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mercoledì 4 gennaio 2006

Il Valore della Vita


Tra i commenti del post relativo al tragico epilogo della protesta dei rifugiati sudanesi al Cairo, scrissi, in risposta ad una preparatissima ed assidua lettrice, "La seconda ragione (per cui la vicenda si è conclusa in una maniera così tragica, ndr) , è che - a differenza di altri stati, come il Canada - la vita umana nei paesi del Medio Oriente in generale è meno valutata per il semplice fatto che ci sono milioni di neonati ogni secondo. Ergo, quando la polizia egiziana interviene, difficilmente valuta - purtroppo - le conseguenze di una simile carica. Spero che stavolta sia servita da lezione."

Ovviamente il riferimento ai "milioni di neonati ogni secondo" era esagerato, e voleva sottolineare il primo concetto, proprio quello relativo al "valore della vita". Purtroppo - mi rendo conto solo ora - tale concetto è stato mal interpretato, e soprattutto mal capito come mi fa notare un altro gentile lettore che afferma "ti sei arrabbattato con frasi tipo " il valore della vita"". Ebbene no, non mi sono affatto arrabbattato. Si potrebbero scrivere tante cose sul valore della vita, sulla diversa considerazione che - purtroppo - ogni popolo le riserva dal punto di vista - si badi bene - strettamente sociale e antropologico (e quindi non religioso).

Ma preferisco non farlo io, non perché tema di farlo, ma perché questo concetto è stato espresso in un modo migliore da una persona molto più adatta: Nasr Hamid Abu Zayd, insegnante di islamistica di Leida in Olanda, dove vive in esilio - lui, musulmano osservante - dopo essere stato accusato di apostasia per aver sostenuto che si dovevano applicare i metodi dell'ermeneutica classica all'interpretazione del Corano. Abu Zayd ha scritto un libro interessantissimo, che consiglio energicamente: "La mia vita con l'Islam" (Ed. Il Mulino, 12.50 €), da cui riporto il seguente paragrafo:

"La morte ti attende in ogni angolo, e ancora di più nei paesi del Terzo Mondo. In Egitto la morte può attenderti in ospedale. Ci vai per farti curare e per errore ti somministrano una dose letale. Non è possibile vivere in una società come la nostra e aver paura della morte. Sarebbe come avere paura della vita. Non sono necessari i terroristi per morire. Ti può cadere in testa un cavo dell'elettricità, così come puoi cadere in un tombino aperto. Molti bambini muoiono in questi modi, senza aver mai scritto niente di religione o essere mai stati perseguitati da estremisti. Si sono davvero visti casi del genere in Egitto, e per uno in particolare è scoppiato un caso televisivo. Il ministro responsabile non trovò niente di meglio da dire se non che tali servizi recavano danno all'immagine dell'Egitto. Il giornalista replicò che per una cosa del genere in Giappone si sarebbe dimesso tutto il governo. La risposta del ministro fu: "Non vorrà mica dire che dovrò dimettermi perché un bambino è caduto in un tombino?"

Ora se questa non è una diversa concezione della vita e del suo valore, non saprei come definirla. Come ha giustamente sottolineato il giornalista, in Giappone si sarebbe dimesso tutto il governo. Ma una cosa del genere era semplicemente inconcepibile in Egitto, come lo sarebbe anche in altri paesi che non sono né "musulmani" né "autoritari" - dove la vita di un bambino non si merita nemmeno lontanamente le dimissioni di un ministro. La natura del governo o la religione della popolazione non ha niente a che vedere con questa concezione sociale della vita. Non è la natura del governo a stabilire che i pullman debbano scaricarti in mezzo al traffico caotico del Cairo e non alle fermate preposte, o la religione a stabilire il poco clamore che suscita la notizia di un altro mezzo di trasporto che, guidato da un autista impegnato in una gara scherzosa con un collega in mezzo alle strade della capitale, cade tutto intero nel Nilo uccidendo decine di persone.

E' la mentalità, la cultura sociale, il senso della responsabilità e il valore che la società assegna alla Vita. Cosa sono, dieci, venti, cento morti, in un paese dove la popolazione aumenta di un milione ogni sei mesi? E' di ieri la notizia che i carabinieri indagano sul decesso di un uomo di 77 anni che, sentitosi male in pieno centro, ha atteso i soccorsi per venti minuti. In Egitto la risposta sarebbe stata scontata: ma quali indagini? A 77 anni, ha vissuto persin troppo! E poi venti minuti erano un ritardo più che accettabile in un paese dove le macchine piuttosto che lasciare passare l'ambulanza si accalcano nella speranza di sfruttare il richiamo della sirena per passare anche loro, con il conseguente risultato di rimanere tutti fermi per tre ore. Mi ricordo un amico che si chiedeva perché Dio era così ingiusto, perché sua nonna è morta così giovane. Io ho sentito "giovane" e, incuriosito, gli chiesi quanti anni aveva. Mi rispose "80 anni". Mi venne un colpo: a 80 anni, in Egitto, si è stra-anziani. Ma è proprio qui la differenza: così come è diversa la concezione della Vita, è diversa anche la concezione dell'età.

Andrei persino oltre: è diversa anche la concezione della dignità umana. Quando si fanno simili affermazioni, i neocon esultano pensando che mi accinga a parlare di torture o pene corporali, a lamentarmi del governo o della religione. E invece è molto più semplice: come si potrebbe definire la mancanza di scivoli e la costante e menefreghista presenza di barriere architettoniche che non tengono minimamente in considerazione - ma proprio minimamente, altro che i servizi di Striscia la Notizia che denunciano simili situazioni in Italia - la presenza di una categoria di persone che si chiama "disabili"? O come dovremmo commentare la costruzione di marciapiedi che sembrano fortezze in quanto ad altezza, come se non esistessero gli anziani?

E l'Egitto è un'isola felice, se la pensiamo in questi termini. Pensiamo ai paesi del Terzo Mondo dove una coppia di genitori fa otto-nove figli sapendo che ne dovrà seppellire almeno la metà per mancanza di cure elementari o di beni di prima necessità. Pensiamo ai paesi dove le bimbe vengono uccise neonate perché considerate un peso che grava sulla magra economia della famiglia. Pensiamo ai paesi dove i cadaveri sono disseminati per le strade, lasciati agli avvoltoi e alla putrefazione in pieno centro o dove il malato di AIDS giace moribondo all'angolo con una ciotola in mano. Qual'è il valore che questi popoli assegnano alla Vita? E' uguale a quello che le assegnano i popoli che non patiscono la fame o la miseria? Non credo. Mi riterrei persino egoista se lo pensassi.