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venerdì 20 gennaio 2006

Fuori dai giochi le cameriere di colore

di Maria Teresa Martinengo, La Stampa
La proposta, per una donna disoccupata senza esigenze di cura dei figli, può funzionare: novecento-mille euro per un mese a San Sicario o Sestrière, assoldata da alberghi o residence, da imprese di pulizia o servizi, mobilitati in questi giorni per coprire le ultime carenze di personale. I contatti sono a 360° e privilegiano, direttamente o tramite agenzie per il lavoro, centri e associazioni di volontariato laico e religioso. Perché è lì che si possono trovare immigrate disponibili a una trasferta di lavoro duro e senza pause. Ma la buona volontà non basta... «Le richieste si portano dietro una “precisazione”. E cioè che le donne non devono essere nere e non devono portare il velo. Molte agenzie di lavoro interinale ci dicono questo», denuncia don Fredo Olivero, direttore dell’Ufficio Pastorale Migranti della Diocesi. Stessa denuncia, stesso pugno nello stomaco per chi ha a cuore il rispetto della persona, arriva da suor Licia Curzi, animatrice del centro «Gentes» di corso Casale 48. «Ci dicono che è per ragioni di sicurezza», spiega suor Licia. «Non danno indicazioni di nazionalità messe al bando - ribadisce Olivero -, ma sottolineano sempre questi due elementi: niente velo e niente pelle nera».Ma in Questura, riferimento per tutte le questioni legate alla sicurezza nei siti olimpici, alle autorizzazioni, ai controlli, delle discriminazioni religiose e razziali non sanno nulla: «La richiesta ovvia è che le persone che soggiorneranno nei luoghi dei Giochi siano riconoscibili». Per questa ragione non è possibile, ma va da sé, che una donna con il volto coperto lavori come cameriera ai piani in un hotel. Dei paletti razzisti alle assunzioni temporanee non sanno nulla neppure al Toroc. Dove, anzi, le reazioni - attraverso l’ufficio stampa - non si fanno attendere: «Queste notizie ci allarmano e ci offendono perché sono contro ogni principio e valore che anima i Giochi Olimpici, contro l’internazionalità che ne è alla base». Ancora: «Siamo tenuti a non avere segni discriminanti di qualsiasi genere». Poi: «Noi abbiamo dato l’appalto della pulizia nei villaggi olimpici a un gruppo di società che hanno costituito un’”agenzia temporanea d’impresa”». La selezione del personale è, a quel punto, un passaggio molto lontano dal diretto controllo del Comitato organizzatore. «Ma qualsiasi richiesta discriminante può leggersi solo come una cattiva interpretazione di regole. Le nostre indicazioni vanno proprio in senso opposto: al Toroc lavorano moltissime persone nere e di ogni parte del mondo».Una volontaria che nei giorni scorsi ha partecipato a un incontro per il reclutamento di lavoratrici da impiegare nel settore pulizie (non nei villaggi olimpici, ma in complessi privati), ha raccontato l’imbarazzo dei responsabili dell’impresa nel dire «le donne nere è inutile che ce le mandiate perché è la “sicurezza”, su in Alta Valle, che ci ha dato indicazione di non assumerle». Ancora la volontaria: «All’incontro c’era una ragazza marocchina con una versione invernale del hijab, una cuffia di lana unita a una sciarpa stretta intorno al collo. Le hanno detto che se in pubblico si presenterà in quel modo, potrà avere il posto. Poi, le hanno assicurato di inserirla in una squadra - se accetterà di lavorare a capo scoperto - dove non incontrerà uomini». La volontaria ha spiegato che «la reclutatrice, originaria di una regione da cui in passato sono partiti molti emigranti, raccontava di essere stata lei stessa vittima di pregiudizio in Piemonte. E di essere dispiaciuta nel dover dire no a donne che chiedono solo di lavorare». Un no in nome della sicurezza. Di cui nessuno sembra avere responsabilità.
Commento:
Lasciamo da parte la questione del velo (al di là del fatto che la parola "velo" non significa per forza una tenda integrale e che è ovvio che una donna tutta coperta difficilmente potrà lavorare in un albergo), il colore della pelle cosa c'entra con la "sicurezza"? Dopo la storia dei tedofori, questo è l'ennesimo episodio che ripropone il solito indovinello: in quale altro paese del mondo o in quale altra fase storica si è avuto sentore di malumori o disagi a causa del colore della pelle di qualcuno nel corso delle Olimpiadi? Ora sentiremo gridare - da varie parti - che il sottoscritto "offende" l'Italia. A me invece sembra che l' "Italia" - in quella sua versione spero minoritaria ma alquanto rumorosa - provveda ad auto-offendersi benissimo da sola: se l'ente internazionale che sovrintende i giochi ha avuto sentore di simili storielle, dubito che riaffiderà al Bel Paese qualche altro evento sportivo in futuro.