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mercoledì 1 febbraio 2006

L'incubo della Ummah

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Quando negli anni settanta i paesi arabi decretarono un embargo sul petrolio in sostegno dei governi dell'Egitto e della Siria impegnati in una guerra per liberare i propri territori (Sinai e alture del Golan) occupati da Israele nella guerra dei sei giorni (1967), il mondo occidentale ebbe modo di provare sulla propria pelle cosa significava un'eventuale interruzione dei rifornimenti petroliferi da parte dei paesi arabi: prezzi alle stelle, file interminabili per riempire una patetica tanica di benzina, e innumerevoli altri disagi e ricadute negative sulle economie nazionali. Fu in quegli anni che l'Occidente si rese conto di essere eccessivamente dipendente dal punto di vista energetico dal mondo arabo e che molti stati del Golfo si arricchirono oltremodo con le plusvalenze generate dall'effetto-embargo. Fu allora che l'opinione pubblica occidentale si adoperò per spingere i propri governi a cercare fonti alterative di energia, dal nucleare all'energia solare. L'industria petrolifera, però, non avendo nessuna intenzione di lanciare la ricerca in settori che minerebbero la propria egemonia economica (che a volte richiede vere e proprie guerre di colonizzazione) hanno cominciato a calmare i popoli con statistiche e ricerche che dimostrano che fra pochi decenni il petrolio finirà e gli arabi - come sono soliti dire i neocon - finiranno per fare i cammellieri in mezzo al deserto. Ovviamente, che il petrolio sia destinato a finire prima o poi è quasi una certezza scientifica: se non saltano fuori nuovi giacimenti, nuove riserve o nuove tecnologie, non potremo più contare sul famigerato combustibile fossile. Ma quando finirà, non è per niente scontato che gli arabi tornino a "fare i beduini": l'Arabia Saudita e molti stati del Golfo hanno capito in tempo che era ora di investire i propri fondi sia in progeti interni che in progetti esterni per ovviare alla futura mancanza delle entrate economiche derivanti dal settore petrolifero. In molti paesi del Golfo i ricavi del petrolio servono a costruire stazioni di desalinizzazione dell'acqua quindi a irrigare terreni desertici trasformandoli in fertili piantagioni, vengono costruiti alberghi da mille e una notte, si lanciano attività produttive di varia natura e altro ancora. L'esempio del piccolo emirato del Dubai che ultimamente ha persino inaugurato un mega centro sciistico sotto il sole cocente del Golfo, che si aggiunge ai già mitici ed apprezzatissimi campi da golf sorti miracolosamente in pieno deserto, per non parlare degli alberghi a sette stelle, è in questo senso un esempio più che lampante: i proventi petroliferi cominciano a dar vita ad una califfesca industria del turismo e delle fiere (e non solo) apprezzata sia dall'Occidente che dai paesi arabi confinanti. La conversione graduale delle economie dei paesi arabi produttori di petrolio è quindi decisamente lungimirante e particolarmente azzeccata. L'altro versante della medaglia, forse quello più interessante, consiste nelle ingenti somme che vengono investite in realtà produttive, ricreative e mediatiche occidentali. L'elenco delle centinaia e migliaia di aziende che sono per buone percentuali di proprietà araba è in continuo allungamento e, pur trattandosi di fondi tolti alle economie nazionali arabe, potrebbero rivelarsi un utile ed efficiente strumento in futuro. Non faccio mistero infatti del mio appoggio totale a qualsiasi linea utilizzi i mezzi di pressione finanziaria per assicurare agli immigrati, privi del diritto di voto, la dignità e il rispetto loro dovuto come esseri umani e come contribuenti attivi nelle società in cui vivono.
La vicenda delle vignette danesi su Maometto ha dimostrato che, quando vogliono, i "quattro beduini con la tovaglia in testa" (gli arabi del Golfo e i musulmani più in generale come vengono indicati dagli anti-islamici), sanno reagire benissimo, altroché! L'efficiente e allargato boicottaggio dei prodotti danesi ha sconquassato l'economia del piccolo paese baltico: 11.200 posti di lavoro sono a rischio, e in sole 48 ore di boicottaggio le grandi aziende danesi hanno dovuto ritirare i prodotti dalla catena distributiva in quasi tutto il Medio Oriente, chiudere settori produttivi e licenziare a turno - in una sola azienda e in poche ore - ben 100 dipendenti. Non si può che rimanere sconvolti dalla portata dell'azione, che ha visto decine e decine di popoli musulmani muoversi con il passa parola e il tam tam di internet (quando dicevo la potenza virtuale) aggirando persino i propri governi (Il governo dell'Arabia Saudita per esempio ha affermato di non aver incentivato in nessun modo il boicottaggio, risparmiandosi quindi le eventuali proteste del Wto) e sferrando un colpo tremendo e senza precedenti all'economia danese: miliardi di corone in fumo. Il punto, secondo me, non sono più le vignette ma la capacità dei popoli arabi di collaborare con le comunità immigrate e quindi contestare con forza eventuali futuri episodi di razzismo o discriminazione. L'episodio è premonitore: i "beduini" potrebbero benissimo in futuro essere indipendenti economicamente anche senza petrolio, condizionare con i loro investimenti in Occidente le politiche razziste e discriminatorie all'estero e persino sferrare colpi alle economie occidentali attraverso un atto semplicissimo: non consumare a casa o - come si suol dire - "nel loro paese", altro che produrre e esportare petrolio! La grandissima fetta rappresentata dai consumatori del mondo arabo è troppo golosa per essere respinta con arroganza: sono centinaia le aziende e le camere di commercio occidentali che proprio in questo periodo stanno facendo la fila per conquistare il mercato e le economie arabe. Ed è un procedimento inarrestabile: sono proprio le leggi del mercato capitalista ad impedirne il blocco. Le scuse danesi hanno dimostrato che quando si toccano le tasche, non c'è "libertà di espressione" (che poi in questo caso è un mero protesto per la provocazione) che tenga. E che, quando i mezzi civili di protesta sono ostacolati dalla maleducazione e dall'arroganza, come quando il primo ministro danese rifiutò di incontrare ben 11 ambasciatori musulmani per discutere della faccenda, entrano in moto meccanismi popolari ben più convincenti ed efficienti e non meno civili, tant'è vero che oggi è proprio il premier danese a cercare di mandare una missione in Arabia per salvare il salvabile. La portata simbolica dell'azione araba allargata che ha sconvolto l'UE la possono apprezzare pienamente soprattutto i cittadini arabi: è vero infatti che non è mai esistita la "Ummah islamica" in termini di entità politica (c'è stato persino un periodo in cui c'erano ben tre califfati: uno abbaside in Iraq, uno fattimide in Egitto e uno omayyade in Spagna, e ognuno di essi rivendicava la vera rappresentanza del mondo islamico, esattamente come ora, secoli dopo, ogni associazione islamica rivendica la rappresentatività dei musulmani in Italia) ma è altrettanto vero che sia nei primi decenni del mondo islamico (il periodo in cui governarono i primi tre califfi successori di Maometto prima del grande scisma avvenuto con il quarto, Alì) che in quei periodi dove esisteva un unico califfato in vista, palesemente di facciata come quello turco mal tollerato dagli arabi, anche nelle province in conflitto politico con il potere centrale, nelle moschee risuonava la preghiera per il Sultano di Istanbul: era il cambio del destinatario della preghiera a segnare la rottura definitiva fra la provincia e il potere centrale. Magari il Califfo in sè non contava nulla sul piano politico, ma l'istituzione stessa rimaneva il simbolo unitario, seppur di facciata, in cui riconoscersi sul piano identitario. La Ummah quindi non è mai esistita concretamente ma bisogna ricordarsi che è sempre esistita simbolicamente: la Ummah esiste da quando Maometto riuscì a distruggere i vincoli tribali convogliando la fedeltà verso la religione. La Ummah esiste da quando centinaia di milioni di musulmani, ogni giorno, si sono messi a pregare cinque volte al giorno rivolti verso la Mecca. La Ummah esiste da quando, da 1400 anni e passa da queste parti, ogni anno i fedeli musulmani di ogni parte del mondo solcarono mari e attraversarono montagne per il pellegrinaggio rituale attorno alla kaabah in Arabia. La Ummah esiste da quando fu inserito, in tutti i programmi scolastici la "fede" in due entità che non esistono sul piano politico ma che sono ben radicate ormai nelle menti e nei cuori dei popoli arabi: "Al-ummah al-islamiyyah", la Ummah islamica e "Al Watan al-arabi", la Patria araba. Sottovalutare questo aspetto simbolico che, nel bene o nel male, riunisce i musulmani attorno ad unico elemento identitario nonostante le divisioni interne rischia di cogliere l'Occidente alla sprovvista: la reazione unitaria dei popoli musulmani, proprio quel boicottaggio allargato a cui abbiamo assistito, ha dimostrato che il simbolismo può trasformarsi anche in azione, e che l'entità astratta potrebbe un giorno diventare concreta, anche se nessuno - inclusi i musulmani stessi e gli imam danesi che sono andati in Medio Oriente a sollecitare la protesta - si immaginava che sarebbe potuto accadere. Il termine Ummah significa "Comunità", e quindi anche "Unione": non c'è solo Bin Laden e Al Zawahiri a sognarla, bensì milioni di cittadini arabi che si chiedono come mai l'Europa, con le sue decine e decine di lingue diverse si è unita mentre una zona ricca di risorse umane e materiali, con una sola religione e una sola lingua non è ancora riuscita a farlo. Ma la Ummah politica, così come dimostrato dalla coordinazione di protesta contro la Danimarca, è l'incubo di chi teme il mondo arabo come potenziale concorrente politico ed economico, esattamente come lo è oggi la UE per gli USA che fanno di tutto pur di condizionarne l'economia, incluso l'occupare l'Iraq prima che converta la moneta di scambio del petrolio dal dollaro all'euro (in effetti è mettendo le mani sul rubinetto del petrolio che gli Usa possono condizionare la potenza dell'euro o anche l'economia della Cina). Per questo i paesi imperialisti si sono ingegnati nel periodo colonialista nel tracciare sul suolo del Medio Oriente frontiere rettilinee mai viste, nel creare stati mai esistiti, nel nominare monarchi mai eletti, nel favorire guerre e conflitti tanto interni quanto esterni, e persino nell'ospitare nei propri paesi ogni integralista che voglia riportare il mondo arabo al medioevo e ogni agitatore mediatico che ineggi ad un'ulteriore suddivisone del Medio Oriente in una miriade di encalve confessionali: copti e musulmani in Egitto, scitti, sunniti e curdi in Iraq e via dicendo. Non si sa quando i musulmani riusciranno ad unirsi, se riusciranno a farlo, ricreando una specie di Unione Europea quanto meno economica almeno in Medio Oriente. Ma con le provocazioni e le guerre una cosa è certa: l'Occidente riuscirà solo ad esacerbare gli animi e ad alimentare il fanatismo. Ma forse riuscirà anche a far convogliare i popoli musulmani verso una vera e propria Unione: se non fosse per i neocon e le loro pressioni avrebbero vinto i Fratelli musulmani in Egitto? Avrebbe vinto Hamas nei territori? Avrebbe dettato legge Al Sistani in Irak, dicendo praticamente le stesse cose che dice il governo dell'Iran? Non credo, e c'è da sperare che - se un giorno dovesse sorgere davvero quell' Unione, e cioè quella Ummah, non siano i fondamentalisti a guidarla. Va ovviamente detto a questo punto che dobbiamo apprezzare il lato positivo della faccenda danese: il ricorso a strumenti pacifici, legali e civili di protesta quali le manifestazioni, le rimostranze mediatiche o ufficiali e i boicottaggi toglieranno il primato ai fondamentalisti che rivendicano la "difesa dell'islam" con le bombe e gli sgozzamenti. Ogni musulmano potrà sentirsi partecipe della difesa della propria fede e garante del rispetto che gli è dovuto in quanto essere umano che ha una dignità e una spiritualità da difendere, senza subire l'onta di sentirsi dire che è difeso da una banda di criminali con il coltello, che poi sono quelli che - ricordiamocelo - hanno fatto sì che in quelle disgustose vignette il turbante di Maometto venga sostituito da una bomba con tanto di miccia accesa. Metodi civili e legali di protesta, basta non mettere mano al portafoglio e anche quella rientra nelle libertà individuali. Già... ricordate quando scrissi: immaginate cosa succederebbe all'economia italiana se gli operai e braccianti musulmani decidessero di incrociare le braccia dopo una dichiarazione di Gentilini o di Borghezio?