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venerdì 17 febbraio 2006

Il Sale della Legalità

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Non ci deve sfuggire la morale della vicenda delle vignette danesi: mai sottovalutare le sensibilità e la dignità degli immigrati residenti nei propri paesi: essi sono esseri umani come tutti gli altri, con una specificità culturale e religiosa da rispettare, nei limiti dei valori condivisi del mutuo rispetto e della piena collaborazione. Mai fare orecchie da mercanti alle loro proteste, quando cercano di farsi sentire civilmente o trattarli come cittadini di serie B precludendo loro la stessa attenzione, premura e mezzi di protesta ufficiali riservati a qualsiasi altro cittadino o a qualsiasi altra comunità. E questo per due motivi: da una parte, la comunità immigrata - di fronte al totale menefreghismo dei governi e dei popoli autoctoni - potrebbe sentirsi isolata e ghetizzata e quindi rivolgersi ai governi o ai popoli dei paesi di origine che sente più vicini, scatenando su larga scala reazioni che a volte possono sfuggire di mano e daneggiare persino l'economia e i rapporti diplomatici del paese in cui loro stessi risiedono, dall'altra l'indignazione mal incanalata potrebbe essere utile ai fondamentalisti di entrambe le parti che cercano un qualsiasi pretesto per scatenare la guerra di civiltà. Entrambi i motivi sono presenti nel caso danese: come scrive giustamente Martin Burcharth sul New York Times il 12 febbraio del 2006, "la comunità musulmana aveva completamente esaurito tutte le opzioni: Hanno cercato di far riconoscere al Jylland Posten l'errore, hanno cercato di ottenere la solidarietà del governo e dell'opposizione, hanno chiesto ad un magistrato di aprire un caso sulla base della legge locale contro la blasfemia, hanno chiesto agli ambasciatori musulmani di incontrare il premier danese Rasmussen. Sono stati respinti su tutti i fronti, anche se attualmente un magistrato sta esaminando il caso. Ma, veramente, quale altra scelta avevano?".
Davvero curioso: un giornale come il Jylland che - giustamente, aggiungerei - si è rifiutato di pubblicare una vignetta sulla resurrezione di Cristo tre anni fa "per rispetto della sensibilità cristiana" e quelle provocatorie promosse dall'Iran sull'Olocausto "per rispetto della sensibilità ebraica" sceglie di indire un concorso per rappresentare nel peggiore dei modi un profeta che i musulmani non usano nemmeno raffigurare? Alla luce di quanto sopra riportato, chiunque difenda quell' iniziativa in nome della "libertà di espressione" è un razzista dissimulato che ha individuato nella comunità musulmana la minoranza di turno da perseguitare e da offendere. Ancora più curioso: il giornale è di Destra, anzi è il maggior quotidiano di Centro Destra diffuso in un paese governato dalla Destra. Chi afferma che "da noi" i giornali sono una cosa e i governi sono un'altra, è un bugiardo. I quotidiani in Occidente saranno anche "indipendenti" dai governi ma pretendere di farci credere che un quotidiano come Il Giornale o La Padania siano estranei alle politiche, logiche di pensiero, concetti e programmi, ovverosia che facciano da megafono e da cassa di risonanza per i partiti di cui sono espressione e da cui percepiscono in un modo o nell'altro finanziamenti è una menzogna. E' ipocrisia pura e distillata. Partendo da questo presupposto si spiega benissimo il comportamento maleducato del premier danese che si è rifiutato - dico, rifiutato - di incontrare ben 11 ambasciatori musulmani. Per chi non lo sapesse, le regole diplomatiche e di galateo impongono che un premier debba almeno accogliere - e non necessariamente esaudire le richieste - di un ambasciatore che bussa alla sua porta, figuriamoci se gli ambasciatori sono una decina, per di più allarmati delle possibili ricadute della vicenda che sono state sì negative per la Danimarca ma estremamente reddittizie in termini di voti per il partito del Premier.
Detto questo, è evidente che il governo e i media danesi hanno deliberatamente provocato la comunità musulmana, sull'onda di un fenomeno xenofobo tutt'altro che estraneo al popolo danese, come denuncia - ancora una volta - il New York Times. Non c'è da meravigliarsi quindi se un leader religioso dalle dubbie frequentazioni, come Abu Laban (ma - per pura curiosità - qualcuno mi deve spiegare come fa un amico di Bin Laden, Al Zawihiri, Omar Abdel Rahman e compagnia cantante a girare indisturbato per i paesi del Medio Oriente o - peggio ancora - per l'Egitto, arrivando al punto di incontrare il Segretario Generale della Lega Araba e il Rettore della più accreditata Università teologica del mondo sunnita) abbia cercato un appoggio nei paesi di origine e che qualche predicatore dell'odio abbia buttato benzina sul fuoco (anche se credo sia molto, ma molto difficile, che un fondamentalista aggiunga qualche vignetta blasfema che ritrae Maometto come un demone pedofilo di proprio pugno. Non prendiamoci per i fondelli: se ce n'era bisogno, bastava pescare da un qualsiasi sito neocon e quindi comunque da una produzione occidentale: ci sono fior fiore di vignette che ritraggono non solo Maometto, ma Allah stesso con immagini che non hanno nulla a che vedere con la tanto decantata libertà di espressione. Un atteggiamento che ha visto un aumento esponenziale con la faccenda di queste vignette, e che purtroppo ha radici in un ignoranza secolare). Detto questo, abbiamo già largamente discusso delle contingenze storiche, politiche e culturali che rendevano questo momento il meno propizio per un'iniziativa di questo tipo, ma tant'è. Il punto - in questo post - è che per togliere ai predicatori dell'odio la possibilità di lucrare su queste faccende è importante che le autorità e in particolare la giustizia dei paesi europei sia imparziale, garantendo a tutti pari diritti e dignità oltre che pari doveri e obblighi. E' vergognoso che si spacci una regolare denuncia alla giustizia italiana per una fatwa religiosa, per una condanna Khomeneista, per un tentativo di imposizione shariitica. E' vergognoso ed anche pericoloso far perdere all'immigrato la fiducia nel sistema giuridico del paese che lo ospita, permettendo addirittura ad alcuni giudici di affermare che la testimonianza dei musulmani è inattendibile, solo in quanto musulmani.
Alcuni esponenti politici e giornalisti si affannano per criminalizzare i metodi pacifici di protesta largamente adottati dalla maggior parte dei popoli musulmani e dalle comunità musulmane all'estero nei confronti della Danimarca e dei media occidentali che hanno ripreso le vignette. Non di rado infatti sentiamo discorsi privi di significato che criminalizzano, oltre che il ricorso ai tribunali, persino il boicottaggio dei prodotti danesi. Viene quindi da chiedersi, cosa c'è di male nel boicottaggio? E' un metodo civile come un altro per esprimere il proprio dissenso e la propria indignazione. Già nel 1930, Gandhi - il padre della Non Violenza - propose una campagna di disobbedienza civile basata sulla legge del monopolio del sale. Quando la mattina del 12 marzo 1930, seguito da degli studenti, si diresse verso la costa per fabbricarne in spregio al monopolio ha legittimato il boicottaggio come mezzo di protesta pacifica: i contadini non pagarono più l'imposta terriera; il boicottaggio dei tessuti stranieri divenne generale: i funzionari legislativi furono colpiti da ostracismo. I negozianti si rifiutavano di vendere i loro generi più necessari. Gli inglesi cercarono dapprima di reagire facendo caricare i dimostranti dalla polizia e arrestandoli. Gandhi stesso fu arrestato e la direzione della campagna fu assunta dalla moglie, ma venne arrestata anch'essa; succedettero a quest'ultima molti altri capi ma vennero tutti arrestati ed in poco tempo le prigioni furono di nuovo piene. Ma il 25 gennaio 1931 Gandhi ed altri membri dell'esecutivo del congresso vennero liberati senza condizioni; e al termine di una serie di colloqui tra il Viceré e Gandhi, nel febbraio-marzo 1931 fu raggiunto un accordo definito "Patto Irwin-Gandhi" per cui il Governo britannico modificava le leggi sul monopolio del sale, liberava i detenuti politici e revocava le ordinanze speciali ed i procedimenti pendenti ed il Congresso in cambio accettava di partecipare alla Conferenza della "Tavola Rotonda", nella quale fu raggiunto un vago accordo sulle linee generali della nuova costituzione. Si tratta di un esempio storico che dimostra la validità di questo metodo di protesta pacifica. Ben vengano quindi gli scioperi e i boicottaggi, nonché le cause legali se servono a risolvere qualsiasi diatriba nei limiti della legalità e del rispetto.