il peggio, mentre io devo giustificare la mia stessa presenza su questo territorio, ci siano degli individui che - facendosi scudo delle proprie origini - dimostrano di non volere bene a questo paese, di non rispettarne gli abitanti, di essere indegni - in poche parole - di portarne la cittadinanza.