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lunedì 13 marzo 2006

D(h)immi chi sei...

Sin dalla nascita dello stato islamico a Medina, nel 622, fino al 1839 in Turchia, era in vigore - nel mondo islamico - un sistema per il trattamento delle minoranze religiose chiamato Dhimma. Il sistema consisteva nel garantire alle suddette minoranze (cristiani, ebrei ma anche zoroastriani, sabei, sikh e indù) la libertà di culto e una piena autonomia nella gestione dei propri affari: erano quindi in funzione, all'interno dell'Impero islamico, corti patriarcali e rabbiniche che dettavano legge in materia di diritto canonico, matrimonio, eredità, scuola e che riscuotevano persino tasse proprie. Il sistema prevedeva anche, secondo un documento redatto dal califfo Omar (morto nel 644) ma che potrebbe essere stato compilato sotto il governo di Umar II (681-720), e che comunque ricopia codici legali bizantini e persiani, alcune restrizioni: i cristiani non potevano avere chiese maestose e visibili, soprattutto se nelle vicinanze c'era una moschea, suonare le campane o fare proselitismo. C'erano anche restrizioni sugli abiti e i colori da indossare, sugli animali da cavalcare e si doveva pagare una tassa speciale: il testatico o Jizya. Il sistema scomparve nel 1839, data in cui il Sultano ottomano Abdul Mejid proclamò l’uguaglianza di tutti i sudditi davanti alla legge, anche grazie alla nascita dei movimenti nazionalisti in cui erano attivi molto cristiani e alle pressioni occidentali. Anche se la Dhimma sembra ai nostri occhi poco tollerante per via delle limitazioni giustamente inconcepibili nella nostra epoca - ma perfettamente spiegabili se calate nel contesto socio-culturale dell'epoca - esso rappresentava, soprattutto nel medioevo - piaccia o meno - uno dei migliori in vigore. E se lo dice Padre Samir Khalil Samir, un gesuita italo-egiziano molto competente (e a volte anche molto tagliente nelle sue opinioni sul mondo islamico spesso pubblicate su Il Giornale), possiamo stare tranquilli: Padre Khalil infatti afferma infatti che il sistema “paragonato a ciò che l’Occidente ci offre nello stesso periodo, durante il Medioevo, era, a mio avviso, decisamente superiore. Il posto della persona, infatti, vi era garantito, nella misura in cui essa faceva parte di una comunità riconosciuta, e più comunità erano ammesse” e che il problema, semmai, è che ci sono fondamentalisti che ne sognano la re-introduzione, non avendo accettato il concetto di "nazione" dove tutti i cittadini sono uguali indipendentemente dalla religione e dove una legge dello stato, come quella promulgata dal presidente egiziano Sadat, può imporre la presenza di una chiesa accanto a ogni nuova moschea costruita. Non mi voglio dilungare sulla cosiddetta "persecuzione" dei cristiani nel mondo islamico: la persecuzione è quando uno stato preclude - per legge - certi settori di attività o la libertà di culto alle minoranze che sono soggette al suo potere. Ci sono ovviamente molte difficoltà da superare, ma spesso e volentieri le autorità eccelsiastiche locali hanno collaborato con le autorità statali per superare piano piano i problemi, prendendo le distanze dagli agenti provocatori che, irresponsabilmente, dall'estero invocano sanzioni e guerre che non possono che complicare la situazione delle minoranze cristiane nei paesi di origine.

Ma non è questo l'argomento di questo post. Questo post è infatti rivolto a chi blatera di una presunta volontà da parte degli immigrati musulmani di introdurre in occidente, nella fattispecie in Italia, il sistema della Dhimma o a chi chiede la cosiddetta "reciprocità". Ebbene, mi dispiace doverlo dire, ma sono fermamente convinto che mentre nel mondo arabo è stato abolito il sistema della Dhimma, in Italia esso sia tuttora in vigore nei confronti di tutti gli immigrati, specie i musulmani. Mi spiego meglio, e con esempi concreti, affinché nessuno abbia da ridire: il sistema della Dhimma concedeva la libertà di culto alle minoranze religiose nel mondo islamico a patto che la pratica religiosa fosse il più possibile meno appariscente. Teoricamente non doveva concedere autorizzazioni alla costruzione di nuove chiese, ma limitarsi a concedere quelle funzionali al restauro di quelle vecchie (cosi facevano i bizantini con le sinagoghe). Dico "teoricamente" perché difatti la storia e i documenti cristiani dell'epoca dimostrano che spesso tali restrizioni non venivano osservate (o invece inasprite) a seconda dei momenti politici: spesso e volentieri però troviamo testimonianze di processioni religiose pubbliche a cui partecipavano anche i Sultani o di nuove chiese costruite per ordine degli stessi. Al contrario, nell' Italia di oggi ci si vanta della "libertà di culto" a patto che i musulmani preghino negli scantinati, nei garage, nei cortili e sui marciapiedi e non in una moschea. Si tollera la presenza di cosiddette "moschee" che hanno dovuto di fatto presentarsi legalmente come "centri culturali" e si insorge ogni volta che si parla della costruzione di una moschea più o meno appariscente, magari con minareti di cristallo come quella dell' "Imam italiano", già candidato per la consulta islamica, Feras Jabareen. L'unica moschea riconosciuta come tale e che può vantare l'architettura del tipico edificio di culto islamico è quella di Roma, ma anche lì l'opinione pubblica è insorta per la sua vicinanza al Vaticano e ha chiesto che il suo minareto venisse abbassato e che la sua architettura non superasse per sontuosità i luoghi di culto cristiani. Ebbene, questa è o non è Dhimma?

Non solo. La concezione - mi dispiace definirla medievale - che parte dell'opinione pubblica italiana ha nei confronti degli immigrati musulmani in Italia, non concede nemmeno - in questa nostra era - quei diritti che erano garantiti alle comunità religiose minoritarie nell'Impero musulmano del medioevo, tipo il diritto di decidere in materia di insegnamento della propria fede ai propri figli o il poter contare sui contributi versati da chi lo desidera. Lungi da me ovviamente pretendere che ci siano anche corti islamiche - così come nel medioevo erano in funzione corti patriarcali e rabbiniche in terra musulmana - ma non si può che rimanere colpiti dall'ottusità con cui è stata accolta la proposta di insegnare il Corano agli studenti musulmani nelle scuole italiane o la richiesta dell'8 per mille: se si garantisce una lettura moderna e tollerante del Corano e un impiego sociale e trasparente dei fondi, non vedo infatti dove è il problema. Questa ottusità quindi è o non è Dhimma? Nel mondo musulmano non erano imposte limitazioni abitative né lavorative, le minoranze religiose potevano vivere ovunque anche se preferivano aggregarsi attorno ai propri luoghi di culto e avevano accesso a tutte le professioni. In Italia, anche se non sono sanciti per legge i ghetti, di fatti molti italiani sono restii ad affittare i propri appartamenti ad extracomunitari, lasciandoli nelle mani degli sfruttatori che li intasano in mansarde schifose a cifre esorbitanti, e spesso e volentieri si legge vicino agli annunci "no extracomunitari". La legge italiana in materia di lavoro per stranieri preclude loro alcune professioni: non possono svolgere infatti quelle di avvocato, agente di cambio, revisore ufficiale dei conti, mediatore professionale, mediatore marittimo, di notaio, di vigilanza o custodia di proprietà mobiliari e immobiliari, di investigazione e ricerche per conto di privati; questa è o non è Dhimma? Nel mondo musulmano, quando era in vigore il sistema della Dhimma, non veniva visto di buon occhio l'affidamento di un posto di comando politico, militare o finanziario ad un cristiano anche se la storia dell'Islam racconta di cristiani ed ebrei che hanno occupato incarichi di ministri, segretari amministrativi e medici di fiducia dei Sultani e dei governanti, riuscendo anche ad accumulare ricchezze e fortune personali. In Italia l'opinione pubblica insorge appena si parla di diritto di voto passivo o attivo per gli immigrati. Questa è o non è Dhimma? Persino la Jizya si vuole riscuotere: come si spiega infatti la richiesta avanzata da parte della Lega Nord di prelevare 50 euro per ogni rinnovo di permesso di soggiorno, se il lavoratore extracomunitario paga anche tasse e contributi come qualsiasi cittadino italiano? Questa è o non è Dhimma? Il sistema della Dhimma trattava le minoranze religiose in quanto comunità e non in quanto individui singoli, procedimento assai frequente nell'antichità. In Italia è stata costituita - caso unico - una cosiddetta Consulta Islamica. Questa è o non è una concezione di Dhimma? Nel mondo islamico tutte le restrizioni decadevano se il Dhimmi si convertiva, così come in Italia parte di queste restrizioni decadono quando si ottiene la cittadinanza, procedimento - mi dispiace dirlo - assai più arduo della conversione religiosa nel medioevo. Questa è o non è Dhimma?

Quanto sopra esposto di certo farà indignare non pochi razzisti che non vogliono ammettere la verità. Perché secondo me dimostra che alcuni si lamentano così tanto di un sistema, quello della Dhimma, che avevo senso e funzionalità secoli addietro e che non è più in vigore nel mondo musulmano, mentre nella propria concezione mentale si ripropongono - in questo secolo - gli stessi atteggiamenti e le stesse limitazioni che erano in vigore nell'antichità bizantina, persiana ed islamica. Con quale faccia si chiede la "reciprocità" se - pur con tutte le difficoltà burocratiche e di mentalità - nel mondo musulmano ci sono chiese, scuole cristiane, ore di religione per gli studenti cristiani mentre in Italia si assiste ad un patetico spettacolo ogni volta che si avanzano simili proposte? Con quale faccia si afferma che i musulmani vogliono imporre la Dhimma in Italia, se essi stessi sono trattati da alcuni come Dhimmi?