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sabato 3 giugno 2006

Il Silenzio di Dio

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«Prendere la parola in questo luogo di orrore è quasi impossibile. Signore, perché hai taciuto?». Queste le parole del Papa, rotte dalla commozione e con una voce tremante, durante la visita al campo di Auschwitz. Una visita resa particolarmente sofferta per il fatto che esso stesso fece parte della Hitlerjugend (Gioventù Hitleriana). Per un tedesco, per un uomo che in gioventù fece parte della Hitlerjugend, trovarsi di fronte all´orrore di Auschwitz non è certo facile. Ma come ha detto il Rabbino Capo di Roma, Di Segni, non tutto quello che ha detto il Santo Padre è condivisibile: tanto per fare un esempio - il più grave, il più lacunoso dal punto di vista storico - "la deresponsabilizzazione della Germania nella Shoah, come se la Germania dopo quello che ha osato non avesse una terrificante responsabilità". Quel riferimento a quella "banda di criminali" che avrebbe "usato" e circuito il popolo tedesco. Come molti hanno già rilevato, la sua lettura della storia tedesca durante il nazismo come quella di un "popolo sul quale un gruppo di criminali raggiunse il potere mediante promesse bugiarde", di un popolo "usato e abusato come strumento della loro smania di distruzione e di dominio" era come afferma Davide Garrone, decano della Facoltà valdese di teologia di Roma "Una interpretazione revisionistica".
Come scrive Furio Colombo sll'Unità: "E allora il cittadino tedesco Ratzinger ha detto che la Germania, nel periodo che noi chiamiamo nazismo, è stata vittima di un imbroglio. Cercava onore e dignità per la patria ed è caduta nelle mani di un gruppo di criminali. È finita sotto un governo cattivo e dispotico. Ecco, secondo Ratzinger la storia della Germania e dell´Europa dal 1933 al 1945 è tutta qui". Le Monde definisce inaccettabile per ogni ricerca storica la tesi che il nazismo sia stato solo opera di una banda di criminali. Il discorso tenuto da Ratzinger nel lager di Auschwitz-Birkenau è accolto con amarezza e scetticismo anche da Daniel Jonah Goldhagen, lo storico americano di origine tedesca autore de "I volonterosi carnefici di Hitler", che punta il dito contro la responsabilità collettiva del popolo tedesco nella tragedia dell’Olocausto. «Mi sembra grave che il Pontefice abbia ridotto le responsabilità del nazismo ad un gruppo di facinorosi», spiega al Corriere Goldhagen. «Presentare il popolo tedesco come lo strumento involontario e inconsapevole nelle mani del Terzo Reich è un resoconto falso e mitologico della storia. Il suo scopo revisionistico mi preoccupa».

Come rileva Marco Politi sulle pagine di Repubblica: "Il Papa tedesco non parla mai di antisemitismo. Eppure è un veleno fluito attraverso secoli di storia. Negli anni Trenta il primate polacco August Hlond (candidato alla beatificazione) proclamava: “Il problema ebraico resterà aperto finché ci saranno degli ebrei... Sono l’avanguardia dell’empietà, del bolscevismo, della sovversione”. Si può dimenticarlo? Si può ignorare la virulenza dell’antisemitismo popolare diffuso in Germania e in Austria ben prima che l’imbianchino Hitler salisse al potere?". Daniele Garrone lo sottolinea con parola ancora più esplicite: "Il papa ha ripreso una domanda che i Salmi di Israele pongono a Dio, senza remore, da adulti nella fede. Un conto, però, è se questa domanda, anzi questa protesta, la pongono quelli che ad Auschwitz morivano o ad Auschwitz sono sopravvissuti, un conto è se la pone un cristiano sul luogo del loro patibolo, un tempo circondato da una massa di cristiani indifferenti, più spesso corrivi o direttamente complici. "Dov'è Dio?" non è stata la sofferta preghiera dei cristiani rispetto ad Auschwitz. Negli anni del nazismo le chiese cristiane non hanno invocato il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e di Gesù perché intervenisse a favore del suo popolo Israele e neppure lo hanno fatto per molto tempo dopo. Non "dov'era Dio?", ma "dove erano i cristiani, in particolare i vertici delle chiese?": questa è la prima e più drammatica domanda che ogni cristiano - tanto più il papa che pretende di parlare come vicario di Cristo e pastore della chiesa universale - doveva porre ad Auschwitz".

E qui sia Politi che Garrone pongono giustamente l'accento sulla responsabilità della Chiesa nella tragedia, tema che ho già avuto modo di affrontare su questo blog. In poche parole, ha commentato Claudio Morpurgo, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche, che ha espresso la sua “perplessità” nei confronti di quest’analisi, “È stata un’analisi riduttiva del nazismo. Non fu solo opera di Hitler e dei suoi” (Un "Hitler" che, stranamente, non viene mai nominato nel discorso del Papa, che pur menziona Stalin tra i mali del mondo) “È preoccupante la riduzione della responsabilità del popolo tedesco. Sarebbe stato importante attribuire un’accezione più complessiva al silenzio dell’uomo per costruire un domani in cui certe pagine non possano ripetersi”. Ma è anche altrettanto preoccupante, dico io, la riduzione della responsabilità della Chiesa, come afferma Garrone. "Doveva dire una parola sul rapporto tra il secolare e radicato antigiudaismo cristiano, virulento anche nella sua chiesa nei decenni che precedono la Shoah, e lo sterminio nazista. Avrebbe dovuto ricordare che l'odio antiebraico è uno dei risvolti sinistri delle da lui tanto celebrate radici cristiane dell'Europa e che è stato propagato da predicatori e teologi di ogni confessione, da vescovi, cardinali e papi, non da "figli della chiesa" sviati". [...] Avrebbe dovuto dire, insomma, che il primo pensiero di un cristiano ad Auschwitz è quello della colpa della propria chiesa, non quello dei silenzi di Dio. Nulla di tutto questo si trova nel suo discorso".

Il giorno dopo il Papa rimedia e afferma: «Tornino gli uomini a riconoscere che Dio è Padre di tutti - ha aggiunto - e tutti ci chiama in Cristo a costruire insieme un mondo di giustizia, di verità e di pace». Ma anche questa dichiarazione lascia a desiderare. Un Andrea Sartori (*) qualsiasi esulterebbe, decantando la superiorità del Vangelo e gli orrori del Corano. Ma nelle parole del Papa c'è un piccolo dettaglio che fa una grande differenza, e che ci induce a cercare di interpretare le sue parole, chiederci cosa veramente intendeva: "in Cristo". Vedete, un ben noto pas­so del Nuovo Testamento recitava “non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Ge­sù” (Gai. 3,28); Ma il passaggio citato dalla lettera ai Galati - come sottolinea Bernard Lewis - "non va interpretato come un invito ad abolire o a minimizzare le differenze etniche, sociali e di sesso, bensì come l’affermazione che queste non conferiscono alcun privilegio sul piano religioso. La fine della frase, “voi siete uno in Cristo Ge­sù”, sottolinea senza equivoci che, per quanto riguarda la religione, la linea di demarcazione corre tra credente e non credente".

Non sorprende quindi che il prefattore dei libri del Papa, e addirittura coautore di una delle sue pubblicazioni, il Senatore Pera, se ne esca con affermazioni sconcertanti tipo: "Walter Veltroni, cui faccio gli auguri di una pronta guarigione, è il sindaco buono, il sindaco più buono di tutti, talmente buono che per lui tutti sono uguali: ama i bianchi e i neri, i musulmani quanto gli ebrei, gli asiatici quanto gli europei, gli omosessuali e gli eterosessuali, i cattolici come i laici. Questa è assenza di gerarchia, questo è relativismo". Una dichiarazione, fa notare giustamente Paolo, abituale frequentatore di questo blog che "fa il paio con la dichiarazione di Berlusconi durante il confronto con Prodi, quella della sinistra che vorrebbe - apriti Cielo! - che il figlio dell'operaio e quello del professionista fossero uguali".Tale dichiarazione lascia intendere che per l'On. Pera, come afferma un blogger assai citato in rete sul tema: "al contrario di Veltroni che amerebbe chiunque a prescindere dall'appartenenza geografica, etnica o religiosa, ci dovrebbe essere invece una Gerarchia, quindi un ordine, un rapporto di dominio-subalternità fra le "categorie" che egli nomina. Ovvero ad esempio si dovrebbero amare i bianchi più dei neri, gli ebrei più dei musulmani (e immagino i cristiani anche più degli ebrei, no?), gli europei più degli asiatici, gli eterosessuali più degli omosessuali e i cristiani più dei laici. Così sarebbe ristabilita la giusta gerarchia, meglio ancora se la si mettesse nero su bianco, con delle leggi che mettano fine una volta per tutte all'assurda idea dei relativisti che ci possano essere opinioni diverse e magari distanti dalla Verità di Pera".

Molti infatti sono coloro che si chiedono come mai il Senatore promotore del "Manifesto per l'Occidente", che da anni decanta le Radici Cristiane, ecc ecc abbia potuto fare affermazioni simili, che contrastano alla grande con l'Insegnamento di Cristo. Ma non eravamo tutti figli di Dio e Fratelli? Ma non si doveva amare il prossimo come noi stessi? Ma non era il Capellone di Betlemme a dire di amare i nostri nemici? No. Per la Chiesa, da secoli e evidentemente anche per l'Onorevole Pera, ciò vale solo se si è "In Cristo", ovvero tra cristiani o autoproclamatisi tali. Non è un mistero che l'On. Pera sia un laico, anzi: un ateo. E viene allora da chiedersi, ma come fa un ateo ad essere amico del Papa? Semplice: è un "ateo cristiano", definizione inventata - non a caso - dalla millantata stragista Oriana Fallaci. Ma anche questa definizione è insoddisfacente: Se chiedessi ad un prete ortodosso cosa pensa dell' "ateismo cristiano", sono sicuro che rimarebbe sconvolto. Come si fa ad essere atei e al contempo cristiani? Un simile ossimoro è possibile solo in Occidente, dove - come giustamente denuncia lo stesso Pera - l'Occidente ha perso la sua fede, le sue radici (che però non sono solo cristiane). Il problema è che l'Occidente le ha perse proprio grazie a simili neologismi traballanti, all'insabbiamento storico e alla strumentalizzazione mediatica.
Ora l'On. Pera è amico intimo di Ratzinger, con il quale ha scritto nel 2004 un libro sull'identità dell'Europa, "Senza Radici". Benedetto XVI gli ha affidato la stesura della prefazione al suo libro "L'Europa di Benedetto nella crisi delle culture". Pera esprime quanto mai da vicino il pensiero del Sommo Pontefice sul relativismo, la crisi d'identità dell'Europa, la centralità dei valori cristiani e la loro affermazione di fronte al mondo musulmano. Come mai? Semplice. La retorica "pagana", e cioè laica, non preclude riferimenti al Cristianesimo. Nei "saggi" della Fallaci ci sono più "Per Dio!", "Gesù" e "Vergini" del Mein Kampf. In quelli di altri autori ci sono più "Quinte colonne" e "cellule dormienti", "la nostra civiltà, i nostri valori" e il "nostro paese" dei rapporti di Himmler e Goering messi assieme. Anche i Nazisti lo facevano, purtroppo. Una frase per tutte: il "Gott mit uns" di triste memoria. Il "Dio è con noi" inciso sui pugnali delle SS. Inutile chiedersi perché Dio ha taciuto. Per i nazisti, Dio o nel minor dei casi, il Bene, era dalla loro parte. Esattamente come oggi.
(*) Trattasi di un assiduo frequentatore di alcuni forum e siti, che si proclama fervente cattolico (anche se alquanto confuso per dire la verità), dalle innumerevoli "amiche". Non vi è un suo commento infatti dove non proclami di avere un'amica, ora tunisina ora indiana, ora pachistana ora iraniana. La fidanzata però, l'ha lasciato.