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giovedì 26 gennaio 2006

Riflessioni sulla potenza virtuale

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Vorrei prendere spunto da un'affermazione fatta da Lucia Annunziata, che ho avuto occasione di conoscere nel corso di una conferenza rotariana, per fare qualche riflessione sul potere virtuale di internet. L'Annunziata, partendo dal racconto della sua esperienza quale ex-presidente di Garanzia della Rai (ha cominciato la sua carriera al Manifesto) afferma "La Tv contava qualcosa negli anni cinquanta-sessanta. Ora la gente ha un rapporto discincantato con il mezzo: c'è internet, le informazioni passano volentieri fuori dai canali ufficiali e la Tv non conta più come prima". A confermare le sue parole è il sito del Corriere, che ha deciso di lanciare - oltre la homepage in inglese - anche una in cinese, precisando: "Sfatiamo subito un luogo comune: la rete non è il regno di giovani «smanettoni». Nel 2005 l'età media degli utenti di Internet è salita a 41 anni. La cultura online è diventata predominante; un fenomeno contagioso che si affida alla facilità con cui è possibile creare e diffondere contenuti. In dieci anni sono state realizzate 600 miliardi di pagine web, 100 per ogni abitante del Pianeta, messe a disposizione di un miliardo di persone, un sesto della popolazione mondiale". Sconvolgenti anche le motivazioni per cui Luttazzi ha chiuso il proprio blog: "La forma blog tende a creare un fenomeno massa più leader, tende a dare potere a chi gestisce la vicenda e a condizionare i contenuti e il modo in cui questi vengono ricevuti. [...]. E' il tipo di mezzo a condizionare la cosa. La tv non tende a creare masse più leader, è la radio che riesce a farlo, così come il blog. Se ci fosse stata la televisione alla sua epoca, Hitler non avrebbe avuto speranza".
L'elemento basilare dell'economia capitalistica è - e lo dice l'aggettivo stesso - il capitale finanziario. Le idee innovative sono destinate a rimanere tali, se non si è dotati di mezzi finanziari. Nessun imprenditore o meglio, innovatore, riesce a produrre qualcosa - qualsiasi cosa - senza aggregare a sè determinati fattori produttivi che si trovano nell'ambiente circostante come potenzialità individuali. E per aggregare a sé tali fattori, bisogna - appunto - disporre di denaro. Ora, chi detiene il potere, è - normalmente - chi può aggregare a sé anche i fattori produttivi necessari per produrre "politica" e cioè, semplicemente, "immagine". Ma per creare immagine, bisogna creare informazione. E se intendiamo l'informazione come prodotto - come effettivamente è - nessuno, ancora una volta, ne può produrre se non dotato di adeguati mezzi finanziari. Da questo si conclude che per fare politica, produrre immagine e creare informazione (tutte facce della stessa medaglia), bisogna innanzittutto disporre di denaro, di capitale. L'informazione, in una dittatura, è un bene primario. Ecco perché in quei paesi tutte le Tv, satellitari e internet inclusi, sono in mano allo stato o sotto il suo controllo. Ed è per lo stesso motivo che, una volta messo in moto il meccanismo del colpo di stato, uno dei primi obiettivi da assicurare militarmente è l'emittente radio-tv locale, da cui parte anche il primo annuncio della rivoluzione, nonché i ministeri delle telecomunicazioni e dell'informazione. In una democrazia però non è necessario disporre di carri armati, per assicurarsi l'informazione e cioè l'immagine, quindi la politica: basta comprarla.
I mezzi di informazione tradizionali, e cioè quelli più diffusi, sono le Tv e i giornali. E proprio per questo c'è stata fibrillazione sulla scalata Rcs, per fare un esempio. In realtà però, oggi, nelle democrazie esiste - come sottolinea Lucia Annunziata - un'altro sistema di informazione diffusa, che sfugge alle logiche del mercato e del controllo, perché gratuito: internet. Uno strumento ideale per creare e distribuire informazione: ci vuole un computer, una linea telefonica e un abbonamento internet, tutti beni che un qualsiasi individuo più o meno benestante può procurarsi. Quante persone comprano il giornale in Italia e quante sono invece quelle che hanno un computer, in azienda, a scuola o a casa? Il quotidiano più venduto d'Italia vende a malapena 600.000 copie al giorno, gli internauti invece sono oltre 18 milioni. Internet è un eccezionale mezzo di visibilità per creare una capacità critica, favorire la mobilitazione di massa alle campagne, fare rete e creare comunità di interesse su determinate tematiche. E, tutto - ripeto - gratis o quasi. Non c'è bisogno di carri armati e non c'è bisogno di soldi, non cè bisogno di una tv o di un giornale, basta un sito o un blog, aggiornato quotidianamente, pazientemente e efficacemente.
I blog che trattano, in maniera costante ed efficace, tematiche relative all'antislamismo o islamofobia si contano sulle dita di una mano. Non credo di sbagliare se li inviduo, appunto, in quei quattro blog (e cioè il mio, quello di Miguel, quello di Dacia e quello di Lia) che ho denominato, in maniera ironica, "il Quadrumvirato virtuale di Allah". Ora, è chiaro che il quadrumvirato rappresenta una specie di think-tank virtuale capace di creare opinione o quanto meno di innescare processi di analisi critica nei lettori. Lettori che poi comunicano le loro scoperte e le loro considerazioni con pochi click, da casa o dall'ufficio. Nell'arco di una sola giornata, grazie alle newsgroup, mailinglist, siti e blog che riprendono con un semplice copia- incolla, gli articoli scritti dai tenutari di questi blog vengono letti da un numero di persone superiore alle vendite giornaliere di un un gruppetto di quotidiani locali. A volte basta cliccare in un motore di ricerca certi nomi, come quello della Fallaci, per trovare proprio qualcuno di questi blog in prima pagina. Che il mondo virtuale possa sconvolgere le regole dell'informazione reale o del giornalismo più in generale, è indubbio: i casi Calipari - Macchianera / Drudgereport - Dagospia lo hanno dimostrato ampiamente. Per non parlare delle dimensioni che il fenomeno ha assunto nel Nord America. Ecco perché liquidare internet come mezzo inaffidabile ed inconsultabile potrebbe rivelarsi un pensiero disastroso per chi è convinto che internet sia solo un ambiente di serie B.