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martedì 31 gennaio 2006

Satira, religione e soldi

"Mi ricordo di quando ho disegnato una vignetta con il candelabro a sette punte trasformato in una sorta di cannone da cui venivano sparati dei razzi. Era il tempo del massacri di Sabra e Shatila e mi sono arrivate le piu' pesanti contumelie. Non sono solo i musulmani a dimostrare una grande suscettibilita' nei confronti della religione. Quella volta gli israeliti si sono fatti sentire, eccome". A parlare e' Emilio Giannelli, vignettista del Corriere della Sera che aggiunge: "I cristiani sono forse piu' abituati a tollerare la satira nei confronti dei propri simboli religiosi, generalmente manifestano una minore intransigenza". Sergio Staino, il papa' del famoso Bobo invece afferma "Anche da noi, comunque, non e' facile trovare spazi per fare satira anticlericale - continua - Pensiamo agli ultimi giorni di Papa Giovanni Paolo II, quando l'infatuazione religiosa ha raggiunto livelli isterici. Sono dovuto andare in Francia per respirare una boccata d'aria". Giannelli invita invece alla mediazione: "Bisogna considerare che cio' che oggettivamente non e' offensivo, soggettivamente puo' essere percepito come tale. Mi ricordo che una volta, a Repubblica, Scalfari mi ha riferito che si era stati minacciati per una vignetta: era appena scoppiato il caso dello scrittore Salman Rushdie. Occorre calarsi nella mentalita' degli altri e averne rispetto senza pero' diventarne succubi. Io credo che 'affinando la penna' si possa arrivare lo stesso al bersaglio senza offendere". Rinuncia invece a un confronto Bruno Bozzetto, il Disney italiano: "Bisogna sapere che, quando si ha a che fare con il mondo arabo ci si confronta con popoli che prendono tutto sul serio e non hanno un grande senso dell'umorismo per questo non farei della satira nei loro confronti: se le vignette non vengono capite, a farle che gusto c'e'?". Il problema del rapporto fra satira e religione e' esploso con il caso delle dodici vignette sulla vita di Maometto pubblicate sul quotidiano danese Jyllands-Posten, poi riprese dalla rivista norvegese Magazinet, e considerate blasfeme dai musulmani. Nei paesi arabi un tam tam via internet ha fatto scattare il boicottaggio delle merci danesi e non sono mancate le formali proteste diplomatiche. Le scuse fornite dai due giornali scandinavi non sono bastate. I ministri dell'Interno dei paesi Arabi riuniti a Tunisi hanno infatti chiesto oggi al governo danese di "punire con fermezza i responsabili di queste offese" e di "assicurare che cio' che e' accaduto non si ripetera' in futuro". Il primo ministro danese Anders Fogh Rasmussen, lo stesso che ha rifiutato di incontrare in passato ben 11 ambasciatori musulmani, ha detto questa sera di considerare l'ipotesi dell'invio di una missione a Riad per far cessare il boicottaggio contro i prodotti danesi in seguito alla pubblicazione di vignette su Maometto su un giornale del paese scandinavo. ''Accogliamo tutte le idee costruttive'', ha detto Rasmussen, esortando poi ''ogni parte ad astenersi da dichiarazioni o azioni che potrebbero creare ulteriore tensione in Danmarca o in altri paesi''. Rasmussen aveva detto ieri che ''personalmente non avrebbe dipinto Maometto, Gesu' o altre figure religiose in modo da poter offendere altre persone'', e il suo ufficio ha diffuso oggi una simile dichiarazione. Il sito del ministero degli Esteri ha pubblicato un testo che spiega i principi danesi di liberta' di stampa, protezione della religione e del ruolo indipendente dei media. Intanto il capo della diplomazia danese Per Stig Moller ha discusso della questione con colleghi arabi, il segretario di stato americano Condoleezza Rice e il segretario generale dell'Onu Kofi Annan a margine della conferenza di Londra sull'Afghanistan. Prosegue invece la protesta: Il danno e' tale che la Nestle' e' corsa a pubblicare un annuncio sul principale quotidiano panarabo al Shark al Awasat per mettere in chiaro che non e' danese: ''gli onorevoli consumatori possono verificare l'origine sull'imballaggio''. La campagna di boicottaggio rischia di costare molto cara alla Danimarca, e in particolare al gruppo Arla, che vende ogni anno in Medio oriente per 3 miliardi di corone danesi (402 milioni di euro).