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lunedì 16 gennaio 2006

Una Memoria per gli Arabi

Le parole pronunciate dal presidente della Repubblica Islamica dell'Iran in uno dei suoi discorsi pubblici, hanno messo in dubbio - forse per la prima volta in assoluto nel mondo islamico - la realtà dell'Olocausto, definito come "il mito del massacro degli ebrei". Non a caso, il presidente iraniano ha ricevuto la solidarietà e l'appoggio dei massimi esponenti del movimento negazionista occidentale, che hanno proposto di organizzare un convegno a Teheran sul tema. Si tratta di una nuova moda che rischia di portare in seno al mondo islamico una diatriba tipicamente occidentale e che tale deve rimanere. Il "negazionismo" è definito come un movimento vasto che spazia dai nostalgici del Nazismo che negano totalmente l'Olocausto per ripulire la faccia del Terzo Reich a chi vorrebbe invece condurre - per puro interesse storico - ricerche che stabiliscano il numero preciso di vittime piuttosto che le modalità con cui sono state sterminate. E questo perché solo l'Occidente ha interesse a minimizzare o addirittura assolversi da questa colpa, o quantomeno condurre ricerche storiche su di essa, considerato che il tragico evento fa parte del proprio percorso storico. Il punto è che sono morti comunque centinaia, migliaia, centinaia di migliaia, milioni di esseri umani, pacifici cittadini integrati e ignari che non avevano nessuna colpa se non la religione, ed è quindi irrilevante - specie per un osservatore esterno - se se siano morti in sei milioni o in centomila, se siano morti nelle camere a gas piuttosto che per le condizioni igienico-sanitarie dei campi di concentramento: basterebbero le leggi razziali per marchiare la storia di quei paesi che le hanno promulgate d'infamia ad aeternam, altro che "negazionismo". Niente di simile ha mai avuto luogo nei paesi dell'Islam. Negare l'Olocausto, ovvero mettere in dubbio l'esistenza, l'entità o le modalità di un deliberato processo organizzato di sterminio del popolo ebraico da parte del Terzo Reich, coadiuvato da gran parte delle autorità e delle popolazioni dei paesi alleati o sottomessi come l'Italia e la Polonia, equivale a liberare dalle sue colpe storiche il mondo occidentale (Stati Uniti e Inghilterra inclusi considerato che si sono soffermati a guardare pur avendo notizia di quanto accadeva, per non parlare di chi ha aiutato vari criminali nazisti a fuggire in Sud America). E negare le colpe storiche dell'Occidente nei confronti del popolo ebraico, quindi l'Olocausto, è negare la prova concreta dell' inesistenza delle cosiddette radici giudaico-cristiane dell'Occidente di cui si va cianciando a sproposito in questi ultimi anni. Quando si parla infatti di queste supposte radici, lo si fa con l'intento di contraporre un'unica civiltà occidentale giudaico-cristiana a quella musulmana, dando l'impressione che la prima sia sempre stata aperta e tollerante con gli ebrei a differenza della seconda. E ciò viene fatto in totale spregio alla storia che conferma che non solo l'Occidente non ha mai accettato la presenza del popolo ebraico, da duemila anni a questa parte, ma che fino ad appena 70 anni fa tentava di sbarazzarsene, al punto di ordire un progetto politico-militare totalmente dedicato a questo fine, esattamente il contrario del mondo islamico dove - salvo alcuni rari episodi di intolleranza dipendenti dal tempo e dal luogo storico - convivevano fianco a fianco ebrei e musulmani (e cristiani). Si badi bene, non si ricorda questo passato in chiave "anti-occidentale", ma per pura onestà storica. Nel mio modesto parere quindi, il mondo dell'Islam non solo dovrebbe allontanarsi da ogni discorso negazionista, ma commemorare egli stesso la Giornata della Memoria, che ricorda giustamente eventi che contraddicono l'etica islamica e che appunto non si sono mai verificati nella storia del mondo musulmano.
In questa storia della persecuzione degli ebrei, gli arabi e i musulmani cosa c'entrano, al di là dell'infelice alleanza del Muftì di Gerusalemme con Hitler, motivata da una situazione politica difficile creata dalle dinamiche che hanno portato alla nascita dello stato d'Israele, e facilmente contestualizzabile se si tiene in considerazione che persino altri paesi occidentali hanno cercato l'alleanza con la Germania Nazista prima di ritrovarsi dall'altra parte della barricata? Nulla. In nessun paese arabo, nemmeno nei periodi più bui del conflitto arabo-israeliano, c'è stato il progetto - eppure sarebbe stato possibile - di usare le migliaia di cittadini ebrei ivi residenti come scudi umani. Nè tantomeno si pensò di rinchiuderli in campi di concentramento per usarli nei lavori forzati o per sterminarli dalla faccia della terra nel corso del conflitto. C'è stato un esodo di cittadini ebrei, a volte "incoraggiato" dal movimento sionista, a volte volontario, a volte forzato con conseguente confisca di beni ma nessun progetto di togliere il diritto alla vita ad inermi cittadini. Quando i governi arabi affermavano che bisognava "buttare gli ebrei al mare" - frase retorica decisamente infelice - non lo dicevano perché i nuovi arrivati erano ebrei (altrimenti le varie comunità ebraiche non sarebbero sopravvisute in mezzo agli arabi fino al 1948. E, quando è nato lo stato ebraico, non avrebbero permesso loro di andarsene per ingrossare le fila del neonato esercito dello stato israeliano) ma perché erano immigrati clandestini - accomunati dalla religione ebraica - che sbarcavano a migliaia rivendicando - armati - uno stato indipendente su un territorio abitato da una popolazione araba a cui l'Inghilterra aveva ipocritamente promesso l'indipendenza. Frasi simili e anche peggiori le abbiamo sentite molto più recentemente da illustri esponenti politici che hanno anche invocato le "cannonate per fermare i clandestini", spesso e volentieri identificati - nell'immaginario comune - come arabi e musulmani. Ma nessun paese arabo ha buttato davvero al mare gli ebrei che vivevano sul proprio territorio durante quel periodo.
Certo, la Palestina non esisteva. Ma se è per questo non esisteva neanche Israele, così come non esisteva prima l'Iraq, il Kuwait e la Siria e altri stati arabi nati dall'accordo di Sykes-Picot, e che si sono formati nel corso degli anni successivi. Lo Stato di Israele poteva nascere ovunque. Poteva nascere sugli immensi territori tuttora deserti negli Stati Uniti, sulle pianure distese ancora non abitate in Canada, sui terreni dell'Uganda - opzione rifutata dal sesto congresso sionista del 23 agosto 1903 - o addirittura nella Germania del dopo-guerra, come prospettato dall'autore ebreo Spiegelman. La volontà del movimento sionista, quella della Gran Bretagna (potenza mandataria in Palestina) e in seguito dell'ONU, ha voluto invece che lo stato d'Israele nascesse in Palestina, terreno che godeva di una particolare simbologia spirituale per il popolo ebraico. "Ora non ci resta che lavorare con, e sulle, conseguenze dell'errore commesso" afferma Spiegelman. Ha ragione. Dobbiamo fare i conti con la realtà e quest'ultima dice che lo Stato di Israele esiste da più di mezzo secolo, e che vi vivono sei milioni di esseri umani: nonni, figli e nipotini. Molti sono nati e cresciuti su quella terra e non ne hanno conosciuto un'altra. Hanno diritto ora, piaccia o meno, di stare in quella terra quanto i palestinesi. Ma noi sappiamo altrettanto bene che lo stato di Israele è nato grazie alle ondate di disperata immigrazione clandestina proveniente dall'Europa del dopo-guerra: la storia non si cancella. Su questo non ci sono dubbi: episodi come quello della nave Exodus, carica di immigrati clandestini e rimandata indietro dalle autorità britanniche, nonché documenti fotografici dell'epoca mostrano navi stracolme di ebrei europei alla ricerca di un futuro migliore in Palestina: non tutti avevano acquistato terreni e non tutti erano residenti legalmente su quel territorio appartenente originariamente all'Impero ottomano.
L'unica cosa che non esiste e la cui esistenza è tuttora una grande incognita da quelle parti è lo stato palestinese. In questo contesto, il comportamento attuale del presidente della repubblica islamica dell'Iran, assomiglia perfettamente a quello che viene definito da Sergio Noje Noseda, islamologo, in un'intervista a Il Giornale, come un "Bossi dei Poveri", specificando ''Io non ho nulla contro il leader del Carroccio. Pero' se Bossi smette di aizzare i suoi elettori contro qualcuno, la Lega crolla. Hanno imparato entrambi da Lenin: il modo migliore per superare i problemi interni e' scaricare l'odio del popolo all'esterno''. Anche se le traduzioni delle affermazioni del presidente iraniano sono estremamente divergenti e - in questi contesti delicati - ogni parola ha un senso e un proprio peso, egli ha effettivamente messo in dubbio l'Olocausto. Altre frasi si prestano a interpretazioni diverse: secondo Il Foglio di Ferrara, Ahmadinejad avrebbe dichiarato: "Il regime che sta occupando Gerusalemme deve essere cancellato dalle pagine della storia" affermazione che - nel gergo geopolitico - ha un significato ben diverso da "Israele deve essere cancellato dalla mappa geografica". Dobbiamo infatti renderci conto che una frase come quella pronunciata da Ahmadinejad, non è più retaggio dell'era Khomeini o del post 1948. E' diventata, purtroppo, la normale dialettica politica di quest'era: gli Stati Uniti d'America si augurano quotidianamente la cancellazione dei regimi dell'Iran, di Cuba, della Corea del Nord, del Venezuela, forse anche dell'Arabia Saudita e chi più ne ha più ne metta. Non vorrei entrare nel merito della correttezza o della convenienza dell'atto, ma gli Stati Uniti d'America sono gli unici che - in quest'era - hanno messo in pratica i propri propositi cancellando i regimi dittatoriali dell'Iraq e dell'Afghanistan. E non solo dalle pagine della storia. E non sarebbe nemmeno la prima volta, altre volte i loro interventi hanno cancellato governi eletti democraticamente e non solo regimi barbarici come quelli sopra indicati.
Il punto però è che il presidente di uno stato ha determinate responsabilità nei confronti del proprio popolo. E un presidente populista, come lo è - piaccia o meno - lo stesso Ahmedinejad, ce l'ha aggravata. Le frasi pronunciate, ad uso e consumo interno, nel momento in cui l'Iran è indicato come il prossimo obiettivo della campagna militare neocon, con centinaia di migliaia di soldati americani alle porte, mentre l'Iran si rifiuta di adeguarsi ai diktat riguardanti l'uso dell'energia atomica, non potevano che suscitare indignazione. Avrebbe dovuto saperlo, prima di pensare ai voti e al consenso delle masse. Anche l'Egitto ha avuto il suo Ahmadinejad, di nome Gamal Abdel Nasser. Andava in Tv e copriva di insulti e minacce gli Stati Uniti, Israele ma anche l'Arabia Saudita, la Libia e lo Yemen. Usava slogan forti e il popolo lo adorava: al suo funerale gli egiziani si stracciavano le vesti, piangevano e svenivano per strada. Ma la sua retorica populista, ben nutrita di solgan ed affermazioni à la Ahmadinejad, è finita con il disastro del 1967: l'aviazione egiziana distrutta mentre era ancora a terra, migliaia di soldati egiziani scalzi e in mutande che vagavano per il deserto senza provviste o ordini, i territori del Sinai (e non solo) occupati dall'Esercito Israeliano che ha colto l'occasione per caricare l'opinone pubblica a favore di un intervento armato "a difesa dello stato ebraico", allorché era evidente che l'Egitto non aveva né l'intenzione ne la capacità di intraprendere azioni militari in tal senso.
E' ovvio che Ahmadinejad non può e non vuole mettere in atto nessuna minaccia nei confronti dello stato d'Israele: non ne ha nè l'interesse nè le capacità. Come ha detto Noseda "l'Iran e' grande quattro volte l'Irak ed e' una democrazia. E poi can che abbaia non morde''. Le frasi dette avevano evidentemente lo scopo di galvanizzare gli animi di una popolazione che si sente quotidianamente minacciata dall'esercito americano di stanza in Afghanistan e in Iraq, postazioni dalle quali accerchia totalmente il paese. E si tratta dell'esercito del paese di cui - decine di anni addietro - gli iraniani avevano occupato l'ambasciata, prendendone in ostaggio i diplomatici e rompendo ogni tipo di rapporto economico e politico, con conseguente perdita di potere strategico e militare nei confronti dell'allora esistente e minacciosa Unione Sovietica. Se prendiamo in considerazione come è stata bombardata Falluja e come ne è stata massacrata la popolazione, rea di essere stata il teatro dell'uccisione di quattro contractors americani, e di cosa ha patito l'Irak che pur è stato il principale alleato degli Usa nella zona per un bel po' di anni, possiamo solo immaginare la preoccupazione del popolo iraniano e del suo establishment, che sa bene di essere un nemico giurato degli Stati Uniti e non solo da quando c'è Bush al potere. Per Noseda, inoltre, il presidente iraniano ''e' astuto, intelligentissimo, per nulla preparato sotto il profilo religioso. Non ha niente a che vedere con la gerarchia degli ayatollah. E' sensibile solo a quello che vuole il popolo''. E la minaccia della bomba atomica e' solo ''un ricatto per ottenere aiuti economici''.
Ma questo uso retorico e strumentale non è altrettanto chiaro alle popolazioni occidentali che si fidano di chi traduce lo slogan del manifesto appeso sotto il palco da cui parlava il Presidente iraniano, "Un mondo senza sionismo", come "un mondo senza gli ebrei". Non tutti infatti sanno che il sionismo è una precisa ideologia politica, ferocemente nazionalista e equiparata - nei documenti ufficiali delle Nazioni Unite alla conferenza di Durban del 2001 - al razzismo. Pochi sanno che ci sono rabbini ortodossi che sfilano con i cartelli "un mondo senza il sionismo", che c'è una grande numero di ebrei non o addirittura anti-sionisti. E pochi sanno che la famosa citazione di Martin Luther King, quella in cui avrebbe asserito che "quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei" era una bufala bella e buona. Così come pochi sanno che in Iran si parla il farsi e non l'arabo e che la cosiddetta "bandiera iraniana" esposta durante la fiaccolata pro-Israele organizzata da Il Foglio altro non era che lo stendardo imperiale dello Shah Reza Pahlavi, tuttora odiato dagli iraniani, inclusi quelli contrari al regime degli Ayatollah e considerato, seppur laico, corrotto e brutale almeno quanto Saddam Hussein. Un nome su tutti: la Savak, il feroce servizio di sicurezza interna dello Shah. Una scelta irresponsabile: era come sfilare in un paese arabo a cento metri dall'ambasciata italiana sventolando la bandiera dell'Italia fascista e augurandosi il ritorno della Repubblica Sociale. Se è vero che gli iraniani di oggi odiano il governo degli Ayatollah (e non è affatto una cosa scontata, considerati i risultati delle elezioni, lo stesso Noseda la definisce una "democrazia"), è bene che chi partecipa a simili manifestazioni sappia che l'ultima cosa che vorrebbero gli iraniani è il ritorno dell'era dello Shah. La prospettiva migliore era quella del governo laico e nazionalista di Mossadeq, rovesciato - guarda caso - dai tumulti finanziati e commissionati proprio dalla Cia. Chi è causa del suo mal...