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mercoledì 28 giugno 2006

L'Eurabia di Bernard Lewis

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Bernard Lewis, uno dei massimi studiosi dell'Islam a livello mondiale, ha rilasciato tre giorni fa un'intervista al quotidiano La Stampa, realizzata da Flemming Rose, il giornalista danese che aveva pubblicato sul suo giornale le famigerate vignette su Maometto. L'intervista, in alcuni passaggi - in particolare quello riferito alla vicenda della vignette danesi - mi ha lasciato alquanto perplesso. Lewis infatti afferma che: "Tutto questo trambusto legato a presunti insulti al profeta di cui sarebbero responsabili infedeli residenti in un paese non musulmano è una cosa interamente nuova e senza precedenti nella storia e nelle tradizioni legali dell'Islam". La spiegazione, secondo lui, è che "Forse i gruppi di agitatori che hanno esasperato questa situazione ritengono che la Danimarca sia entrata a far parte del mondo islamico. Certo, è altamente improbabile che qualcuno arrivi a sostenere pubblicamente un'opinione del genere, tuttavia mi pare proprio che l'assunto di fondo degli islamici sia questo: l'Europa è entrata a far parte del mondo islamico o è avviata irrevocabilmente a questo destino. Si tratta comunque di un incidente piuttosto strano, dato che l'Europa ha una lunga tradizione di insulti verso il profeta eppure questo non ha mai dato luogo allo stesso tipo di reazioni - quello che gli infedeli fanno nei loro Paesi non è mai stato oggetto di pronunciamenti da parte delle autorità islamiche".

Sinceramente non capisco perché sia così difficile per uno studioso del calibro di Lewis - nonostante siano note le sue simpatie neocon - prendere atto di un dato reale: milioni di persone hanno boicottato i prodotti della Danimarca, e migliaia sono scese in piazza (tra cui alcuni scalmanati che hanno bruciato le ambasciate). Nessun "agitatore", nessun "Imam Abu taqiya", potrebbe giustificare una reazione massiccia come quella a cui abbiamo assistito in quei giorni. Se ciò è avvenuto è perché quelle masse si sono ritenute particolarmente offese dalle raffigurazioni, e non perché ritengano la Danimarca "parte del mondo islamico". Poi c'è un altro dato di fatto, che rende ancora più ridicola la spiegazione "eurabica", per dirla alla Fallaci: Lewis sottovaluta il clima particolarmente islamofobico conseguente all'11 settembre e le criminali campagne militari condotte nei paesi islamici, ammantate di valori e ideali ma in realtà mosse e giustificate da bassi ed infimi interessi materiali, come ben traspare dalle parole di Magdi Allam, vicedirettore ad personam del Corriere della Sera, che nel suo editoriale di ieri scrive: "Anche mettendo da parte i valori e gli ideali, volendo limitarci al sano egoistico interesse dello Stato, ci rendiamo conto che è controproducente e alquanto masochista disimpegnarci dall’Iraq, auto-escludendoci dalla divisione dei profitti di una missione internazionale per la quale abbiamo già pagato un importante prezzo in vite umane e impegno finanziario?"

Ha ragione Lewis quando dice che l'Europa ha una lunga tradizione di insulti verso Maometto (Ne abbiamo già parlato, e secondo me è un aspetto che dovrebbe far riflettere seriamente gli europei, specie se si tiene in considerazione il rispetto che l'Islam tributa alla figura di Cristo e della Vergine), ma è altrettanto vero che proprio in quel lungo periodo temporale, pochissimi erano i musulmani che mettevano piede in Europa, o che sapevano quanto vi accadeva o cosa vi si diceva. Mi sembra veramente assurdo che proprio Lewis, che ha scritto un intero saggio dove dimostra che per secoli i musulmani si sono ritenuti talmente avanzati (e a ragione) tanto da non degnare l'Europa nemmeno di uno sguardo (almeno fin quando non si sono resi conto di essere rimasti indietro soprattutto nell'arte militare), che proprio Lewis - che già in altre occasioni - definì fazioso qualsiasi confronto che non tenga conto dello spazio temporale e culturale in cui certe vicende storiche si svolgono, venga ora a paragonare la reazione che i musulmani di due, cinque o dieci secoli fa avrebbero potuto avere (e che però non hanno avuto) nei confronti della sequela di insulti rivolti a Maometto con quella dei musulmani al giorno d'oggi di fronte alle vignette danesi.

Innanzitutto secoli fa le notizie non viaggiavano con la stessa velocità con cui viaggiano oggi: non c'è bisogno di un Abu Taqiya che vada in giro con un dossier zeppo di vignette per informare i musulmani residenti nel resto del mondo di quanto viene detto di Maometto o dell'Islam in Europa. C'è internet, la parabolica, i mezzi di informazione liberi a disposizione di tutti, ci sono molti musulmani che parlano lingue occidentali - inglese in testa - e che usano l'email e i cellulari. Un insulto rivolto a Maometto da un monaco del IX in greco o in latino probabilmente avrebbe impiegato anni e anni, non solo per giungere, ma anche per diffondersi in tutto il mondo islamico sollevando eventuali proteste, comunque tardive. Non mi risulta infatti che all'epoca qualcuno abbia scomunicato Dante per aver piazzato Maometto nel suo inferno. I mesi di ritardo tra lo scoppio del caso "Vignette sataniche" e la reazione di massa della piazza musulmana sono dovuti non tanto alla mancata informazione, quanto alla pazienza dei popoli mediorientali che hanno cercato - per mesi appunto - tramite i propri leader di comunità, ambasciatori e ministri degli esteri di far sapere la propria opinione alle autorità danesi, e dialogare con esse, senza successo.

Due: secoli fa erano pochissimi i musulmani residenti in Europa, e se c'erano se ne stavano belli zitti perché - a differenza dello status concesso alle minoranze cristiane, ebree e europee nell'Impero Ottomano - non godevano di nessun salvacondotto o protezione. Inoltre erano assolutamente ininfluenti dal punto di vista politico e culturale interno. Oggi i musulmani sono comunità consistenti, integrate, che lavorano e pagano le tasse: non c'è bisogno di considerare la Danimarca parte del mondo islamico per chiedere un minimo di rispetto o quanto meno una piccola disponibilità al dialogo. E soprattutto non c'è - e non ci dovrebbe essere - bisogno di immaginare o sognare l'Eurabia per chiedere all'Europa e a una parte degli europei di abbandonare una tradizione medievale, retrograda ed incivile, come quella degli insulti - anche se ammantati di "libertà di espressione" o di "satira" - nei confronti degli altri e della loro fede, specie se questi "altri" sono i vicini di casa, di banco e di lavoro e non diabolici saraceni dagli occhi truci al di là del Mediterraneo.