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martedì 24 gennaio 2006

Con Nasr Hamid Abu Zayd

Nasr Hamid Abu Zayd è nato in Egitto nel 1943, ed ora è docente di letteratura e linguistica all'università di Leiden, in Olanda. Negli anni Novanta, a seguito dei suoi scritti in cui ha prospettato di applicare al Corano l’analisi letteraria e i procedimenti dell'ermeneutica classica, fu accusato dai fondamentalisti islamici di apostasia e quindi obbligato a riparare in Olanda con la moglie Ibtihal Yunis, da cui una Corte civile del Cairo l'aveva forzatamente divorziato nel 1995. Due anni prima dei fondamentalisti avevano ucciso lo scrittore egiziano Farag Fouda e appena un anno prima, il premio Nobel Nagib Mahfuz veniva accoltellato da un fondamentalista (è rimasto con il braccio destro semi-paralizzato). Da allora Abu Zayd, che continua a professarsi musulmano, porta avanti i suoi studi, gira il mondo per spiegare la sua lettura del Corano, ma soprattutto sfrutta la sua posizione di islamologo trapiantato in Europa per proporsi come osservatore informato di quello che da qualche anno è diventato uno degli argomenti più alla moda nei circoli intellettuali europei e statunitensi: la visione di un presunto scontro tra Islam e Occidente. Ciononostante, Abu Zayd afferma: "Mi manca il confronto, soprattutto con l'opinione pubblica musulmana. Per questo, ogni volta che vengo invitato, mi precipito: le cose si possono cambiare solo dall'interno". Sulla condanna che lo ha colpito, Abu Zayd è chiarissimo: "Nella tradizione esiste un hadith che racconta come il Profeta abbia chiesto giustificazioni a un uomo che aveva ucciso un altro uomo. A sua difesa, l'uccisore disse che l'ucciso aveva abbandonato la fede: il Profeta si infuriò e gli chiese: "Hai forse aperto il suo cuore per controllare?". Il principio dell'Inquisizione non esiste nell'Islam. Anche se fossi un non credente, non mi si potrebbe condannare perché l'Islam concede la facoltà di non credere, checché ne dicano i fondamentalisti. Il Corano recita "Non vi sia costrizione nella fede" ma anche "Ma dì: la verità viene dal nostro Signore: chi vuole creda, chi vuole respinga la fede".
Sono disponibili in traduzione italiana due sue pubblicazioni: Islam e storia: critica del discorso religioso (Bollati Boringhieri 2002) e Una vita con l'Islam (Il Mulino 2005). Quest'ultimo, di cui custodisco una copia con la bellissima dedica "Al fratello Sherif El Sebaie, con saluti e considerazione", ve lo consiglio vivamente: è una biografia all'insegna della demistificazione dei luoghi comuni occidentali sul mondo musulmano, ma anche una storia di vita travagliata e appassionante. Da uomo a cavallo tra Oriente e Occidente, Abu Zayd si sforza infatti di smascherare i luoghi comuni dominanti e i pregiudizi classificatori. Una visione di scontro che lo studioso liquida come «banale, contraddittoria e basata sull'ignoranza». «L'Islam di cui l'Occidente ha paura è un'entità immaginaria, una costruzione, una finzione, tanto quanto lo è quell'Occidente di cui abbiamo paura noi musulmani», scrive l'autore in uno dei capitoli del suo libro, dedicato per l'appunto al rapporto esistente tra «religione e politica». La demonizzazione dell'islam trae origine, secondo lui, da una visione unitaria e onnicomprensiva della religione, che diventa il solo elemento caratterizzante del vissuto di centinaia di milioni di persone. Così, l'Islam è responsabile del dispotismo politico, della arretratezza della condizione della donna, del sottosviluppo economico, e in ultima istanza del terrorismo.
Abu Zayd sostiene che “la via della democrazia è lunga e tortuosa: bisognerebbe evitare di teologizzare la questione come fanno alcuni movimenti radicali che nel mondo islamico sfruttano la religione per giustificare il blocco di ogni innovazione. Credo che Islam e democrazia siano su due piani distinti e non andrebbero mischiati, così come non si dovrebbe confondere un discorso religioso con un discorso politico. In realtà il multipartitismo esiste in Egitto da tempo. Il mondo islamico, in realtà, non è un blocco unico. Storicamente non esiste un centro bensì possiamo parlare di Islam indonesiano, di Islam indiano e così via, ma non di un unico Islam”. All'idea secondo cui il fenomeno degli attentatori suicidi in Medioriente (in Palestina come in Iraq) sia strettamente interconnesso a una lettura fanatica della religione, l'autore oppone una lettura più eminentemente socio-politica: “l’Islam è molto chiaro nel condannare il suicidio. Io personalmente – ha aggiunto - lo ritengo un gesto orribile, soprattutto se oltre a se stessi si uccidono anche persone innocenti come succede in Iraq e in Palestina. Credo che ci sia una distinzione netta tra cercare di capire le motivazioni di chi compie gli attentati suicidi e giustificarli: è impossibile giustificare gli attentati suicidi, ma posso capire che in una situazione di guerra può succedere di tutto. Le cose andrebbero considerate dall’interno: è terribile, ma molti giovani morendo non perdono nulla. Secondo me il problema non è religioso, tuttavia dal punto di vista umano il suicidio è incomprensibile". "Le bombe umane sono figli della miseria e del disincanto, di condizioni di esistenza senza vie di uscita, di una lotta contro l'occupazione che non ha più altri mezzi di espressione", ha detto anche Abu Zayd «Bisogna cercare di capire le ragioni di questi individui che si fanno esplodere solo perché ormai non hanno più nulla da perdere». Un episodio curioso: tra le esperienze più importanti che ha fatto in Siria rientra l'incontro con lo Sheikh Fadlallah, leader spirituale dello Hezbollah. «E' stato uno dei pochi studiosi musulmani a giudicare la sentenza contro di me e l'intera vicenda che mi aveva visto coinvolto come una farsa. Egli affermò che nell'Islam nessuno può dichiarare eretica un'altra persona. Fu questa l'unica critica alla sentenza di divorzio da parte di un islamista che non sentisse il bisogno di aggiungere subito dopo "non bisogna però dimenticare che Abu Zaid ha detto e ha fatto". Pur affermandosi di non trovarsi d'accordo con molte delle mie idee, sottolineò che queste idee non giustificavano la sentenza nè la rendevano più plausibile. Non fu tanto una mia difesa, quanto una difesa dell'Islam, offeso da questa sentenza».