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sabato 20 maggio 2006

Chi compra disprezza

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Tempo fa, negli Stati Uniti, sono stati svelati alcuni episodi assai indicativi sullo stato dell'informazione nel cosiddetto "mondo libero". George W. Bush aveva convocato i direttori del New York Times e del Washington Post per fermare le rotative su articoli che stavano andando in stampa: quelli sulle prigioni segrete in Europa ad esempio, in nome della "sicurezza dello stato". Alla fine di novembre scorso, un'altra "stupefacente" notizia: il britannico Daily Mirror ha scritto che nell’aprile del 2004, in un incontro alla Casa Bianca con il primo ministro britannico Tony Blair, George W. Bush ha accarezzato l’idea di bombardare la sede centrale di Al Jazeera in Qatar e altrove. La rivelazione si basava su una fuga di notizie riguardante appunti “top secret” del summit. Lord Goldsmith, il procuratore generale britannico, ha attivato addirittura la legge sul segreto di stato, minacciando ogni pubblicazione che riporti anche solo parte del memorandum. Un'altra notizia "bomba" anche se del tutto scontata e ovvia, fu che il Pentagono paga giornali e giornalisti in Iraq affinché pubblichino e scrivano articoli che dipingano la guerra in rosa e favoriscano gli Stati Uniti. Il suo tramite è, secondo il Los Angeles Times e il New York Times in possesso entrambi di una copia del contratto di 5 milioni di dollari, una società di Washington, il Lincoln Group, che versa centinaia di dollari a testa al mese a circa 12 commentatori iracheni, che fanno pubblicità sui media a Bagdad pubblicando del materiale fornito dai militari Usa e tradotto in arabo. Il New York Times porta a esempio dell'abuso della stampa da parte del Pentagono un articolo, «Le sabbie soffiano verso un Iraq democratico», inviato al quotidiano Azzaman, un quotidiano in teoria indipendente. «La stampa occidentale - dice tra l'altro l'articolo - critica spesso noi iracheni per come procediamo», dando l'impressione che l'autore sia di Baghdad mentre è americano. Il New York Times citava anche Muhammed Abdul Jabbar, il direttore di un altro giornale, Al Sabah, sussidiato dal governo iracheno: «Talvolta riceviamo da agenzie pubblicitarie dei testi di cui ignoriamo la provenienza, ma non ho mai pensato che ci fosse dietro il Pentagono». Secondo il New York Times, il contratto del Lincoln Group prevede altresì che, per propagandare la versione Usa della guerra, vengano assoldati «portavoce temporanei» e che in caso di sviluppi negativi «siano lanciati messaggi che distolgano l’attenzione del pubblico da essi». Rileva il quotidiano: «Gli articoli da noi visionati sono pieni di buone notizie sull'economia, la sicurezza, gli insorti, il futuro dell'Iraq».

Nonostante questi scandali, negli ultimi tempi si è saputo anche che il Pentagono si apprestava a mettere in atto una nuova operazione di propaganda. Questa volta l'obiettivo non era l'Iraq, bensì i Paesi nei quali vi sono Governi che hanno "problemi" con l'amministrazione di Washington (come quelli dell'Europa occidentale, Spagna e Italia incluse). Secondo quanto ha riportato il periodico statunitense "Usa Today", il ministero diretto da Donald Rumsfeld si è preparato per spendere oltre trecento milioni di dollari per una campagna di propaganda che ha lo scopo di rendere migliore l'immagine degli Stati Uniti agli occhi dell'opinione pubblica delle nazioni alleate. Il giornale ha spiegato che gli esperti di guerra psicologica del Comando per le Operazioni Speciali stavano per mettere a punto un piano che prevede l'invasione di periodici, siti internet, radio e televisioni dei paesi alleati con messaggi destinati ad incrementare la simpatia del pubblico per gli Stati Uniti. Messaggi che - ovviamente - l'opinione pubblica non potrà riconoscere come propaganda, ma che crederà totalmente indipendenti dal Governo Usa, esattamente come succede in Irak. Gli artefici di questo sistema fasullo di comunicazione saranno senz'altro gli appartenenti alla categoria dei «giornalisti arabi liberali o progressisti». Il politologo Mohammed El Oifi su Le Monde Diplomatique ha tracciato un ritratto accurato delle idee di questa categoria. Essi dovranno "perorare l'accettazione dei rapporti di forze esistenti, e quindi il dominio straniero; mostrarsi favorevoli ai progetti americani in Medioriente; incitare gli arabi a fare autocritica e a liberarsi della «mentalità del complotto». [...] Esibire una ostilità a tutta prova al nazionalismo e all'islam politico, e addirittura disprezzo per la cultura araba. [...] prendere di mira innanzitutto i religiosi e, più in generale, le società che sarebbero in ritardo rispetto ai leader arabi più illuminati. [...] inneggiare alle libertà individuali, senza insistere peraltro sulle libertà politiche e ancor meno sulla sovranità nazionale. Allorché tratta della riforma politica, il «giornalista arabo liberale o progressista» si occuperà innanzitutto dei regimi repubblicani, in particolare l'Iraq prima dell'occupazione americana, la Siria o l'Egitto: da escludere, invece, ogni forma di allusione a una riforma politica in Arabia saudita. In questo non c'è nulla di sorprendente, considerando che la maggioranza dei professionisti cari al Memri scrive essenzialmente sulla stampa finanziata da taluni principi o uomini d'affari sauditi". L'uso di questa categoria è tutt'altro che una novità: René Guénon, già nel 1924, scriveva in Orient et Occident, (in trad. it, René Guénon, Oriente e Occidente, Luni Editrice, 2005): "Siamo stati spesso colpiti dalla facilità con cui qualche scrittore incompetente e senza nessuna autorità, talvolta addirittura al soldo di una potenza europea, riesce a farsi accettare come rappresentante autentico del pensiero orientale, pur se non esprime che idee completamente occidentali. A costoro si crede sulla parola solo perché portano un nome orientale, e poiché mancano i termini di paragone, si fa loro credito per attribuire a tutti i loro compatrioti concezioni od opinioni che a essi soli appartengono e sovente sono agli antipodi dello spirito orientale; e beninteso, i loro scritti sono strettamente riservati al pubblico europeo o americano, e in Oriente nessuno ne ha mai inteso parlare."

Di questa categoria fanno parte tantissimi personaggi, tutti accomunati - guarda caso - dal fatto di essere in qualche modo dei truffatori professionisti: Ahmad Chalabi, il truffatore scappato negli Usa con i soldi delle famiglie giordane, artefice e suggeritore della propaganda pro-guerra in Irak, tanto per incominciare. Gli esponenti sedicenti copti negli Usa, sconfessati dallo stesso Papa Shenuda, che praticamente reclamano l'invasione dell'Egitto e lo smantellamento di uno stato vecchio di migliaia di anni per creare un'enclave confessionale, e molti altri ancora. L'ultima della serie, è Ayan Hirsi Ali, la sceneggiatrice di “Submission” - un film che vorrebbe affrontare un problema esistente ma in un modo gratuitamente provocatorio e tutt'altro che obbiettivo - che ha mentito sul nome, sull'età, e sui motivi che l'avevano portata in Olanda pur di ottenere asilo. Era arrivata lì nel 1992, perché "in fuga da un matrimonio combinato dalla sua famiglia, da un uomo che lei non aveva scelto". La scorsa settimana è stato trasmesso un documentario nel quale il fratello e la zia smentiscono questa versione dei fatti: le nozze avvennero con il suo consenso. E' istruttivo constatare che fine fanno questi personaggi: vengono sempre scaricati in fretta e furia dai loro datori di lavoro, quando necessario. Ahmad Chalabi è finito al centro di uno scandalo per i soldi che intascava truffando persino la Cia non appena sono sbarcate le truppe americane in Irak. La Hirsi è stata cacciata prima dalla sua casa (I suoi vicini avevano sostenuto che la sua presenza e quella delle guardie del corpo avrebbe potuto provocare attentati nel loro edificio, che il suo valore immobiliare si riduceva e che i controlli della polizia minacciavano la loro vita privata. La Corte d’appello dell’Aia ha dato loro ragione: la Convenzione europea dei diritti umani garantisce agli abitanti la quiete e l’integrità del loro domicilio) poi dall'intero paese. E sono stati i militanti del suo stesso partito ad accanirsi su di lei: la ministro Rita Verdonk ha affermato che “sulla base dei fatti così come si conoscono finora, non é logico che Hirsi Ali abbia ottenuto la nazionalità olandese” e ha fatto di tutto pur di cacciarla via dal paese. In altre parole quando il "musulmano/a liberale" diventa un imbarazzo o una minaccia mediatica o politica, egli diventa automaticamente vittima del clima di islamofobia, paranoia e odio che egli/essa stesso/a ha contribuito a creare. E il sostegno e la solidarietà spese a palate dai loro fan e adoratori si trasformano immediatamente in preoccupazioni per il valore del loro immobile e della loro vita privata. Per carità, questi personaggi si riciclano sempre, pronti a vendersi al miglior offerente. E in effetti la Hirsi è stata "acquistata" dall' American Entreprise Institute, un Think Tank neo-conservatore, che - in barba alla legge statunitense che sbatterebbe fuori chiunque abbia mentito sul suo passato al momento della presentazione della domanda - la accoglie, le assegna l'indispensabile e preziosa "scorta", una specie di status symbol necessario per questo tipo di lavoro (E giustamente direi: essere un venditore di balle è di per sè un lavoro rischioso. Il problema è che quando i padroni si stancano, la scorta la levano. E pure la cittadinanza se necessario). Unico difetto: l'immagine della Hirsi, anche se riuscirà a riprendersi la cittadinanza revocata, è irremediabilmente danneggiata: lo scandalo le ha tolto persino il sostegno delle associazioni femministe che l'avevano eletta a loro paladina in virtù delle battaglie sulla condizione delle donne islamiche.