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domenica 8 gennaio 2006

Un premio scandaloso

La prima sera di San Silvestro che trascorsi a Roma, quarantadue anni fa, ero solo e andai a brindare da amici che abitavano a poche centinaia di metri dalla mia nuova residenza. Poco dopo mezzanotte, tornavo a casa quando fui quasi investito da un oggetto voluminoso che, piombato dall'alto, seminò di schegge il marciapiedi sul quale camminavo. Era un water gettato da una finestra o da un balcone, e certamente mi avrebbe ucciso se ne fossi stato colpito. Il fatto che si trattasse di un rito antichissimo (liberarsi di un vecchio oggetto, all'inizio di un anno “nuovo”, per liberarsi simbolicamente di condizioni o ricordi sgradevoli) non mi consolò. Continuai a tremare per una decina di minuti.

Ripenso spesso, ogni anno, alla fine dei dicembre, a quella sgradevole esperienza perché capita anche a me di pensare che l'anno “vecchio” - insieme a tanti lieti giorni dei quali sono un attento collezionista – ci ha fatto vivere occasioni sgradevoli di cui sarebbe bello poter distruggere il ricordo: ma poi, ripensandoci, mi rendo conto che quelle occasioni, se già non lo si è fatto, è meglio esaminarle con calma per valutarne la gravità o l'inconsistenza.

La consegna di un premio per benemerenze culturali fatta dal presidente Ciampi a Oriana Fallaci è la più recente delle sgradevolezze dell'anno 2005. È stato un atto vergognoso a cui il presidente della Repubblica non avrebbe dovuto prestarsi. La parola cultura può avere molte declinazioni ma esprime sempre e comunque la caratteristica di un processo intellettivo ed etico che spinge le persone e gli stati a migliorare le proprie convivenze, a rendere più chiara e protetta la dignità della persona umana, a penetrare con rinnovata sensibilità i problemi che travagliano la Terra. Perciò non si può certo negare che esista una cultura di destra: Giovanni Gentile, Zeffirelli e Longanesi (tanto per fare qualche nome che mi viene in mente), Kipling e Waugh, Cèline e Juenger, Claudel e Maurois, nonostante le loro ideologie, hanno aiutato i loro lettori a porsi interrogativi, a comprendere meglio se stessi e gli altri, hanno inquietato e provocato. Anche loro, dunque, possono essere considerati benemeriti della cultura, Non negherò che Oriana Fallaci possa essere inserita nella categoria: anche se, a mio avviso, il suo bagaglio di idee e di dati è rozzo ed elementare, scrive bene, ha intuito, e il suo immenso narcisismo giunge talvolta ai confini della poesia. Ha lavorato a lungo e in molte parti del modo, in situazioni rischiose, e se anche certe sue caratteristiche (come un radicale anti-islamismo e un filoamericanismo acritico altrettanto radicale) erano già presenti da decenni nei suoi scritti, ha illustrato con bravura fatti e persone, la desolazione di una materità mancata, l'assassinio di una persona amata…

In che cosa sta allora la vergogna dell'assenso di Ciampi al conferimento del premio? Nel fatto, secondo me, che quel premio (proposto da quella fine intellettuale che è la signora Brichetto Moratti, ricostruttrice della Scuola italiana, e sodale della “cultura” padana) sia stato porto dalle mani del presidente della Repubblica. Ciampi non può ignorare che la Fallaci incarna oggi una ideologia razzista, fondamentalista, isolazionista e guerriera che è l'esatto contrario della cultura della nostra Costituzione. Qui sta, secondo me, lo scandalo: non che la Fallaci sia premiata ma che sia premiata in Quirinale. Il presidente ha spesso levato la sua voce a ricordare i valori della Resistenza: non può dimenticare che i partigiani cantavano “Non più confini, non più barriere”, che molti antifascisti furono costretti all'esilio e vollero poi, nel ricordo di tante sofferenze, porre nella Carta fondamentale dello Stato, il dovere di accogliere i perseguitati politici; che gli estensori della Costituzione – da De Gasperi a La Pira, da Pertini ad Amendola, da Calamandrei a Scalfaro - perseguirono il sogno di una Terra pacificata in cui le guerre di religione e di civiltà fossero confinate nel passato. La battaglia della Fallaci è il tentativo di annullare questa cultura: la premi chi vuole, non si vergogni un direttore di giornale, benché ebreo, di pubblicare i suoi deliri protonazisti, questi sono fatti, tutto sommato, marginali. Ma l'”alloro” in Quirinale significa convalida, ufficialità, dignità nazionale.

Accanto a questo scandalo ce n'è un altro che addolora chi si sforza di essere cristiano. La Fallaci non è venuta a ritirare il premio, per lei lo ha ritirato monsignor Fisichella, rettore della Pontificia università lateranense e braccio destro del cardinale Ruini. Chi ritira un premio, ovviamente, accetta di farlo per amicizia e consentaneità con il premiato. “Consentaneo”, il monsignore, con Oriana Fallaci? Leggo il messaggio di Benedetto XVI per la Giornata della Pace: " Tutti gli uomini appartengono ad un'unica e medesima famiglia. L'esaltazione esasperata delle proprie differenze contrasta con questa verità di fondo. Occorre recuperare la consapevolezza di essere accomunati da uno stesso destino, in ultima istanza trascendente, per poter valorizzare al meglio le proprie differenze storiche e culturali, senza contrapporsi ma coordinandosi con gli appartenenti alle altre culture. Sono queste semplici verità a rendere possibile la pace; esse diventano facilmente comprensibili ascoltando il proprio cuore con purezza di intenzioni. La pace appare allora in modo nuovo: non come semplice assenza di guerra, ma come convivenza dei singoli cittadini in una società governata dalla giustizia, nella quale si realizza in quanto possibile il bene anche per ognuno di loro. La verità della pace chiama tutti a coltivare relazioni feconde e sincere, stimola a ricercare ed a percorrere le strade del perdono e della riconciliazione, ad essere trasparenti nelle trattazioni e fedeli alla parola data". Monsignor Fisichella ha letto certamente queste parole. Come le concilia con gli scritti pubblici della Fallaci?

Conosco abbastanza l'ambiente ecclesiastico per sapere che cosa egli potrebbe rispondere a chi gli ponesse la domanda: “La Fallaci è malata, è un'anima alla ricerca di se stessa, ha chiesto e ottenuto di essere ricevuta dal Papa, la Chiesa è madre di misericordia. La giornalista mi ha chiesto questo favore, non potevo negarmi, il Signore si serve di molte occasioni” eccetera eccetera. Ma anche una risposta del genere non cancella la gravità del gesto. Se monsignor Fisichella dedicasse il resto dei suoi giorni a sostenere Oriana Fallaci nella sua malattia con la generosità che fu ed è propria di certe persone religiose votate alla carità per i sofferenti o dedicasse gran parte del proprio tempo a discutere con lei nel tentativo di addolcirne l'amarezza feroce e lo smisurato orgoglio, di percorrere con lei i sentieri ideali della Palestina di Gesù, certo non potremmo che rimanerne ammirati. Ma quella mano tesa pubblicamente a ricevere un premio per una controtestimo-nianza evangelica la dice lunga sul tempo che viviamo. Sarei tentato di dire: è la dimostrazione di un nuovo Concordato, che non è quello preteso con inutile velleitarismo dalla Rosa nel Pugno, ma un altro, sotterraneo (ma neppure troppo) fra Alte Gerarchie Ecclesiastiche e Destre che elargiscono privilegi mentre collaborano diligentemente con le loro televisioni e le loro devastazioni giuridiche al degrado della sensibilità cristiana nell'Italia d'oggi.

Così, ecco: senza pensarci ho già proiettato il nostro sguardo verso il 2006. Persino a un vecchio come me, che ha visto tanti anni drammatici, questo appare di fatale importanza; e dunque l'augurio è quello di un coraggio e di un'onestà che ci aiuti a fare chiarezza sulla ragione e sui torti: e ci ridiano la nostalgia delle grandi utopie. Non riesco a dimenticare che Paolo VI disse una volta. “Vi sono tempi in cui l'unico vero realismo è quello delle utopie”.

L'utopia come sogno irraggiungibile? Nella mia immensa ignoranza musicale (della quale mi vergogno grandemente, anche perché i miei bisnonni Masina erano cantanti lirici) non avevo mai sentito parlare di Thomas Quastoff. Ed eccolo nel mio piccolo schermo, ieri, nel concerto della Scala registrato la vigilia di Natale. Canta nel finale della Nona Sinfonia di Beethoven con una intensità commovente. C'è qualcosa, tuttavia, nelle inquadrature del regista, che mi lascia perplesso e risveglia in me l'interesse dell'ex autore televisivo. Finalmente, la spiegazione: Quastoff è un nano e per di più focomelico. Mi ritrovo con le lacrime agli occhi, immaginando la lunga, dolorosa, anzi appa-rentemente disperata, storia di una vocazione che poteva sembrare follìa. Come ha fatto quell'uomo a trarre dal suo handicap tanta forza? Chi gli è stato vicino, riconoscendogli doti che il suo aspetto sembrava negare? Chi ha creduto in noi, nella nostra capacità di lasciarci incantare dalla musica tanto da superare non dico il ribrezzo (perché questa è la parola vera) per quel corpicino da coboldo, ma la stessa pietà, cosicchè soltanto la sua voce ci importa? Temerarietà, ottimismo eroico, forza morale; e quell'uomo canta per noi l'Inno alla gioia, le parole con le quali Schiller descrisse il sogno di tutti i popoli della Terra uniti in un abbraccio collettivo.

Lettera di Ettore Masina