Consulta islamica, tutti dentro
«Non vinco io ma lo stato di diritto»
Ricevo e pubblico volentieri:
Da giudice a imputato, in nome del principio di laicità e uguaglianza. È questa la storia del giudice Luigi Tosti che ormai da mesi porta avanti una personale battaglia contro la presenza nei luoghi pubblici del crocifisso. Una protesta che l'ha portato davanti al giudice del Tribunale de L'Aquila, che oggi l'ha condannato a sette mesi di reclusione e un anno d'interdizione dai pubblici uffici per omissione di atti di ufficio. Dal 9 maggio scorso, infatti, il giudice Luigi Tosti ha incrociato le braccia e si rifiuta di tenere le udienze nelle aule in cui è esposto il crocifisso. La sua battaglia personale, andata avanti anche a colpi di lettere alle istituzioni, dura già da tempo, iniziata già nei seggi elettorali della sua città d'origine. A giugno, infatti, durante il referendum sulla fecondazione, il giudice e sua moglie si rifiutano di votare perchè nei seggi di Rimini è esposto il simbolo cattolico. «Per l'ennesima volta io e mia moglie ci siamo recati al seggio - raccontava il giudice- e abbiamo chiesto che accanto al crocifisso fosse esposta anche la 'menorah', il candelabro ebraico. La Prefettura non ha acconsentito, imponendo anzi di rimettere il crocifisso al proprio posto, così noi non abbiamo votato». Dal 9 maggio, la sua protesta si sposta all'interno del Tribunale di Camerino dove il giudice lavora. Anche qui il ministero della Giustizia non lo autorizza ad esporre la menorà ebraica a fianco della croce. Per farlo recedere dal suo sciopero, l'amministrazione giudiziaria pensa anche di allestire all'interno del Tribunale di Camerino un'apposita aula senza crocifisso. Questa proposta, però, non piace al giudice che la respinge immediatamente, bollandola come 'un'intollerabile ghettizzazione ai danni di un dipendente che non si identifica nel crocifisso dei cattolici«. Ad ottobre Luigi Tosti decide di scrivere alle istituzioni per far conoscere loro la sua vicenda. Il giudice scrive prima di tutto al ministro della Giustizia Roberto Castelli e alla Corte dei Conti per chiedere di essere rimosso dalla magistratura o che gli venga sospeso lo stipendio. »Dal momento che ritengo che i cittadini italiani abbiano il diritto, nella loro qualità di contribuenti, di non veder sperperato il proprio danaro - si legge nella lettera- invito l'Amministrazione della Giustizia ad essere coerente con sè stessa, e cioè o a rimuovermi dalla Magistratura, visto che l'Amministrazione ritiene di essere nel giusto, o a sopendere il pagamento degli stipendi«. «Ho iniziato a rifiutarmi di tenere le udienze - spiega poi il giudice - perchè l'ammnistrazione giudiziaria si rifiuta di rimuovere i simboli religiosi di parte dalle aule giudiziarie e comunque non mi autorizza ad esporre i miei simboli, così violando il principio supremo di laicità ed altri diritti soggettivi assoluti di rango costituzionale». Il giudice di Camerino scrive anche al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, proponendo quindi di sostituire il crocifisso con una sua immagine come simbolo 'neutralè nel quale tutti gli italiani, al di là delle confessioni religiose, possano riconoscersi. «Ritengo che l'esposizione di un unico simbolo religioso nei locali deputati all'esercizio di pubbliche funzioni -scrive Luigi Tosti nella lettera al presidente Ciampi- sia incompatibile con l'obbligo dello Stato di essere neutrale, imparziale ed equidistante nei confronti delle altre religioni e dei cittadini che credono in religioni diverse o non credono in nessuna».
Feras Jabareen, l’Imam della moschea di Colle Val d’Elsa (Siena) ha ricevuto un invito a partecipare ad uno spettacolo organizzato dalla sede diplomatica degli Stati uniti d’America di Firenze in collaborazione con l’amministrazione comunale colligiana. Il nome di Jabareen, è salito agli onori delle cronache nazionali anche grazie alla «sponsorizzazione» del vicedirettore del Corriere della Sera Magdi Allam, che lo ha ha annoverato tra i volti dell’«Islam moderato». Ma le cose cambiano in fretta, e da Imam moderato si può tranquillamente discendere negli inferi dell’Islam estremista e pericoloso.
di Giovanna Zincone, La Repubblica 11/11/2005In politica repetita non juvant, spesso è meglio cambiare strada. Le politiche di integrazione non fanno eccezione. Molti paesi europei lo hanno già capito, e i francesi sono costretti a capirlo in questi giorni. Quanto a noi, è meglio che ci sbrighiamo. Finora abbiamo soprattutto compiuto un´anacronistica marcia indietro. La legge di riforma della cittadinanza del 1992 privilegia sfacciatamente i cittadini stranieri di origine italiana, come se fossimo ancora un paese di emigrazione. Con quel provvedimento hanno riacquistato la nazionalità circa 164.000 discendenti da emigrati che l´avevano persa. Gli altri, che se la erano, magari sbadatamente, tenuta, non rischiano di perderla. Basta un solo, singolo lontano antenato per mantenere la nostra cittadinanza, insieme con quella del paese di residenza, illimitatamente. Non è necessario conoscere l´italiano, né aver visitato l´Italia, e in effetti molti dei neo-cittadini non contano di farlo. Infatti il passaporto italiano serve sia ad entrare negli Stati Uniti senza obbligo di visto, sia a circolare e lavorare liberamente nell´Unione Europea. Una ricerca di Gallo e Tintori (per FIERI) rende conto dell´entità del fenomeno: dal 1998 al 2004 quasi 540.000 persone hanno ottenuto il passaporto italiano presso un consolato. Per gli altri, invece, per gli immigrati nel nostro paese che non hanno gocce di antico sangue italico, ma che in compenso qui stanno e qui lavorano, acquistare la cittadinanza, dal 1992, è diventato più difficile: 10 anni di attesa invece di 5. E´ vero, il passaporto non fa il cittadino, non integra, e vari casi europei lo dimostrano. Ma una legge nazionalista, come la nostra, contiene un messaggio pubblico molto rischioso: "non siete dei nostri, non vi vogliamo". Fortunatamente, in Italia, abbiamo ancora tempo per correggere la nostre politiche di integrazione. In confronto ad altri paesi europei, l´Italia ha oggi diversi vantaggi. Sono vantaggi che le derivano paradossalmente da evidenti svantaggi o arretratezze. L´Italia, meno ricca, è arrivata relativamente tardi rispetto alla capacità di attrarre flussi migratori. Perciò le temibili seconde generazioni stanno già nascendo, ma sono fatte soprattutto di bambini piccoli. I nati da genitori stranieri sono oggi circa 500.000, saranno un milione nel 2012, secondo le stime di Stefano Molina (per la Fondazione Agnelli). Per ora, però, la loro età media è di 6 anni. Quindi possiamo ancora correggere i problemi educativi di questi ragazzi: minore successo scolastico, maggiori abbandoni, concentrazione nelle scuole professionali. Possiamo farlo attraverso politiche attive dell´istruzione, che dovrebbero coinvolgere tutte le fasce e le aree culturalmente deboli del nostro paese. Rispetto alle minoranze immigrate, un altro tratto negativo, comune ad altre società europee, si è profilato anche da noi: la discriminazione nelle assunzioni. A parità di caratteristiche i datori di lavoro italiani prediligono nettamente i connazionali, almeno stando ai risultati di una ricerca empirica FIERI-ILO. Se non vogliamo la rabbia dei ragazzi disoccupati domani, dobbiamo sbrigarci a contrastare la discriminazione nelle assunzioni dei giovani lavoratori di origine immigrata oggi. Lo stesso vale per l´aggressività e la prepotenza nei confronti degli immigrati di una parte delle nostre forze dell´ordine. Questo fattore scatenante della rivolta francese, può scattare in futuro anche in Italia, se non formiamo polizia e carabinieri al rispetto dei cittadini e non reclutiamo al loro interno minoranze etniche. L´Italia dunque ha qualche tempo in più, rispetto ad altri colleghi europei, per correggere i propri errori ed ha qualche vantaggio che le deriva dai suoi fallimenti. Può contare così sul "vantaggio" di una esperienza coloniale marginale, tardiva e breve che non ha prodotto imponenti ed omogenei flussi migratori dall´ex-impero, come in Francia. L´immigrazione in Italia è oggi molto frammentata; questo pone problemi organizzativi, ma evita blocchi etnici compatti e potenzialmente antagonisti. L´Italia ha pure il "vantaggio" di una ben modesta politica di abitazione per le fasce deboli. Non abbiamo costruito interi quartieri per i poveri, come le Habitation à Loyer Modérè francesi. Da noi, le case popolari sono poche e ci convivono italiani e stranieri, anche se i conflitti pratici e politici sui criteri di assegnazione di questa risorsa scarsa sono notevoli. Abbiamo il "vantaggio" di affitti cari, perciò anche gli stranieri hanno cominciato a comprare casa e le ricerche di mercato rivelano che, quando lo fanno, non ci tengono affatto ad accorparsi tra loro. Quindi, nel pubblico e nel privato, nazionali e immigrati coabitano. I quartieri etnici per ora sono pochi. Le eccezioni riguardano soprattutto una comunità, quella cinese, capace di tenere un forte ordine interno. Insomma, abbiamo un po´ di tempo e possiamo contare su qualche opportunità che ci deriva dai nostri fallimenti. Ma corriamo anche grossi rischi se non agiamo tempestivamente. Dobbiamo dotarci di strumenti di integrazione che non abbiamo: una scuola capace di promuovere socialmente, un sostegno all´alloggio per le fasce deboli che eviti i ghetti degradati, un´educazione al rispetto dei cittadini e della legalità da parte delle forze dell´ordine. Non sono strumenti che si costruiscono in fretta, ma hanno l´indubbio vantaggio di essere indispensabili anche per gli italiani, e per qualunque società decente.
Il linciaggio di new Orleans. Obiettivo: gli italiani. Si racconta che le mamme con i bambini in braccio si chinavano sui cadaveri per inzuppare i fazzoletti nel sangue come souvenir.