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mercoledì 26 luglio 2006

Che cosa sta andando storto? (II)

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Nel post di ieri ho affrontato quelle che sono le responsabilità delle comunità degli immigrati – in particolare quelli musulmani – nel perpetuarsi della propaganda denigratrice e parziale, se non addirittura palesemente xenofoba e razzista, effettuata dai media occidentali nei loro confronti. Ma, come abbiamo visto, queste responsabilità sono in gran parte dovute alla mentalità degli immigrati, nonché alla loro formazione culturale e sociale. Alcuni immigrati si offendono se esperti del settore rilevano che una parte consistente della forza lavoro immigrata è di umili origini, con un’educazione limitata e una cultura socio-politica non totalmente sviluppata. Eppure questa è la realtà: operai metalmeccanici, manodopera edile, braccianti agricoli in gran parte provengono dalle campagne e dalle periferie di città di paesi del terzo mondo o in via di sviluppo. La democrazia per loro è una novità che non viene a fondo compresa, valorizzata e utilizzata, anche perché l’impressione che molti hanno – spesso non a torto - è che non appena oseranno aprire bocca verranno licenziati e quindi rimpatriati. I ritmi lavorativi massacranti non lasciano loro il tempo di ragionare e di riflettere sulla propria condizione: a loro basta lavorare e guadagnare qualcosa da inviare alle proprie famiglie nei paesi d’origine. La padronanza della lingua autoctona non permette loro di lanciarsi in appassionati discorsi a difesa dei propri diritti, e spesso e volentieri ignorano persino quali siano, realmente, questi diritti o a chi rivolgersi per farli valere.

Ma se quanto sopra citato è la condizione attuale delle comunità immigrate, si può tranquillamente affermare che la responsabilità maggiore è a monte, ovvero è degli immigrati di prima generazione, e di quelli che – facendone parte – si candidano o si comportano da leader delle rispettive comunità. Il problema di gran parte dei cosiddetti leader delle comunità immigrate in Italia è che sono frammentati e divisi. A Torino, qualcuno mi ha detto che ci sono più di 20 associazioni di peruviani. La frammentazione e la divisione quindi non è – come spesso si afferma in giro - perogativa dell’Islam locale, reo di non avere una gerarchia o un papa, e diviso fra organizzazioni di sunniti, di sciiti, di sufi, di convertiti e via discorrendo. In quasi tutte le comunità immigrate, indipendentemente dalla nazionalità e dal credo, c’è chi cerca di ritagliarsi il proprio spazio a gomitate, di coltivare il proprio orticello, di entrare nelle grazie di questo o di quell’altro politico locale o nazionale, di assicurarsi qualche poltrona oltre che una vita di tenore mediamente più elevato e tranquillo rispetto a quello degli altri connazionali e, una volta ottenuto questo, dorme fra quattro guanciali, dimenticandosi completamente della realtà che in teoria rappresenta o che pretende di rappresentare.

Ho già avuto modo di parlare, in un'altra occasione, dell’ “immigrato di destra”. Il meccanismo è sostanzialmente uguale: molti immigrati, non appena ottengono la carta di soggiorno o la cittadinanza, si dimenticano che ogni anno ci sono migliaia di altri immigrati che entrano in Italia per lavoro, e che si ritrovano immersi in una realtà a loro estranea, se non a tratti ostile. L’ “immigrato di destra” è, probabilmente, l’espressione più becera di questo menefreghismo e di questa totale insensibilità nei confronti dei propri connazionali, correligionari o compagni di sventura, che induce l’immigrato ad identificarsi addirittura come autoctono e a porre e ideare persino limiti e blocchi all’accoglienza di altri nuovi immigrati. Ma anche l’ “immigrato di sinistra” non è da meno: quest’ultimo, infatti, è perennemente alla ricerca del “momento politico opportuno” che, puntualmente, non arriva mai. In altre parole, sia da una parte che dall’altra, c’è un clima di sostanziale immobilità, di totale inazione, di accettazione dello status quo.

Temo che gran parte di questi “referenti di comunità”, siano essi arabi, peruviani, indiani o altro, non abbiano chiaro il quadro della situazione, e che non stiano ascoltando il “ventre del popolo”, il rumore soffocato della massa che prima o poi esploderà travolgendo anche loro. La massa chiede dignità, rispetto e diritti. Chiede rappresentanza e cittadinanza. Chiede di contare qualcosa, insomma, di far sentire – e pesantemente – la propria voce. I referenti di comunità che mantengono, da decenni ormai, un “basso profilo”, ritenendo il momento politico perennemente “non opportuno”, anche quando la sinistra è al governo, rischiano solo di far perdere alle proprie comunità preziose occasioni per migliorare definitivamente il proprio status. Abbiamo visto come è finita la protesta dei tassisti, ebbene: non dico che sia il caso andare in giro a sfasciare le macchine dei ministri o aggredire i giornalisti – oltre che sbagliato, è controproducente: noi immigrati siamo persone civili – ma è ora che i referenti delle comunità istruiscano gli immigrati sullo strumento, per esempio, dello sciopero e che li aiutino a metterlo in pratica. Dove sono i sindacalisti extracomunitari della Cgil, Cisl, Uil ecc ecc? Sono fermamente convinto che gli immigrati lo farebbero, un bello sciopero nazionale che blocchi per 24 ore molti settori delle attività produttive, ma hanno bisogno di coraggio. E il coraggio verrà loro solo se lo faranno tutti assieme e se ci sarà qualcuno a coprire loro le spalle e a difendere le loro posizioni nei palazzi della politica: questo qualcuno deve essere un referente “con le palle”, che se ne freghi dei vantaggi e delle poltrone che possono derivare dall’accettazione supina della realtà. Basta che una sola fabbrica nel Nord Est dia l’esempio, e la diga di omertà e di paura crollerà.

Questo mio esplicito invito al ricorso allo strumento delle sciopero potrebbe essere facilmente strumentalizzato come invito all’agitazione sociale, come un tentativo di seminar zizzania. Non è affatto così: lo sciopero è uno strumento sacrosanto di protesta civile, come il boicottaggio economico o le manifestazioni pacifiche. L’Italia non si renderà conto del bene prezioso che gli immigrati rappresentano fin quando non proverà, sulla propria “pelle economica”, gli effetti di uno sciopero di massa, costellato di cortei di protesta e di denunce politiche. E i politici italiani, di destra o di sinistra, che per la massa degli immigrati sono praticamente uguali (l’unica differenza, si dice in giro, è che mentre la destra dice che i negri puzzano, la sinistra afferma che hanno un odore leggermente sconcertante), non prenderanno atto delle istanze delle comunità fin quando queste ultime non faranno sentire la propria voce in maniera decisa e, soprattutto, convincente. Nessuna minoranza ha mai ottenuto i propri diritti “mantenendo un basso profilo”. Il profilo deve essere invece, alto, altissimo, in sintonia con la funzione economica tutt’altro che marginale svolta dagli immigrati.

Ora, quanto sopra esposto, non è da intendere come una guerra tra immigrati e autoctoni. È da intendersi invece come un invito alla collaborazione per una realtà più giusta. Gli immigrati non chiedono “più diritti” o qualche “canale preferenziale”, chiedono semplicemente di essere trattati come gli altri, chiedono lo stesso rispetto e gli stessi diritti. Nulla di più, e soprattutto nulla di meno. I Politici e i partiti autoctoni vari, i cittadini italiani che hanno a cuore principi quali l’uguaglianza e il rispetto per la dignità dell’uomo, che vogliono un’Italia perfettamente integrata con i propri immigrati e la pace sociale per le future generazioni, non possono e non devono limitarsi a costituire associazioni di volontariato che accedono ai finanziamenti pubblici per aiutare gli immigrati e basta. Devono superare lo stadio della semplice assistenza per contribuire in prima persona alla formazione di una coscienza collettiva in questi stessi immigrati, istruendoli sui propri diritti, sostenendoli nei loro sforzi e nelle loro proteste – anche controcorrente – per realizzare un’Italia migliore, un Italia in cui i diritti e il trattamento siano uguali e garantiti per tutti i lavoratori (essendo questa una Repubblica fondata sul lavoro) e in cui nessun extracomunitario abbia un elemento per generalizzare e indicare l’Italia come un paese razzista.