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sabato 6 maggio 2006

Paradise Now

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Riusciremo mai a capire? Uomini e donne giovani che, coscientemente, si caricano i fianchi e il petto di esplosivo a vanno a farsi saltare in aria cercando di ferire, mutilare, uccidere quante più persone possono. Scelgono di farlo senza nessuna pressione. È anzi un onore per loro essere ammessi al suicidio, i familiari spesso li incoraggiano e ne sono fieri. Riusciremo mai a capire? Eppure sono uomini e donne del nostro tempo, alcuni sono cresciuti in mezzo a noi, nelle nostre città, la loro disperata barbarie sta segnando il nostro quotidiano vivere. Paradise Now, ventiquattro ore nella testa di un kamikaze, è un film che tenta di spiegarlo. Siamo a Nablus, in Palestina. Due amici da sempre, Khaled (Ali Suliman) e Saïd (Kais Nashef) trascorrono le loro giornate lavorando come meccanici in un garage della Riva Ovest. Suha (Lubna Azabal), figlia di un eroe della resistenza palestinese, torna a Nablus da Parigi e si reca subito al garage: tra lei e Saïd c'è più di un'amicizia, un sentimento non ancora dichiarato. Il padre di Saïd è stato ucciso quando il ragazzo aveva solo dieci anni, accusato di aver collaborato con gli israeliani e Saïd sente su di sé l'onta del disonore. Una sera i due amici vengono avvicinati dal maestro di scuola Jamal (Amer Hlehel): sono stati scelti per un attacco kamikaze a Tel Aviv, per vendicare la morte di un palestinese ucciso dall'esercito israeliano. Nessuno deve saperne nulla, hanno solo poche ore di vita che trascorreranno con le famiglie. Dopo un rito di preparazione, avviene la vestizione, in cui l'esplosivo è legato intorno ai loro corpi. Qualcosa però va storto: i due amici si perdono di vista e Khaled, che viene richiamato al quartiere generale dell'Organizzazione dove la sua bomba è disinnescata, prima convinto della giustizia della missione, ora vuole convincere l'amico a vivere. Ma Saïd non si trova e forse è comunque troppo tardi. Primo film che racconta le ultime 48 ore di vita di due palestinesi che sanno di dover morire, uccidendo a loro volta, è diretto da Hany Abu-Assad (Rana's Wedding), nativo di Nazareth ma abitante in Danimarca, che ha voluto girare proprio a Nablus, tra le bombe e i pericoli, che si trasmettono tutti nell'atmosfera della pellicola. Nablus è una città chiusa, gli abitanti non possono uscire, "devono passare per i posti di controllo ed è una cosa così faticosa che la gente ci rinuncia. Rimanere bloccati nello stesso posto per anni e anni rende la vita molto dura. E rende aggressive le persone", racconta Kais Nashef. L'atmosfera è claustrofobica e penetra nel film, così come la sensazione di tragedia imminente. Lo sguardo di Abu-Assad, che ha iniziato a scrivere la sceneggiatura insieme a Bero Beyer nel 2000, vuole essere naturalistico, il più distaccato possibile, quasi registrasse la cronaca, la vita quotidiana della popolazione palestinese nei territori occupati. Non giudica, scava oltre l'imminente per cercare l'uomo, i suoi pensieri e sentimenti. Possiede anche una leggerezza che permette anche l'affacciarsi dell'ironia liberatoria. Tanti sono i momenti di una narrazione avvincente che rimangono impressi: Suha che cerca di convincere che la vita è sempre meglio di una morte inutile; l''ultima cena', con la bellissima fotografia di Antoine Heberlé; il confronto tra i due amici, l'esposizione delle loro teorie e il dubbio che si fa strada nelle coscienze, che non sono di due integralisti, ma di due disperati; l'ottuso integralismo ideologico in Jamal, quando alla domanda di Saïd su cosa succederà dopo l'attentato, risponde: "Vengono a prenderti due angeli"; i riti della preparazione fisica e spirituale al passaggio, le foto da guerrieri che verranno affisse in città, il video per familiari. Abu-Assad ci mostra le motivazioni degli attentatori e lo sfondo su cui si muovono, mantenendo sempre una chiara posizione pacifista, senza moralismi. Dice: "Il soggetto mescola fatti accaduti davvero. Io tratto l'attacco suicida sfatando sia il mostro sia il martire: resta così l'essere umano, è lui che mi interessa". E ancora: "La morale è una sola, in ciascuno di noi c'è sempre un lato buono e uno cattivo, un bravo e un cattivo ragazzo, ma il vero Diavolo viene fuori soprattutto nelle situazioni estreme". "Paradise Now mostra la tragedia del diventare assassino e assassinato allo stesso tempo" continua Beyer. "La Riva Ovest si è trasformata nel Selvaggio West" dice il regista. "L'unica autorità è quella data dalla pistola e dal coraggio. Ma il film è anche intimo. Per comprendere le motivazioni di questi attentatori kamikaze devi guardare da dentro, dal loro punto di vista, e nessuno osa farlo perché si potrebbe essere accusati di essere un terrorista o di appoggiare il terrorismo o perché si ha paura di ciò che si potrebbe scoprire. Non volevo osservare da fuori e giudicare cosa fanno: volevo essere emotivamente coinvolto dai personaggi". Il film, presentato in anteprima mondiale alla 55esima Berlinale, inizia una carriera difficile: "In Palestina non ci sono sale, lo daremo nelle piazze, come Nuovo Cinema Paradiso", afferma Abu-Assad.